Difficile trovare un punto di partenza per parlare della terza fatica di Justin Vernon: tanto è stato detto su 22, A Million,  terzo album in studio del progetto Bon Iver, tra cartelle stampa, lettere esplicative da parte di amici del cantautore del Wisconsin pubblicate sul web e persino una conferenza stampa (cosa abbastanza inusuale per un artista del genere, come ha notato Pitchfork) indetta da Vernon per raccontare urbi et orbi la genesi di questo lavoro. Inevitabile quando si tratta di un disco che, parafrasando Churchill, tra tracklist oscure ed ermetismo di un artista estremamente discreto aveva tutta l’aria di essere un rebus avvolto in un mistero che sta dentro a un enigma.

Sussurri e grida

Perché prima dell’ascolto 22, A Million necessita di essere spiegato e capito. Il motivo risiede nei contenuti, mai come prima d’ora altamente simbolici pur essendo attinenti alla sfera personale di Justin Vernon e nel processo creativo, scaturito da un loop di batteria creato dal produttore BJ Burton con una drum machine Roland: da quel momento qualcosa scatta in Vernon, scosso da quel beat ascoltato nel periodo in cui viveva uno stato d’ansia vissuta dopo la pubblicazione di Bon Iver, Bon Iver. Inizia a farsi strada in lui la volontà di esprimere il suo stato d’animo non più in maniera sussurrata come nei precedenti album, ma in modo più rumoroso, esplosivo, roboante. La materia di 22, A Million è a tratti oscura e nelle parole dell’artista prosegue quel cammino terapeutico iniziato con For Emma, Forever Ago. Ma qui ormai non c’è più (quasi) traccia del cantautorato indie folk in solitaria nel capanno del Wisconsin: già in Bon Iver, Bon Iver Justin Vernon intraprese uno spostamento fuori da sé stesso per sposare un sound più complesso, stratificato e partecipato, un approdo a nuovi territori non più da solo ma parte fondante del gruppo Bon Iver.

Bon Iver vs. Resto del Mondo

Ed è stato proprio l’incontro, negli ultimi tre anni, con altri artisti spostando il proprio focus musicale su nuove possibilità di sound ad influenzare ulteriormente 22, A Million: le collaborazioni con Kanye West, i side project paralleli (i Gayngs , di cui un componente, Ryan Olson, ha giocato un ruolo fondamentale per la realizzazione del  terzo album), pure un soggiorno in una isola greca. Tutto questo si riflette in un disco costellato di innumerevoli samples più o meno riconoscibili, veri e propri tributi di Justin Vernon verso artisti alla base della sua ispirazione o semplicemente venerati; un disco, a proposito di punti di riferimento, dedicato a chi come Richard Bunkur ha infuso il coraggio a Vernon di scrivere nello stesso modo o Bernice Johnson Reagon, di cui apprezza la versatilità vocale. Lo stesso titolo dell’album rappresenta una dualità tra il cantautore e il rapporto con sé stesso (il 2 che si riflette nell’altro 2) e il resto del mondo, A Million, appunto.

22, A Million nel dettaglio

Ma quali sono i temi fondanti di 22, A Million, e come si riflettono sul contenuto? Anzitutto salta all’occhio il simbolismo a partire dai titoli della canzoni che hanno spiazzato in molti, essendo a prima vista una illeggibile sequenza di lettere, cifre e simboli senza senso: non è ovviamente così ed una volta che si ha una visione chiara dell’album tutto diventa più trasparente. Prendiamo l’opening track e singolo 22 (OVER S∞∞N) con quel verso chiave di tutto l’album, “It might be over soon”:  è il tema della fragilità dell’esistenza che si scontra con la nostra presunta sicurezza che le cose possano durare per sempre (notare quindi la finezza dei simboli dell’infinito nel titolo del brano) e che ci obbliga a confrontarci con noi stessi, con i nostri demoni (il significato grafico di 22 già citato prima). 22 (OVER S∞∞N) musicalmente parlando, inoltre, ci offre un biglietto da visita sulla direzione intrapresa dai Bon Iver: elettronica permeata di echi e rintocchi beat e l’inconfondibile voce di Justin Vernon, mentre si fa strada il sample della versione live, cantata in occasione della Marcia su Washington (quella del famoso discorso di Martin Luther King), di How I Got Over nella performance di Mahalia Jackson (“Then I’m going to shout all my trouble over”: e qui ci riallacciamo alla volontà del nostro cantautore di urlare e non più sussurrare i suoi tormenti).

