Il nuovo anno discografico inizia lentamente a scaldarsi e a risvegliarsi dall’intorpidimento invernale delle prime settimane di gennaio. A dare una piccola scossa ci hanno pensato Conor Oberst e Phoebe Bridgers, due delle voci indie-emo-rock (o come volete chiamarle) più interessanti provenienti da oltreoceano, che il 24 gennaio hanno rilasciato, a semi-sorpresa, il disco collaborativo Better Oblivion Community Center. Un punto di inizio fatto di alti e bassi che lascia un po’ insoddisfatti nell’immediato, ma che fa ben sperare per il futuro.

Oberst, con una lunga carriera alle spalle, e Bridgers, con una lunga carriera all’orizzonte, uniscono le voci per raccontare una realtà contraddittoria, fra momenti di disperazione e brevi sprazzi di felicità, collettivi e personali, in cui la tentazione a chiudersi nel proprio “inferno privato” e lasciarsi naufragare, gettare la spugna di fronte alla crudeltà del mondo, si fa sempre più forte. I primi timidi passi dentro Better Oblivion Community Center sono affidati a “Didn’t Know What I Was in For”: la voce di Phoebe Bridgers si fa spazio lentamente fino a trovare l’appoggio, sulle frequenze basse, di quella di Conor Oberst. Un pacato crescendo che introduce il tema dell’intreccio fra privato e pubblico, piccole difficoltà personali e grandi tragedie collettive, che ritornerà in più punti del disco.

So I couldn’t save those TV refugees
When they’re on their backs
In a bloody bath
Full of Sarin gas
On a screen

Il viaggio prosegue, ma in modo singhiozzante, con “Sleepwalkin’”. Singhiozzante in senso letterale: il tempo del brano cambia da sezione a sezione, restituendo una sensazione di fragilità e instabilità che si rispecchia nel testo. Qui si sente l’influenza, nello stile e nelle melodie vocali, di Elliott Smith. Un fantasma che torna anche in “Big Black Earth”: il brano è un piccolo sussulto nella produzione e nell’arrangiamento del disco, altrimenti poco ispirati.

Quando c’è una melodia forte a sostenere l’impalcatura, come nell’ottima “Dylan Thomas”, che insieme a “My City” sprizza Wilco da tutti i pori, la mancanza di creatività nella produzione non si fa sentire – da rilevare qui anche l’ottimo testo, in cui Bridgers e Oberst attaccano senza peli sulla lingua lo stile di vita americano e il suo esponente di picco: Trump. In “Exception to the rule”, in cui si è cercato di bilanciare una melodia debole con una valanga di elettronica plasticosa, invece il disco tocca un punto molto basso. Recuperato giusto in tempo grazie alla successiva “Chesapeake”, che quasi per contrappasso con il brano precedente è costruita solo su chitarra e voci: soffre un po’ della sindrome “A Star Is Born”, ma Bridgers e Oberst sono incolpevoli.

Today I went walking while things explode
Some sad independence
I want to be just as loud
All this freedom just freaks me out

Le loro voci rimangono il punto forte del disco. Hanno molto da dire, basta l’intensità e il timbro, anche senza le parole, ma allo stesso tempo sono molto diverse e si completano a vicenda. Quella di Conor Oberst sembra consumata, invecchiata (bene) da anni di lotta musicale e personale, mentre quella di Phoebe Bridgers sembra leggera, una leggerezza apparente, che nasconde uno sguardo profondo e rassegnato alla realtà.

Il disco si chiude con la consolante “Dominos”, con Oberst che ricorda, alla lontana, il Win Butler di Neon Bible, lasciando una sensazione di amara positività. Dal Better Oblivion Community Center non si esce più felici, ma sicuramente più consapevoli di se stessi e del mondo che ci circonda. Il domani si vedrà e per aggiustare qualche caduta di stile c’è tempo, ma il futuro di Phoebe Bridgers e Conor Oberst è da tenere d’occhio.