The boys are back! Dopo aver “saturato” internet con la loro presenza grazie all’omonima trilogia dell’anno scorso, la (autoproclamatasi) miglior boyband di tutti i tempi è tornata con iridescence. Reduci da uno scandalo che ha coinvolto Ameer Vaan –accusato di abusi psicologici e fisici da ben due donne–, uno dei membri più presenti del collettivo, nonché il volto sulla copertina dei tre album precedenti, i BROCKHAMPTON non si sono fatti attendere e, cacciata la “mela marcia” del gruppo, si sono rialzati dimostrando di essere determinati e inarrestabili come pochi altri nella scena.

If Jesus was a pop star, would he break the bank?
All these diamonds in my face, I’m shining in the day
I’m living in my prime, man, what can I say?
If the service is an hour, I’m an hour late

iridescence è diverso dai tre SATURATION soprattutto nei temi: se i tre lavori precedenti trattano principalmente la storia del gruppo e dei suoi vari elementi, questo disco si concentra più sul presente e parla di come la fama ottenuta non abbia cambiato in modo radicale le loro vite, lasciando i ragazzi con problemi simili a quelli che avevano prima. La famelicità del music business e i tradimenti e voltafaccia dei presunti amici sono al centro dell’album, tuttavia la loro positività e la capacità di trasformare le avversità in forza contrastano con violenza tutto ciò che viene espresso di negativo, facendoli brillare (da qui il titolo) e lasciando l’ascoltatore con una sensazione di malinconico ottimismo.

Il sound non è molto diverso da quello dei precedenti lavori: l’impronta dei BROCKHAMPTON rimane evidente nonostante la presenza di alcune idee singolari e decisamente nuove. Ciò che fa piacere sentire, però, è che l’assenza di Ameer non abbia azzoppato il gruppo, che ha invece colto l’occasione per dare più spazio a membri della band che in precedenza sono stati nell’ombra, primi fra tutti Merlyn Wood e, soprattutto, Joba, che in quest’album è più in forma che mai e dimostra di saper essere un rapper più che capace, oltre a sfoggiare un’aggressività inaspettata e più che benvenuta.

I’ll pay the fine, I’ll pay the toll, just hope I don’t crash it
But hey, if I do, it will be a blaze of glory
Engulfed by the manifestation of death behind me
All my life I’ve felt inadequate
And through the years I’ve dealt with
Tragedy after tragedy, God, send a message

Fin dal primo brano troviamo il “marchio di fabbrica” dei BROCKHAMPTON: quel suono a metà tra Elettronica e Hip Hop West Coast fatto di bassi pesanti e distorti e di piccoli dettagli sonori che aggiungono carattere e personalità alla produzione. Per completare l’introduzione abbiamo un verso da ciascun membro del collettivo; con NEW ORLEANS, infatti, il gruppo sembra voler presentare la “nuova formazione”, affermando al tempo stesso di non aver perso colpi e di essere rimasti gli stessi.

Con tracce seguenti come BERLIN e WHERE THE CASH AT, purtroppo, il suono inizia a diventare ripetitivo ed è proprio questo il problema di iridescence: il mood delle tracce influenza troppo i beat, che in molte occasioni sembrano seguire due strutture di base, ripetendole a seconda della sensazione che il pezzo vuole trasmettere. Nonostante questo, i numerosi cambi riescono comunque a catturare l’attenzione dell’ascoltatore, anche se non sono abbastanza per riparare la ripetitività di alcune basi.

TAPE è una traccia estremamente emotiva: un piano e una batteria volutamente fuori tempo accompagnati occasionalmente da degli archi fanno perfettamente da sfondo al senso di insicurezza, di malinconia e di mancanza di fiducia nelle proprie capacità che traspare dalle strofe di Kevin Abstract e Matt Champion, ma soprattutto in quelle di Joba e Dom McLennon che spiccano sulle altre due, emozionando con prepotenza chi ascolta.

Got issues with these motherfuckers
Looking down from they pedestals
From that petty view, on that petty shit
Pray for peace with a knife in my hand
Speak my piece like a gun to my head
Come equipped just to blast this shit
Misunderstood since birth
Fuck what you think, and fuck what you heard
I feel betrayed, you can keep the praise

La traccia più aggressiva e brutalmente onesta è invece J’OUVERT. Il basso pesante e dei suoni che ricordano quasi delle sirene distorte comunicano un senso di rabbia finalmente manifesta. Ancora una volta è Joba a rubare la scena a tutti con dei versi impeccabili e carichi di pathos nei quali esprime tutto ciò che teneva dentro: i tradimenti degli “amici” che lo hanno pugnalato alle spalle sono la causa del suo uso di droghe e dei suoi pensieri suicidi, ma il tutto viene tenuto a bada dalla sua rabbia e dalla sua attitudine Punk (alla “Fuck the world”) dando vita a quella che, senza ombra di dubbio, è a tutti gli effetti la miglior strofa dell’intero album.

La traccia successiva, HONEY, ha un basso e una batteria saltellanti che ricordano moltissimo il beat di Without Me di Eminem, ma che in realtà prende come campioni Dance For You di Beyoncé e BUMP del primo SATURATION. Il momento più alto del brano è però la strofa di Dom McLennon che, con una tecnica magistrale, racconta i problemi di violenza nella comunità afroamericana (soprattutto in alcuni quartieri) e critica la classe politica statunitense per il modo in cui ignora queste situazioni a dir poco tragiche e disperate. Il cambio arriva in modo inaspettato, con un synth quasi anni ’80 e un mood positivo, che sembrano voler dare un senso di speranza in contrasto con la parte precedente, per poi sfumare nel finale.

Take flight, never leaned to the left or the right
‘Cause they turn the other cheek when our niggas start to die
When our women start to die, when our children start to die
I don’t feel their empathy, we been displaced too many times
Every summer in the city start to feel like Columbine
‘Cause you gotta get yours, and I gotta get mine

Non un vero e proprio passo avanti rispetto alla saga di SATURATION (trilogia che rimane il loro miglior lavoro), iridescence è un album curato e ben riuscito, soprattutto considerando il fatto che, con l’uscita di Ameer, gran parte di esso è stata alterata e rielaborata per ovvie ragioni in un tempo relativamente breve. Questo disco non sarà forse la chiave di volta che porterà il gruppo a una vera e propria evoluzione, ma sicuramente consolida il ruolo dei BROCKHAMPTON come miglior boyband di tutti i tempi.