O tempora o mores, esclamava Cicerone scagliandosi contro la decadenza e la corruzione del suo tempo: che tempi, che costumi avranno pensato anche i Depeche Mode riflettendo, come ultimamente molti loro colleghi, sulla deriva del nostro mondo, sempre più oscuro, instabile e diviso quasi come ai tempi della Repubblica di Weimar. Spirit, album numero quattordici di una band dalla carriera ultratrentennale (che è riuscita a preservare intatta il suo culto e la sua dignità a differenza di chi come gli U2 si è irrimediabilmente perso per strada), è frutto dell’urgenza se vogliamo politica del gruppo di Dave Gahan, Martin Gore e Andy Fletcher. Questa è la fonte di ispirazione primaria che alimenta un disco che non cede alla violenza rabbiosa (negli ultimi mesi abbiamo sentito album e canzoni più feroci), quanto piuttosto rispecchi l’amarezza, la disillusione e il sarcasmo di fronte al degenerare della nostra contemporaneità.

Quattro anni dopo l’ultimo e non indimenticabile Delta Machine i Depeche Mode hanno chiamato al loro fianco (loro che potrebbero produrseli divinamente da soli i dischi) una testa di serie come James Ford, metà dei  Simian Mobile Disco, il cui curriculum vanta collaborazioni con Florence + The Machine, Foals, Mumford & Sons, Klaxons, Arctic Monkeys, The Last Shadow Puppets: uno che, come rimarcano i Depeche Mode, pur essendo parte di un duo elettronico sia al tempo stesso un ottimo produttore rock. L’incontro con la band di Gahan e soci produce così un album che lascia però un senso di incompiutezza, come se fossimo davanti ad una occasione mancata.

Intendiamoci, Spirit è davvero un disco pregevole,  ma ciò che lo affossa sono proprio i Depeche Mode. A scanso di equivoci, il trio di Basildon dovrebbe essere il valore aggiunto:  la loro bravura e il loro carisma è tale che potrebbero dedicarsi anche al lo fi più ermetico e sarebbero comunque sopraffini. I brani di Spirit sono convincenti, perfettamente prodotti, senza abusare dell’elettronica ( e si sente la mano di Ford, che però rispetta l’identità musicale del gruppo) ma se l’ascoltatore smaliziato pensa al fatto che dietro ci siano i Depeche Mode potrebbe chiedersi  “tutto qui? Possono fare di meglio”. La band di Gahan, Gore e Fletcher ci ha abituati a vette mai più scalate dai loro epigoni, ecco perché chi è avezzo a dischi come Music For The Masses, Violator, Ultra (vogliamo pure mettere Exciter e Playing The Angel?) potrebbe provare un certo senso di amarezza; lo stesso che i Depeche Mode esaltano in Spirit.

Going Backwards, che apre l’album, mette in marcia i rintocchi del piano che accompagnano la voce di Dave Gahan (“We have not evolved / We have no respect / We have lost control / We’re going backwards”), una apertura ritmata in levare per un manifesto dello Spirit dei tempi (pur con qualche accento retorico e populista: “We are not there yet / We have lost our soul / The course has been set / We’re digging our own hole / We’re going backwards / Armed with new technology / Going backwards / To a caveman mentality”) con l’elettronica ridotta all’essenziale e il piacere di sentire la voce di Gahan che non si è usurata nel tempo, soprattutto negli aspetti melodici. La critica sociale e politica è molto presente nelle prime tracce, e il fulcro di queste tematiche è il singolo Where’s the Revolution, dai synth plumbei e dall’invettiva sarcastica ahimè pure qui un po’ demagogica, un po’ come la successiva The Worst Crime (“How could we commit the worst crime?”).

Where’s The Revolution, nel suo aizzare la folla richiamandola alle proprie responsabilità e a fare qualcosa è un po’ il contraltare sardonico di New Dress, brano di Black Celebration che in piena era Thatcher recitava testuale: “You can’t change the world / But you can change the facts / And when you change the facts / You change points of view / If you change points of view / You may change a vote / And when you change a vote / You may change the world”; evidentemente votare non basta più, avranno pensato i Depeche Mode guardando anche al risultato delle ultime elezioni americane, meglio passare direttamente alla rivoluzione (come twittava Katy Perry all’indomani della vittoria di Trump, sic) o comunque all’azione, come viene ribadito anche nella già citata The Worst Crime. Il resto dei brani, se si esclude l’atmosfera thriller e moderatamente rabbiosa di Scum, rincorrono le sfumature dell’oscurità dei tempi che viviamo: la delusione e la disillusione, lo sberleffo come reazione e soprattutto l’amarezza che sfocia quasi nella disperazione. In You Move, ad esempio, tutto è perduto perciò meglio lasciarsi andare alla carnalità: bassi profondi e la presenza di Martin Gore come marchio di fabbrica, come in Eternal e nella conclusiva Fail, prima volta della storia dei Depeche Mode in cui l’autore storico del gruppo canta il brano di chiusura.

Musicalmente parlando, Spirit come abbiamo detto presenta una elettronica misurata e alcune variazioni sul tema, come ad esempio il trip hop condito con l’eco lontano della steel guitar di Cover Me, la cui atmosfera apocalittica continua nell’interludio di Eternal, oppure la ballad soul di Poison Heart (definita da Dave Gahan la migliore canzone che abbia mai scritto), dal tema di fondo sentimentale e che ricorda da vicino l’esperienza solista del frontman con i Soulsavers (ascoltare You Owe Me, tratta dalla loro ultima collaborazione Angels & Ghosts, per credere). E ancora le suggestioni new wave di No More (This Is the Last Time), i riff ipnotici dei synth di Poorman (aperta da cori armonizzati) e la mostruosa somiglianza di So Much Love con Three Sides Of Nazareth di Nicolas Jaar: e qui viene il magone se si pensa che il dj e producer di origine cilena, nato quando i Depeche Mode pubblicavano Violator, rappresenta un po’ l’allievo che in questo caso supera i maestri.

Ci sono dei versi, cantata da Martin Gore nella conclusiva Fail, che suonano sinistri e potrebbero essere usati contro i Depeche Mode: ”Our spirit has gone / And once where it shone  I hear a lonesome song”. Sembra un po’ la metafora di questo Spirit, che si potrebbe spiegare ulteriormente con quel detto secondo il quale chi di spirito abbonda, meno ne mostra. Ed è esattamente il caso del gruppo di Gahan, Gore e Fletcher, almeno in questo quattordicesimo album della loro carriera: ma ciò non scalfisce minimamente l’indiscutibile grandezza dei Depeche Mode, ancora oggi intatta.