Freetown Sound è l’ultimo lavoro (uscito a giugno 2016 per Domino) di Blood Orange, uno dei vari interessanti progetti di Dev Hynes. Come al solito, oggi, cercheremo di raccontarvelo con semplicità ed immediatezza. Ecco a voi i 5 punti che seguiremo per farlo

1. CHI È BLOOD ORANGE

Devontè Hynes, meglio noto come Blood Orange, è un musicista inglese, famoso anche per aver scritto per artisti quali Sky Ferreira, Florence and The Machine, Carly Rae Jepsen, FKA twigs, The Chemical Brothers e Kylie Minogue. Dopo un primo progetto solista sotto il moniker di Lightspeed Champion, Hynes decide di cambiar nome e di spostarsi verso territori a lui più congeniali come l’R&B e l’elettronica. Nasce così Blood Orange.
Piccola curiosità, nel 2008 è stato inserito dalla rivista NME al ventesimo posto nella classifica “coolest person in rock”.

2. IL DISCO

Dopo tre anni di attesa, ecco, dunque, la terza fatica di Blood Orange, uscita con tre giorni di anticipo rispetto alla release ufficiale, spiazzando gli addetti ai lavori e il conseguente hype che si era creato. Giungiamo così a un altro importante tassello della musica black, che sta vivendo negli ultimi anni un periodo di florida evoluzione. Basti pensare a To Pimp A Butterfly di Kendrick Lamar o a Black Messiah di D’Angelo. Freetown Sound segue proprio questa linea pur giungendo ad esiti diversi rispetto a quelli dei suoi celebri predecessori e riuscendo comunque a reggere il confronto. Soul, funk, pop, rock, R&B e sprazzi di new wave. Il tutto rivisitato da Blood Orange che riesce a creare un lavoro omogeneo e coerente. Alla luce anche della recente scomparsa di Prince, il cui influsso si sente profondamente nell’attitudine musicale e personale dell’artista. L’album viene definito da Hynes come un punto d’incontro tra la sua vita e le sue influenze musicali. Esemplare è il titolo che rimanda alla capitale della Sierra Leone, Freetown appunto, paese d’origine del padre. Si sente inoltre il grande influsso della religione cristiana, tratto saliente e motivo di orgogliosa blackitudine.

3. IL DISCO: TRACCE MIGLIORI

Uno dei momenti più alti dell’intero lotto è certamente “Augustine”, in cui l’educazione cattolica diviene manifesta. Il titolo rimanda volutamente alla figura di Sant’Agostino con una diretta citazione dalle “Confessioni”: “Late have I loved”, probabilmente usata come metafora del suo trasferimento a New York. Il brano inizia con il cantato sussurato della strofa che si eleva nella voce eterea del ritornello. Passiamo poi alla danza tropicaleggiante di “Best To You” coadiuvata dall’ottimo contributo di Empress Of. La bellissima ballata “Hadron Collider” costituisce un’altra perla grazie anche a una Nelly Furtado in grande spolvero. Il vero valore aggiunto di quest’album, però, sta nello splendido funk a tratti psichedelico di E.V.P. che vede il nostro accompagnato dal contributo vocale di Debbie Harry.

4. VALE LA PENA ASCOLTARLO

Sicuramente sì, in quanto altro grande prodotto della cultura black. Da consigliare anche agli appassionati di indie ed elettronica dato che risente del percorso e della formazione di Dev Hynes.

5. CONCLUSIONI

Blood Orange ci regala un album che va a riprendere l’R&B anni ’80 e ’90 senza scadere nella banalità del “già sentito” riuscendo a dare freschezza ed innovazione grazie alla propria sensibilità artistica e al proprio estro. Un disco che si mantiene su ottimi livelli per tutta la sua durata senza annoiare e scadere nella ripetitività, nonostante i 18 brani. Direttamente tra gli album dell’anno.

Filippo Greggi