Ci sono gruppi di cui si sa poco o niente e forse è proprio questo che ci incuriosisce e ci spinge ad ascoltarli. Ne sono un perfetto esempio i Dos Monos (letteralmente “Due scimmie” in spagnolo), trio Hip Hop sperimentale di Tokyo composto da Zo Shit, Taitan Man e Botsu: non si trovano molte foto o informazioni su di loro e il mondo che creano con l’atmosfera dei beat è strano, sconclusionato e destabilizzante e contribuisce all’alone di mistero che li circonda.

La loro influenza principale è evidente: prendono ispirazione dall’Hip Hop old school (o con un suono riconducibile a esso), primi fra tutti il Wu-Tang Clan e lo rielaborano personalmente in chiave più attuale e sperimentale, arrivando a un suono che è in un limbo tra vecchio e nuovo, ricordando molto Madlib e MF Doom.
Sebbene le loro influenze siano fin troppo lampanti, il trio riesce comunque a non dare l’idea di “già sentito”, anzi ti porta sempre più lontano con ogni traccia, pur tenendo i piedi ben piantati nei classici.

I testi sono principalmente in giapponese con qualche frase in inglese che, però, con il loro accento sembra completamente un’altra lingua e gli argomenti spaziano abbastanza tra un tema fantascientifico/grottesco/comico e l’altro, mantenendo comunque una narrativa costante e affrontando temi anche seri sotto una maschera fatta di ironia. Il più grande problema con i testi è che subiscono anch’essi l’effetto “Dos Monos” e la maggior parte di essi non si trova in giro nemmeno in lingua originale. Dal punto di vista tecnico, però, il trio sa il fatto suo: i flow sono originali e strutturati in modo ottimo e anche i giochi di parole e le metafore sono sul pezzo. Tuttavia l’unica pecca è la lingua che non permette facilmente di mettere in rima i testi e costringe i rapper a ricorrere più che altro a svariati incastri e rime interne, cosa che inizialmente lascia un po’ interdetti ma che, dopo qualche ascolto, ci trascina come un vortice nel loro mondo.

Theater D parte con un campione di musica tradizionale giapponese, poi ripreso su una batteria potente, decisa e carica. Qui la capacità lirica dei tre artisti, in particolare Bostu, si mostra in tutta la sua gloria con incastri magistrali e flow acrobatici: un ottimo biglietto da visita con il quale aprire un album.

Una delle tracce più strane dal punto di vista degli argomenti è Clean Ya Nerves (Cleopatra), con un testo che parla di androidi futuristici in un ambiente distopico con svariati riferimenti all’antico Egitto, in pratica una puntata di Stargate. Su una sirena distorta accompagnata da un piano e una batteria incessante, i tre dipingono queste immagini grottesche e assurde che sembrano uscite da un film splatter fantascientifico e che, metaforicamente, lasciano intendere una critica all’ossessione che il mondo ha per la tecnologia. Nello specifico la strofa di Taitan Man è particolarmente ben scritta e la sua vicinanza alla realtà la rende quasi più inquietante delle altre.

Completamente diversa è Daimyō che, con la sua melodia alla giapponese cantata in stile beatbox, i campanelli e i tamburi che sembrano dei taiko (quelli tradizionali giapponesi) crea un’atmosfera che sa di revisionismo storico, di reinterpretazione in chiave moderna della tradizione. Qui è solo Zo Shit che rappa, iniziando con un flow a triplette tipico della Trap e proseguendo con uno più calmo e fluido in costante mutamento, riprendendo anche liricamente l’idea buddhista dell’adattarsi al tutto come l’acqua che scorre.

Agharta intende chiaramente essere un tributo a Miles Davis (il titolo è preso da quello di un suo album), ma la strumentale è molto più influenzata dal sound Hip Hop tipico di Tokyo, città che fa da sfondo anche al testo incentrato sulle riflessioni filosofiche interiori e le insicurezze che nascono dal senso di isolamento che si prova in una metropoli –come appunto la capitale giapponese– così a stretto contatto con un’infinità di persone ognuna immersa in se stessa e isolata dal resto del mondo. Il beat stesso è estremamente evocativo e riesce perfettamente a catturare con i suoni l’atmosfera di Tokyo.

Dos City è un album sperimentale, che non ha paura di osare e di alterare quelli che vengono normalmente considerati i “mostri sacri” della musica e che trascina con la sua stranezza in un mondo in cui la barriera linguistica non esiste più: che si capisca il giapponese o meno, i beat esprimono i concetti in maniera più che esaustiva e, soprattutto, sono prodotti con una creatività e una precisione incredibili. I flow dei tre rapper completano il lavoro alla perfezione e non stonano quasi mai sulle strumentali. Come album di debutto, Dos City è sicuramente un passo nella direzione giusta.