Nella carriera di un gruppo che fa musica sperimentale prima o poi arriva il momento in cui le idee finiscono e non si riesce a spingersi oltre certi limiti. Questo non è il caso dei Death Grips che, dopo quasi un decennio di carriera, riescono ancora a sconvolgere sempre di più con ogni album. Il rapporto sadomasochistico che questo imprevedibile ed enigmatico trio ha costruito con i propri fan è sfociato in un nuovo climax che quest’anno si intitola Year Of The Snitch.

Ciò che sorprende fin da subito sono i nomi che hanno lavorato a questo progetto insieme al trio: Andrew Adamson (regista di Shrek) e Justin Chancellor (bassista dei Tool). La presenza del secondo è particolarmente influente, soprattutto in alcune tracce che impiegano più strumenti elettrici o acustici che elettronici, dando ai brani un suono più orientato al Progressive Rock del solito.

Wanderlust refill this jill
It’s scuzz I’m how to go there still
It’s a shit show (Front row)
Pint of snake blood heat you on one
I am many and we are none
It’s a shit show (Both holes)

Le influenze del Metal e del Punk continuano a farsi sentire, soprattutto nelle urla e nei testi fatalisti di MC Ride e nei virtuosismi alla batteria di Zach Hill (che in quest’album osa come non aveva mai fatto prima), mentre un’ispirazione più elettronica si nota nelle produzioni di Andy Morin. Batterie volutamente fuori tempo, distorsioni pesanti al limite della sopportazione umana e atmosfere cupe degne dei migliori film Horror sono all’ordine del giorno in questo progetto –il tutto rigorosamente Lo-Fi– e lo fanno sembrare un ultimo disperato grido d’aiuto registrato su un cellulare scadente di un condannato a morte.

I temi, per quello che si riesce a decifrare dalle urla di Ride, ci fanno compiere, come sempre, un viaggio nel peggio della psiche umana: abuso di droghe, perversioni sessuali, omicidio, suicidio, tortura, autolesionismo, paranoia e malattia mentale ci trasmettono un senso di oppressione e di disperata paura che non se ne va dopo il primo ascolto, generando vero e proprio disprezzo per il genere umano, ma allo stesso tempo ci ipnotizza e ci fa tornare ad ascoltare il tutto, come quando si riguarda un film sperando in un lieto fine che sappiamo non esistere.

Should the opportunity arise, vomit me flies
Flies vomit me, together’s unwise, sever all ties

Flies è l’esempio lampante del disgusto e dell’inquietudine che attraversa questo disco: su un beat distorto all’inverosimile dall’atmosfera paranoica e claustrofobica, Ride tratta in modo morboso il tema della morte, arrivando anche a esprimere il desiderio che le mosche divorino e vomitino il suo corpo. Il senso di nausea generato dal tutto è qualcosa che rimane in testa a testimonianza dell’intenzione dei Death Grips di sconvolgere le menti degli ascoltatori.

Raised up over out my smoke, black paint
Black, black paint
I am gonna take your coat, say thanks
Black, black paint
Sick people felt light up your eyes somehow
Black, black paint
Those are my Satanic urges right now
Right, right now

Inaspettatamente, in quest’album troviamo anche una sorta di tributo a Paint It Black dei Rolling Stones dal titolo Black Paint: una vera e propria ossessione per il colore nero sia nel testo che nel sound, con delle chitarre distorte fino a perdere ogni sembianza di “normalità”, esprimendo quasi una perdita di sanità mentale. Motivo del tutto può essere la comune associazione del colore ai concetti di morte o, più in generale, di negatività.

Altra traccia interessante a livello tematico è Linda’s In Custody, probabilmente in riferimento a Linda Kasabian, ex membro della Manson Family che ebbe un ruolo chiave come testimone nel processo a Charles Manson (personaggio tra l’altro ricorrente nell’immaginario della band) e che potrebbe essere lo “Snitch” (infame, informatore) di cui parla il titolo del disco. Qui il personaggio interpretato da Ride assume una forma più definita, facendo pensare fosse egli stesso un seguace di Manson che ora vuole “vendetta”.

Trust me trust me you know us well
We purge herds of stunted cells
We nurse the worm until it swells
(Eat it like the devil’s cunt)
First to kneel cursed to feel
Trust me trust us we know you will
Tide come crashing in like steel
Makes your passions taste so stale
(Eat it like the devil’s cunt)
Cobwebs turn your insides pale

La disperazione in questo disco non nasce da internet come negli altri album e non assume forme apocalittiche come in No Love Deep Web, né concrete come in Bottomless Pit o The Money Store, è piuttosto una disperazione personale, una sorta di rassegnazione al decadimento fisico e mentale dell’essere umano che genera un totale disinteresse per la vita propria come per quella altrui, punto di vista tanto vivido da generare paura nell’ascoltatore. Definire inquietante l’allegria che traspare in alcune canzoni che trattano temi così pesanti e disgustosi è un enorme eufemismo oltre che la prova definitiva del fatto che il gruppo sia riuscito, ancora una volta, a raggiungere il proprio scopo.

Come tutti gli altri album dei Death Grips, Year Of The Snitch non è per tutti, richiede anzi un grande sforzo mentale per essere compreso e apprezzato sia dal punto di vista sonico che da quello tematico. Chiaramente un solo ascolto non è sufficiente: occorrono più rivisitazioni dopo le quali ci si può immergere nel loro mondo malato e trarne una sorta di intrattenimento. Tuttavia, proprio per la natura estremamente disturbante della band, anche dopo svariati e attenti ascolti può non piacere ed è proprio questo che lo rende uno dei loro migliori lavori.
Ascoltatelo a vostro rischio e pericolo.