L’anno è ormai terminato e il terzo capitolo della saga di Saturation è finalmente fuori. L’intenzione del progetto era quella saturare –per l’appunto- il web con ben tre album ufficiali in modo che nessuno potesse rimanere allo scuro dei Brockhampton e, considerando la qualità crescente dei tre lavori e l’attenzione che il gruppo ha ricevuto, possiamo affermare con discreta certezza che la missione è compiuta.

In questo disco, come nei due precedenti, la band sfrutta al massimo la diversità dei propri componenti con tutte le loro stranezze e particolarità, alternandole in modo ancora più dinamico del solito, per un risultato esplosivo che non lascia quasi riposare la mente dell’ascoltatore e tiene l’attenzione costantemente alta. Non solo: viene lasciato molto più spazio anche agli artisti che nei lavori precedenti erano rimasti un po’ più in ombra.
Dal punto di vista sonoro abbiamo, come sempre, elementi di Hip Hop classico mescolati a quelli contemporanei, il tutto condito da una sperimentazione acuta ed efficace che questa volta, però, si sposta verso un suono più tendente al Pop, corroborando la decisione del collettivo di autodefinirsi “boy band”.

Tuttavia i beat non sembrano mancare di originalità o di aggressività, anzi i ragazzi appaiono più in forma che mai; i veri problemi sono principalmente due: gli argomenti e il flow. I temi trattati dal gruppo sono nel complesso sempre i soliti: depressione, abuso di droghe, omosessualità, senso di inadeguatezza, razzismo e tendenze autolesionistiche e, sebbene siano argomenti interessanti e non facili da affrontare, al terzo album di fila in cui non si parla d’altro il rischio di risultare stucchevoli e ridondanti è molto alto. Dal punto di vista del flow non c’è molto da dire: quelli utilizzati dal gruppo tendono a variare poco, soprattutto quello di Ameer Vann, che nonostante sia uno dei rapper migliori della band ha il vizio di usare lo stesso identico flow in quasi tutte le sue strofe.

They ask me “Do you make mistakes or do you make a change?
Or do you draw the line for when it’s better days?”
We taste the wind for when it’s cold and not to kill our flame
I wonder who’s to blame

La prima traccia, Boogie, colpisce subito alla testa, senza introduzioni o mezze misure e a livello strumentale succedono talmente tante cose contemporaneamente che al primo ascolto si rimane completamente sconvolti: sirene, sintetizzatori, basso e trombe creano un beat Funk, quasi Dance dal quale è impossibile non lasciarsi trascinare. Nonostante la mancanza quasi totale di un argomento ero e proprio, il testo accompagna e completa la base nel migliore dei modi (soprattutto la strofa di Joba, carica di foga ed energia), creando una delle tracce più orecchiabili dell’anno.

I’m rolling down hills in a suit through the mud
Throw my dress shoes in a fire with the woods
Sit back and relax with the fumes of
Everything I hate in the world
Play Mozart, smoke my cigar on-
My estate, keep the cars parked on the front lawn
In a safe place, duct taped underneath their tires
And I wait

Johnny risulta interessante dal punto di vista concettuale: ogni membro del gruppo riflette sulle scelte che l’ha condotto al successo attuale nonostante le difficoltà, le preoccupazioni e le paranoie che tuttora sono presenti, diventando quasi un seguito di JUNKY dell’album precedente. Il beat è minimale ma rumoroso allo stesso tempo e accompagna alla perfezione il testo.

America’s favorite, I do my best and they hate it
It’s like I’m stuck in the matrix and I’m stuck losin’ patience
While they stuck on they day shift, I hate my boyfriend’s fragrance
I’m a faggot, I say it, I scream that shit like I mean it
Yeah, I’m ugly and genius

In Stupid abbiamo un beat saltellante in stile classico West Coast sul quale vengono trattati di nuovo argomenti personali; la strofa di spicco è senza dubbio quella di Kevin Abstract, che tratta –come sempre- la propria omosessualità con un tono cupo ma al tempo stesso aggressivo. È particolare anche l’intervento di Merlyn Wood, che rappa quasi urlando e mangiandosi le parole, con un risultato che ricorda molto il caratteristico stile di MC Ride dei Death Grips. Il ritornello è uno dei momenti più notevoli del brano: una sola frase ripetuta in modo ossessivo e ipnotico che è impossibile togliersi dalla testa.

I moved to California, I bring a Grammy home
I call up bill collectors, “leave my fuckin’ family ‘lone”

L’undicesima traccia, Sister / Nation, è divisa in due parti. La prima è dinamica, energica e molto elaborata dal punto di vista strutturale, facendo quasi pensare, insieme alla cripticità delle strofe, a un’ulteriore influenza dei Death Grips. La strofa di Matt Champion è tecnicamente impeccabile e molto aggressiva, mentre quella di Dom McLennon è interamente cantata con l’ausilio dell’autotune e ricorda molto lo stile di Travis Scott.
La seconda sezione sfoggia una base molto più vicina al Pop, con un testo profondo e riflessivo, soprattutto da parte di Dom McLennon.

They gave me mood stabilizers but when I came off ’em I was violent
Took the drugs that I wanted which didn’t help with the voices
They just grew louder and louder
They called the people who’d just chatter and chatter
I juggle all my personalities

Nonostante alcuni difetti lievi l’album scorre molto bene e riesce a mantenere alta l’attenzione grazie a un costante mutamento di suono che attraversa dalla prima all’ultima traccia. Con una sperimentazione sempre più estrema e con la partecipazione in egual misura di tutti gli elementi del gruppo, Saturation III riesce a essere il picco stilistico della “serie” omonima, guadagnando ai Brockhampton un posto di spicco nella scena Hip Hop contemporanea.