Il ritorno a casa, nella città di Cleveland, del fondatore dei Cloud Nothings Dylan Baldi all’inizio del 2016 è stato l’avvio di un percorso che ha portato alla creazione di Life Without Sound e ad alleggerire il tanto giusto la rabbia che impregnava i lavori precedenti. Baldi aveva notato nella sua città un morale un po’ più alto del solito tale da influenzarlo, forse per via del momento di grazia ed eccitazione che viveva Cleveland dovuto all’incredibile epilogo della Finals di Nba, con i Cavaliers trascinati da LeBron James verso una pazzesca rimonta sui Golden State Warriors e alla storica conquista dell’Anello.

Baldi in una intervista a Spin non nasconde quindi come quello del suo gruppo sia un nuovo corso, più ottimista e rafforzato da una nuova ispirazione. Certamente non stiamo parlando di toni solari e frizzanti, perché in Life Without Sound si sente in sottofondo una vena malinconica, come nel deliziosamente melodico ed orecchiabile power pop del brano di apertura, Up To The Surface, introdotto da accordi di piano. Questo album è frutto anche di quel lasso di tempo che separa il precedente album Here and Nowhere Else e il lavoro attuale, in cui i Cloud Nothings  e soprattutto Dylan Baldi sono giunti ormai vicini alla loro maturazione: questo però non li spinge ad abbandonare i toni più college ed adolescenziali del loro alt-rock che incontra i suoi derivati e correlati dell’indie rock, post-hardcore, post punk e noise rock.

E quindi anche in Life Without Sound non mancano delle indiscutibili iniezioni di riff e ritornelli orecchiabili, a volte prossime agli Incubus o ai Dashboard Confessional (Internal World) oppure ai Weezer (Modern Act), allontanandosi dalle belle intuizioni che nacquero dalla collaborazione con i Wavves nel lavoro del 2015 No Life For Me. I Cloud Nothings infatti tornano sui loro passi, mitigando sì la loro rabbia ma controllandola senza estinguerla del tutto, come nel post grunge di Strange Year (con tanto di yelling finale un po’ fuori luogo).  I buoni spunti però vengono a volte annacquati  dal peccato originale che la band di Baldi sconta, ovvero quell’approccio adolescenziale nel loro stile(il college rock di Things Are Right with You, con il ritornello manifesto del nuovo stato d’animo del gruppo: “Feel right feel right feel right / Feel lighter”)  e nei testi (“I’ve had a lot of time alone / Disintegrating / Watching all of the hours with a bottle of wine / What a life” come recita la confessione di Enter Entirely, che nel finale trova una forma di sollievo e riscatto: “Moving on but I still feel it / You’re just a light in me now / We’re moving on but I still feel it / You, you’re a light in me now”).

Peccato perché i Cloud Nothings restano una delle band indie rock più valide del panorama, alunni bravi che però non si applicano del tutto o perlomeno ci provano sino ad un certo punto: si ha l’impressione a volte di ascoltare una versione acerba, da high school, dei Death Cab For Cutie (d’altronde il produttore scelto per il disco, John Goodmanson, arriva da lì) o una versione all’acqua di rose di colleghi che militano nel post hardcore come gli Off! (Darkened Rings). Fortunatamente abbiamo anche  episodi che fanno ben sperare per il futuro del gruppo come l’opening track piuttosto che gli arrangiamenti curati e ben costruiti di Sight Unseen o nell’atmosfera di attesa solenne risolta nel finale noise della conclusiva Realize My Fate.

I Cloud Nothings danno quindi l’impressione di aver mosso un primo passo verso la loro maturazione artistica, al di là di quella personale (Dylan Baldi ha appena 25 anni, beato lui), che li ha portati ad abbandonare i toni più rabbiosi per un approccio più meditato smussando gli angoli della loro musica. La via, insomma, è tracciata: e quando i Cloud Nothings entreranno definitivamente in una dimensione più adulta, potranno allora mettere a frutto il loro potenziale e sfornare il capolavoro che diventerà la pietra angolare della loro carriera.