Anche quest’anno i ragazzi sono tornati, purtroppo, però, questa volta sembra essere per loro un periodo a dir poco difficile. La situazione che emerge da quest’album è abbastanza critica per i singoli membri del gruppo, ognuno dei quali sembra stare per toccare il fondo di un baratro emotivo.
Per quanto riguarda il prodotto finale, però, GINGER riflette in maniera positiva quanto appena detto: la sofferenza che si sente in quasi tutte le tracce è reale ed è facile rispecchiarsi in essa perché non si parla di problemi lontani dall’uomo comune (come possono essere problemi di troppa fama o di vita in quartieri problematici), bensì di drammi relazionali, di persone che escono definitivamente dalla tua vita o che si dimostrano completamente diverse da come sembravano e prima fra tutti, ancora una volta, è la questione in sospeso con l’ex-membro Ameer Vann.

Went to church for the hell of it, stumbled in drunk as shit
Been goin’ through it again
Been talkin’ to myself, wonderin’ who I am
Been thinkin’ I am better than Him
In times like these, I just need to believe it’s all part of a plan
Lost a part of me, but I am still here

Musicalmente, GINGER è senza dubbio il loro disco più coerente e coeso: le basi sono tutte per la maggior parte strumentali e hanno un tono malinconico, come la prima traccia, NO HALO che, su un beat composto solo da chitarra e batteria, parla delle imperfezioni e delle colpe di ogni persona con un’umanità disarmante; bellissimo il contrasto tra la strumentale calma e lenta e il flow veloce e saltellante di Matt Champion.
Non mancano dei momenti non esattamente riuscitissimi, come BIG BOY, un pezzo dall’atmosfera coinvolgente e con delle bellissime strofe di Kevin Abstract, Joba e bearface sulla crescita individuale e su come la società si aspetta che un uomo nasconda sempre i propri sentimenti, tuttavia a rovinare il brano è l’uso esagerato dell’autotune, impiegato troppo e troppe volte.

Lost cause and a lost child
Lost my way tryna change for the wrong crowd
I’m weak and I’ll say it proud
Built me up, pull me down, let’s air it out
Patch me up, and stitch it
Make me better

Il tema cardine dell’intero album, come già detto, è la perdita di persone care e viene affrontato in maniera particolarmente forte e sentita in DEARLY DEPARTED, in cui Kevin Abstract, Joba e Matt Champion parlano del dolore nella perdita di una persona cara con un gran coinvolgimento emotivo. È tuttavia la strofa di Dom McLennon il vero highlight del pezzo: i suoi versi ci rivelano una nuova verità riguardo Ameer, che Dom accusa di aver organizzato una rapina ai danni di un suo amico al quale doveva dei soldi. A rendere la strofa ancor più potente, oltre all’interpretazione carica di dolore e rabbia, è il fatto che i due erano molto legati anche prima della fondazione del gruppo. La chiusura è ancor più d’effetto: Dom dice di non voler più sapere nulla di Ameer e prende a calci la porta dello studio.

Watch for where you land, sorry ’bout your plans
That was all a scam, you won’t understand
Pass the weight off to your friends and never face the truth
Because you never learned how to be a man
And it’s not my fault, and it’s not my problem anymore
That’s just where you stand
That’s just who you are
That’s your cross to bear
You could talk to God
I don’t wanna hear, motherfucker

Le tracce più movimentate e autocelebrative, come ST. PERCY e I BEEN BORN AGAIN, non mancano, ma passano in secondo piano, sono trattate quasi come degli skit, momenti di breve pausa dalla malinconia di fondo nell’intero disco.
Nell’album viene anche introdotto un nuovo membro: Victor Roberts, che nell’omonima traccia racconta il suo passato e di come è stato incastrato da un amico che voleva aiutare, venendo quindi accusato di possesso di droga, cosa che gli ha precluso l’accesso all’università che voleva frequentare; un pezzo molto sentito che serve anche da monito agli ascoltatori a non fidarsi troppo facilmente degli altri.

Tell me, goddamn, what God made me for?
I don’t even love no more
I don’t even trust no more
I don’t need to clutch no more
Some things outside of my control
I need some space, I need to grow
So I go, plague my soul
Say I won’t
I never tried to let you go so deep

L’album è senza dubbio uno dei migliori che la band abbia prodotto, sia dal punto di vista sonoro che lirico, tuttavia ascoltandolo non potevo che provare una profonda tristezza per i BROCKHAMPTON, che sembrano star passando un vero e proprio momentaccio. Certo, la soddisfazione c’è, anzi il gruppo ha addirittura superato le mie aspettative con questo nuovo disco, ma spero per loro che questa situazione emotiva migliori prima possibile.