C’è chi li considera gli “eredi” della Odd Future, chi invece li ritiene il futuro dell’Hip Hop statunitense; una cosa è certa: il collettivo californiano Brockhampton non sta passando inosservato.
Contando anche gli artisti non legati strettamente all’aspetto musicale, il gruppo conta ben 14 membri, una quantità non indifferente che in molte circostanze potrebbe risultare addirittura uno svantaggio. Non è tuttavia il caso di questo collettivo nel quale ognuno ha un ruolo ben definito, facendo del numero la propria forza: considerando le differenti radici socio-culturali di ogni singolo componente, non è difficile capire la genesi del loro sound variegato, multiforme e mai scontato.

Col suo ultimo sforzo, Saturation II, il collettivo alza l’asticella di un’altra tacca, unendo elementi tradizionali (provenienti da varie parti del mondo), innovativi e un suono classico del Rap tipico della West Coast. Anche i testi riflettono totalmente questa varietà: si passa da una spiccata ironia ad un senso di nausea esistenziale, da temi socio-razziali a una profonda riflessione su se stessi. Per condire il tutto abbiamo dei ritornelli accattivanti, quasi irresistibili da cantare ogni volta che attaccano.

Call me king of the niggas, I need a crown made of thorns
God said, “Let there be light”, on the day I was born
Step off the ship with the slaves, then I go hit the stage
I just left in a whip, all I need is a chain

La prima traccia, GUMMY, apre l’album in modo ironico e aggressivo allo stesso tempo, con un’introduzione che sembra uscita da uno dei classici Disney e che viene calciata via di forza da un beat cupo che trasuda West Coast da tutti i pori, con un attacco a dir poco esplosivo di Kevin Abstract; quando poi inizia anche la strofa di Ameer Vann, il potenziale insito nella disparità tra i membri del gruppo si rende inconfondibilmente palese.

A seguire è QUEER, brano con un beat eccezionale, che alterna costantemente una parte dinamica dai bassi marcati ad una più tranquilla che ricorda quasi una canzone d’amore; a condire il tutto è l’attitudine dei rapper, che cambia in sintonia con la base sia nei toni che negli argomenti.

Empty stomach, weed smoke can’t fill it
If you don’t listen to me, I set fire to the building
Need to listen to the children and the weapons they concealing
Hear the voices of a million when I sell my first million

A sancire un cambio di direzione più imponente è, però, TEETH. Una traccia intera sulla quale la voce di Ameer Vann, sentita, sofferta e accompagnata solo da un coro di sottofondo e delle tastiere, affronta temi razziali con un’ironia che fa sentire l’ascoltatore a disagio, risultando disturbante e, a tratti, inquietante.

“Why you always rap about bein’ gay?”
‘Cause not enough niggas rap and be gay
Where I come from, niggas get called “faggot” and killed

Un altro brano che comunica una sensazione di inquietudine è JUNKY, nel quale ogni rapper affronta i propri mostri interiori: Kevin Abstract la sua omosessualità, Ameer Vann la dipendenza da droghe, Merlyn Wood la propria istruzione mancata e Matt Champion il sessismo. Ad accompagnare il testo in maniera magistrale è un beat fatto di tastiere dal pitch estremamente alto, quasi fosse un suono prodotto da uno sciame di insetti e con una batteria pesante in netto contrasto con quest’ultimo.

I ain’t under control, I’m losin’ motor function
I need an intervention, I need an exorcism
I need a therapist, paranoia and drug addiction
It’s very scary, my momma don’t even recognize me

In FIGHT ritorna il demone del razzismo: su un beat dal suono ampiamente ispirato alla musica tradizionale araba Ameer Vann e Dom McLennon affrontano il tema della crescita di un bambino di colore nella società americana odierna in modo incredibilmente efficace, riuscendo a trasmettere un senso di disagio e di scomodità a qualsiasi ascoltatore.

And when I grew up I learned what racism was
And what teaching it does and like my teachers would say
“Little black boys have a place in the world like hanging from trees”
Or dead in the street like I seen on TV
All them boys they killed, they looked just like me
Not like Brandon or Chandler, but Malik and Kareem

La forza del disco non risiede soltanto nella varietà di suoni, voci e contenuti, ma anche e soprattutto nel modo in cui i temi presenti nel disco vengono affrontati: anche gli argomenti più seri e spinosi vengono avvolti da un sottile velo di ironia che, paradossalmente, rende il messaggio ancora più chiaro ed evidente, non lasciando molto spazio a interpretazioni e fraintendimenti.
Decisamente un album che vale la pena ascoltare, Stauration II riesce a mettere in luce il talento e l’impegno di ogni singolo membro di questo promettente e poliedrico collettivo.