“We’re always one step behind him, he’s Brian Eno” cantavano nel 2010 gli MGMT nella canzone Congratulations e non avevano tutti i torti.
Tra alcuni dei miei migliori album personali c’è sempre una figura ricorrente che mi capita di trovare all’interno di ogni cd: Brian Eno.

Bowie, Genesis, Tallking Heads, U2 e Coldplay sono solo alcuni degli artisti che hanno avuto la fortuna di collaborare con lui. Il talento per quel suono ricercato e accurato fa di lui il maestro dell’ambient-music e della sperimentazione. Probabilmente non c’è artista vivente che ha trascorso più tempo a contemplare tutte le infinite possibilità e le minuzie della produzione musicale. Abbiamo atteso che ritornasse da chissà quale galassia per andare a prendere determinate sonorità e regalarci quest’ultima sua fatica.
Non ci sono molti artisti che con oltre 40 anni di esperienza sulle spalle ancora vedono ogni album come un modo per sfidare i propri paradigmi con qualcosa di nuovo e diverso.

Per Brian Eno, tuttavia, questo tipo di sfida è fondamentale per la sua identità di musicista. Il suo desidero era di “fare un disco di canzoni che non sono basati su normali basi della struttura ritmica e progressioni di accordi, ma che permettono di esistere nel proprio spazio e nel tempo, come gli eventi in un paesaggio”.
Con una struttura minimalista ed il suo ritmo languido, quest’album non è pensato per esser apprezzato da chi va sempre di fretta, con le cuffiette dell’Ipod nelle orecchie in metro o in palestra. Anzi, tutt’altro.

Eno presenta l’album come una sorta di colonna sonora di due eventi catastrofici di un secolo fa: l’affondamento del Titanic e la Prima Guerra Mondiale

“Il genere umano sembra barcollare tra arroganza e paranoia”.

Mentre si ascolta The Ship si sente la percezione di essere in un mondo parallelo, dove non esiste la concezione del passato o del futuro, ma solo il presente. Si rimane piacevolmente sospesi dai suoi accordi, come se ti volessero far trasportare dove vogliono loro e ci riescono eccome. Ne esce fuori un album intenso, come solo lui poteva creare.

Eno è sempre alla ricerca di quella fantasia, uno sguardo nel mondo delle ombre che lo ha affascinato per così tanto tempo. La nave è solo la sua ultima interpretazione della sua visione, la sua illusione in continua evoluzione, ed è anche uno dei suoi album più accessibili negli ultimi anni.
The Ship è un’anomalia interessante per Eno, in quanto è sia musica ambientale che un vocal album. Questo potrebbe portare alla mente ricordi di classici come Another Green World o Before and After Science, ma un confronto più adatto potrebbe essere Discreet Music. .
La prima traccia del disco ha una durata di circa 21 minuti e come una nave a motore spento restiamo in balia delle onde, tra la nebbia e la notte oscura, dove non si ha fretta, ma anzi, si entra in uno stato meditativo inconscio, onda dopo onda, appunto.

Già dopo circa sette minuti di musica atmosferica, in cui le gocce di acqua ci lasciano intuire che, come il titolo suggerisce, questo album si svolge su di una nave, con la voce di Eno in forte espansione e onnipresente per gran parte dell’album, che in qualche modo ricorda le parti vocali in “The Overload” dei Talking Heads. È molto abile nell’usare la sua voce come uno strumento. Mentre la possente nave “unsinkable” va piano piano sprofondando, le parole emergono con maggiore difficoltà, riaffiorando quasi inaspettatamente dal mare.
Brian Eno riflette su come l’uomo abbia la fissazione per il potere e come questo alla fine porti inesorabilmente al fallimento.
Tutto ciò rende l’album impegnativo e non convenzionale, tutti elementi che piaceranno ai seguaci di Eno.

I tre atti di “Fickle Sun” sono un avvicendarsi di angoscia e trepidazione, un elogio alle onde di giovani soldati lasciati marcire “turn back to clay” in un campo di battaglia. La voce malinconica di Eno risuona contro uno scenario inquietante, frantumato da spasmi di chitarra e percussioni, con la cover dei Velvet Underground a chiudere l’album. “I”m set free”: è un sorprendente contrasto con ciò che è venuto prima. Nella canzone di Lou Reed, Eno trova un momento di chiarezza che è bello e inquietante “I’m set free to find a new illusion.”, insomma un vero e proprio inno alla libertà.

E noi della sua libertà ne siamo entusiasti, un’artista che esplora ancora nuove tecniche di composizione anche alla sua età, regalandoci sempre nuovi paesaggi da poter dipingere e viaggi spirituali da dover percorrere.
Ad avercene, di Eno.

 

Davide Anastasio