Sono uno dei fenomeni musicali degli ultimi anni. Hanno ricevuto consensi e approvazioni dalle personalità più disparate (Tyler The Creator, David Bowie, Sasha Grey, Iggy Pop, Bjork) riuscendo a sorprendere con le loro mosse di non-marketing (per la “gioia” delle case discografiche) e a convincere un po’ tutti con la loro formula. I tre ingredienti segreti sono hip hop, industrial e noise. Ovviamente avete capito di chi stiamo parlando. Sì proprio di loro, i Death Grips. Quest’insolito trio vede affiancati Zach Hill alla batteria, Andy Morin alle tastiere e Stefan Burnett (meglio noto come MC Ride) al microfono. Se dovessimo descriverli con un motto semplicemente sarebbe: “se ne fregano”. Questo hanno fatto. A partire dal loro primo ottimo mixtape uscito nel 2011 (Exmilitary). E proprio fregandosene riescono sempre a spaccare. Trapanandoti le orecchie con synth distorti, batterie martellanti e grida rap esagitate e sfornando lavori in continuazione (tra album e mixtape siamo già arrivati a nove in neanche sei anni).

Ma veniamo ora a Bottomless Pit, il loro quinto album ufficiale. È subito evidente l’utilizzo massiccio di chitarre: nell’iniziale “Giving Bad People Good Ideas”, con il suo incedere hardcore, così come nel punk-rap della title track con il mantra “I fucked you in half”, che oltre all’esplicito riferimento sessuale, potrebbe essere riferito ai fan, spaesati dai loro continui e fantomatici sciolgimenti. In generale viene confermata la loro attitudine prettamente punk, che si sviluppa tra pezzi in cui vengono utilizzati sample heavy metal, come quelli già accennati, ed altri più “classici” che si rifanno direttamente alla loro formula industrial hip hop. Classici è messo appositamente tra virgolette, in quanto è veramente difficile classificare la loro continua sperimentazione. Basti pensare a “80808” in cui si alternano atmosfere stralunate, a tratti R&B, con synth distorti messi quasi a spazzare via ogni tipo di buonismo.

Uno dei momenti più alti dell’intero disco è sicuramente “Spikes” con le sue percussioni glitchate che implodono in un distorto riff di chitarra. In questo brano si esprime l’idea, già confermata a più riprese dal trio, del loro sentire di non poter fare di meglio. Di essere arrivati all’apice e di essersi anche un po’ stufati. Ed è proprio in questa ottica che vanno letti i loro scioglimenti.

Il loro fregarsene sempre e comunque diviene manifesto in “Eh”. Il titolo è emblematico da sè e mostra il disinteresse di MC Ride nei confronti di ciò che il mondo ha da offrirgli. Un disinteresse che si traduce anche nella sua voce, che si avvicina al parlato, e in un’ elettronica decisamente più tranquilla accompagnata da synth gorgoglianti. Non mancano di certo i riferimenti all’attualità, vista con distacco e disgusto. Esemplari sono le tracce “Trash”, in cui la critica è rivolta verso le tonnellate di spazzatura condivisa quotidianamente sul web, e “Houdini”, dove non manca la frecciatina agli hipster (Fuck is that, a hairstyle? / This asshole be at pussy church, first).

Un disco impegnativo. Diversi gli ascolti per metabolizzarlo e per riuscire a venirne a capo. Il rischio è quello di rimanere sopraffatti dall’eccesso, dalla pesantezza e dall’apparente nonsense di alcuni passaggi. Ma non credo che ai Death Grips interessi molto, nè della mia nè della vostra opinione. Non è cattiveria, son fatti così. Come non gli interessa non presentarsi ai concerti o mettere cazzi sulle copertine dei loro dischi. A noi, però, piacciono così. Folli, sfuggenti, inclassificabili, sempre pronti a spaccare e, soprattutto, sempre maledettamente veri.
Prendere o lasciare.

 

Filippo Greggi