Che bello, sono tornati i Canova! E il primo pezzo è andato alla grande… L’unico “insignificante” problemino del disco della band milanese – uscito all’esordio del mese di marzo – è che inizia bene. E basta.

Shakespeare è un pezzo ispirato, pulito, praticamente senza un ritornello cantato, ma soprattutto diverso dal solito. È un pezzo riuscito, messo lì in cima all’album “Vivi per sempre” per prenderti a sberle subito. Una piccola poesia di Matteo Mobrici sostenuta da tutto l’impegno degli altri Canova (Fabio Brando, Gabriele Prina e Federico Laidlaw) a renderle giustizia. Shakespeare è la speranza che un altro Pop è possibile e che alcuni lo possono e lo vogliono fare. È quella gemma preziosa che stai acchiappando in cima a una colonna dopo una difficilissima impresa giunta a compimento dopo mille insidie.

E invece no. Arriva Domenicamara, un pezzo “alla Canova” si potrebbe dire (anche se si tratta solo del secondo album), un po’ spiritoso e un po’ pazzamente innamorato. Uno dei pezzi che qualcuno potrebbe definire paxxerelli. Con tutto il rispetto per i bimbi pazzerelli. La hit che non deve fallire, che ha il video convincente e carino, il ritornello giusto al volume giusto. Magari questo era il singolo e per forza di cose è un pezzo ben fatto che tira. Solo che poi continueremo a sentire quell’innamoramento un po’ pazzo, e l’amore cantato «all’italiana».

Goodbye Goodbye e Ramen ascoltate intere o a spezzoni non ti catturano, anche con tentativi ripetuti di ricerca del “momento clou” con un click casuale sullo scorrimento del brano. Piuttosto piatto un lungo periodo di espressione del disco. Bye Bye ha delle strofe luuunghe – per quanto riguarda il cantato – che possono sembrare alternative e diverse dal solito. Basta poco per tornare in sé e comprendere che si tratta semplicemente di poche parole su una canzone estremamente lenta (con tutto il rispetto per le canzoni lente, parla uno che a colazione mette in Pink Floyd!). Ramen poi è un’ideale secondo tempo di Manzarek. Cuoricini a destra e a manca.

Per te, finisce in fretta, ma non abbastanza in fretta da non far pensare che l’introduzione della canzone assomiglia a un pezzo di Eros Ramazzotti. Serve arrivare a Ho capito che non eravamo e a Groupie per ritrovare un po’ di Canova autoironici e malinconici come – penso – piacciono a tutti. Si ha sempre la sensazione che si stia ascoltando qualcosa di estremamente autobiografico, ed è un elemento che conforta molto da un lato. Dall’altro però non è nulla di inedito e rischia di perdersi nel marasma italiano.

Le 14 sigarette e Vivi per sempre chiudono un album piuttosto piatto, pieno di cori lunghi (ancora di più del primo!). La prima era stata esclusa dall’album d’esordio “Avete ragione tutti” mentre la seconda è un’opera dedicata all’apatia più totale, alla “Vita sociale” – intesa alla maniera del primo singolo dei Canova, quello che li ha fatto esplodere per intenderci.

Certamente spontaneità e voglia di raccontare sono intatte e non mediate. Ma non è nulla di realmente nuovo. “Il secondo album è sempre più difficile” recitava Caparezza, ma non è ancora questa la questione: sembra che siano state messe insieme nove tracce più o meno decenti per urlare, con sufficiente stile, che si è vivi. Per sempre? Questo dipenderà dal coraggio delle opere successive.