E infatti la successiva 10 d E A T h b R E a s T ⚄ ⚄ (i dadi nei simboli indicano il numero delle tracce, 10) parte con beat aggressivi e rumorosi che ricordano la Björk prodotta da Timbaland in Volta che si scontrano con i fiati jazz ancora più presenti rispetto al brano precedente: tanta elettronica fino a qui, come l’uso dell’auto-tune che prosegue nella quasi a cappella 715 – CRΣΣKS. Sempre a proposito di tormenti urlati, 33 “GOD” è sicuramente la canzone più emblematica dell’album con i suoi rimandi a temi religiosi (33 come gli anni di Cristo e anche come la durata del brano -3:33- e i giorni prima dell’uscita come singolo prima della pubblicazione di 22, A Million, la citazione del Salmo 22 nel video ufficiale) che a loro volta riflettono il disperato bisogno non solo di sollievo, ma di salvezza (“Why are you so far from saving me”). E’ anche il brano più ricco di samples, come Iron Sky di Paolo Nutini (“We find God and religions”), i vocals di Sharon Van Etten, alcuni versi di Morning di Jim Ed Brown e All Rendered Truth di Lonnie Holley.

Ma è da 29 #Strafford APTS che l’album inizia a segnare un cambio di passo e l’elettronica cede un poco di spazio a quella attitudine acustica che ha caratterizzato i primi lavori di Justin Vernon; per inciso, i beat elettronici non spariscono e neppure i sample (The Supreme Jubilees, Standing in the Need of Prayer) come in 666 ʇ (666 Arrow Down), ma c’è maggiore attenzione alla melodia e ai riff emozionali come quelli di Perth in Bon Iver, Bon Iver che accompagnano testi sempre carichi di smarrimento e bisogno di salvezza (“I’m still standing in /I’m still standing in your need of prayer / The need of prayer / No, I don’t know the path”). E se 21 M♢♢N WATER ci introduce in una inedita atmosfera space rock, in 8 (circle) Vernon si spoglia definitivamente dell’auto-tune e regala assieme al sax di Colin Stetson una ballad diremmo trip hop. Si conclude con lo spiritual di ____45_____ (a detta dell’artista, una delle sue favorite) chiuso dai delicati arpeggi del  banjo e 00000 Million (da leggersi 1.000.000, con il 10 del numero della traccia davanti), una citazione del cantautorato acustico degli esordi ma trasfigurato dal nuovo corso di Bon Iver.

Conclusioni

In poco più di mezz’ora Bon Iver raduna temi universali e personali come la fragilità dell’esistenza, pene d’amore, il disperato bisogno di un sollievo o di una forma di salvezza e li carica di simboli, beat elettronici e quella sensibilità cantautorale che Justin Vernon, nonostante le molteplici influenze e confronti musicali avuti negli ultimi tre anni, conserva ancora. For Emma, Forever Ago era lui con sé stesso e nient’altro; Bon Iver, Bon Iver era lo spostamento da sé stessi in una molteplicità di luoghi ed esperienze; 22, A Million è infine un non luogo, è l’universalità e la spiritualità assieme, una non contingenza che mira a fare della musica una esperienza empatica. Non siamo ancora alla perfezione, alla quadratura del cerchio definitiva dei Bon Iver, ma ci stiamo avvicinando (a differenza dell’ultima volta, non tarderà ad arrivare un nuovo album, Justin Vernon dixit).