Ormai è passato quasi un anno. Dall’uscita di Blackstar e dalla morte, un paio di giorni dopo, del suo autore, David Bowie.
Spesso in questi casi la faccenda viene liquidata in poche settimane. Articoli, servizi al telegiornale, documentari che via via scompaiono per lasciare spazio alla notizia più fresca e vendibile. E di notizie in questo 2016 ce ne sono state, basti pensare alle innumerevoli personalità musicali che ci hanno lasciato. Ma nessuno di questi lutti ha avuto un’eco mediatica ed emotiva come quello di David Robert Jones. Ancora scottante la mancanza di un uomo di immensa e multiforme creatività, che ha dedicato la sua vita alla musica. Sperimentando con particolare attenzione alle innovazioni, aprendo nuovi orizzonti, stravolgendo stilemi e creandone di nuovi. Spesso e volentieri mistificando la sottile linea di demarcazione che corre tra emulatore ed emulato: il suo attingere ai suoni del momento si dimostrava sempre personale, portando a risultati sempre originali.

Non è da meno Blackstar. Per mezzo del suo storico produttore, Tony Visconti, il Duca Bianco ci ha resi partecipi degli ascolti che hanno maggiormente influenzato il disco in questione. Kendrick Lamar, Death Grips, Boards Of Canada. Tra quanto di più innovativo e di tendenza il panorama musicale odierno ha da offrirci.
Tutto questo si è tradotto all’atto pratico nell’utilizzo, intelligente e più che mai funzionale, di jazz ed elettronica. Nello specifico è stato chiamato in causa un gruppo di musicisti jazz newyorkesi guidati dal sassofonista Donny McCaslin. Bowie voleva dei musicisti jazz che suonassero rock, e così è stato.
Cadremmo in errore se pensassimo che giunto alla sua età avesse deciso di rintanarsi in sonorità più pacate o comunque calzanti col suo repertorio migliore. Il piglio punk alla sperimentazione rimane, questa volta accompagnato da una maggiore consapevolezza e dalla finezza innata che gli ha permesso di elevare, rendendo unica, la sua musica. Abbiamo così le dissonanze e le melodie a cavallo tra elettronica e free jazz di “Tis’ A Pity She Was A Whore”, il cui titolo è tratto dall’omonimo dramma di John Ford. O il drum & bass dalle tinte noir di “Sue (Or In A Season Of Crime)”.

Si apre su scenari di tranquillità urbana a là Bark Psychosis (vedasi “A Street Scene”) il pop bucolico di “Dollar Days” in cui ricorda con nostalgia successi e rimpianti di una vita.
Blackstar è permeato di riferimenti al finire della vita e alla malattia che presto lo avrebbe portato via. E con un tempismo quasi teatrale, due giorni dopo l’uscita, la morte. Caricando di ancor maggiori responsabilità e aspettative un disco che riesce ad attenderle tutte magistralmente.

Emblematica “Lazarus”, la mia preferita. Ballata dolente accompagnata da un sax malinconico in cui canta “Look up here, I’m in heaven / I’ve got scars that can’t be seen / I’ve got drama , can’t be stolen / Everybody knows me now […] This way or no way / You know I’ll be free / Just like a bluebird / Now, ain’t that just like me?”. In aggiunta un video inquietante con Bowie, bendato e privato degli occhi, in preda agli spasmi su un lettino d’ospedale.
Caso a parte il funk oscuro e sporcato da palpiti elettronici di “Girl Loves Me”.

Uno dei momenti migliori della carriera bowiana è senz’altro l’odissea sonora della titletrack, con una batteria sincopata di reminiscenza radioheadiana, ottoni solenni e intermezzi free jazz. Il rock elevato ad arte all’ennesima potenza. Con tanto di video evocativo ed allucinato che, come se ci fosse bisogno di dirlo, vi consigliamo vivamente.
I synth celesti di “I Can’t Give Everything Away” (che tanto ricordano le atmosfere ambient di Low) segnano un ultimo delicato e struggente commiato.

Fonte di ispirazione per diverse generazioni di musicisti, David Bowie si era prospettato come punto di riferimento con cui confrontarsi necessariamente nell’atto intraprendere una carriera in quest’ambito. Con la sua morte si apre un vuoto, che la sua musica immortale sopperisce solo in parte. D’altronde non è facile rassegnarsi all’idea che d’ora in poi saremo privati dei suoi colpi di genio.

Per l’occasione ci propone sette brani, densi, nefasti, sperimentali e tutti degni di nota. Il suo canto del cigno in cui musica, parole e immagini raggiungono profondità inaudite. Più che mai la vecchia credenza greca, per cui in punto di morte si amplificano le percezioni e si raggiunge una consapevolezza ai limiti del profetico, appare fondata.

Nel finale dice: “Seeing more and feeling less / Saying no but meaning yes / This is all I ever meant / That’s the message that I sent”. In poche parole un uomo in lotta con se stesso per tutta la sua esistenza. In bilico tra un estro incontenibile, un’ambizione smisurata, tendenze autodistruttive e una grazia unica. Proprio questi elementi discordi gli hanno permesso di non fermarsi mai, di mantenere fino alla morte quell’attitudine invidiabile al reinventarsi e al riscoprirsi giorno per giorno mai sazio ed appagato fino a divenire la “stella nera” più luminosa della storia della musica.

Bisogna avere del caos dentro di sé per poter generare una stella che danza

(F. NIETZSCHE, Così parlò Zarathustra)

Filippo Greggi