Rapper, cantante e produttore tanto valido e capace quanto sottovalutato, Big K.R.I.T. ci regala 4eva Is A Mighty Long Time: un doppio album che fin dal primo momento si presenta fresco, solido e ispirato. Dopo un periodo sotto Def Jam, il nostro ha deciso di riprendere le redini della propria carriera musicale, apparendo decisamente più a suo agio.
Il disco, considerando la durata di 90 minuti, non è esattamente di facile accesso, tuttavia al tempo stesso non risente nemmeno del tipico inconveniente di un duplice album: la povertà di argomenti. Con un astuto espediente infatti, l’artista riesce a trasmettere la sensazione di star ascoltando due progetti differenti: uno di Big K.R.I.T. e uno di Justin Scott (non a caso, il suo pseudonimo e il suo nome di battesimo sono anche i titoli delle tracce che aprono le due sezioni dell’opera).

Dal punto di vista sonoro le influenze arrivano tutte dal “Profondo Sud” degli Stati Uniti, in primis Outkast, E-40 e DJ Jazzy Jeff & The Fresh Prince, ma anche da altri generi come il Gospel, il Blues e il Jazz. Questa lampante ispirazione, tuttavia, non va a discapito della creatività di K.R.I.T., che dimostra di saper trarre spunto dai propri predecessori, rielaborandoli secondo il proprio stile e gusto con un risultato sorprendente. Lo stesso discorso vale per i beat prodotti da collaboratori esterni: K.R.I.T. non sembra infatti affidarsi semplicemente ai propri colleghi, ma addirittura guidarli portandoli a realizzare qualcosa di ancora più unico.

Ciò che emerge dall’ascolto dei testi è un profondo dualismo di cui il rapper è pienamente consapevole: alla prima parte, più aggressiva e spocchiosa, vediamo contrapposta la seconda altrettanto energica ma nettamente più introspettiva.

Uhh, look how they hate me, but copy me
Possibly I was the one with components and properties
To be the greatest of all time, but you won geography lottery

La dicotomia sopracitata emerge fin dalla prima traccia, Big K.R.I.T., grazie ad una strumentale inizialmente molto calma e onirica che vede la persona scusarsi con l’artista e dargli consigli su come approcciarsi all’industria musicale con un flow quasi parlato, per poi lasciare spazio all’entrata in scena energica e aggressiva del rapper, su un beat più potente e dinamico, con un testo volto alla celebrazione di sé. Risulta molto interessante una frase in particolare nella quale K.R.I.T. esprime la certezza del fatto che il suo successo sarebbe stato molto più clamoroso se lui fosse cresciuto in una grande città e non nel Mississippi.Avanzando nell’ascolto di questo primo disco, i brani si susseguono mantenendo una forza costante e senza parlare di argomenti particolarmente spinosi, come in Subenstein (My Sub IV), quarto “episodio” della serie di canzoni dedicate agli impianti subwoofer: un pezzo galvanizzante dalla potenza sonora non indifferente, con una batteria in stile Trap, dei bassi violenti e addirittura degli scratch in sottofondo.

È verso la fine di questa prima tranche che troviamo una traccia completamente diversa: AUX Cord, nella quale il rapper elenca tutte le proprie influenze e i propri idoli musicali su un beat estremamente tranquillo ed etereo che quasi sembra voler essere una sorta di “Jazz futuristico”.

Don’t fret, you can play that bullshit any day
But, I’m just saying it’s a whole catalog
Of analog, the warmer sounds you’ve ever saw
Pass the aux chord

La seconda parte sancisce una netta rottura con la prima: a ribadire il proprio sentirsi spaccato tra due metà diametralmente opposte, in Mixed Messages l’artista non si limita a rappare, ma canta le contraddizioni che dalla sua mente ha sempre trasposto in musica. Il beat non fa che sottolineare la tranquillità di K.R.I.T. nell’accettare questa condizione che è così caratteristica, quasi inconscia, di chi fa musica.

Uhh, I love her and I hate her at the same time
I’m wack and I’m dope in the same rhyme
I’m dull but I’m gloss in the same shine
It’s confusing on a sunny day

Keep the devil Off ha un beat veloce e puramente Gospel, dal potere quasi immediato di trasmettere felicità all’ascoltatore; il testo è una dichiarazione di non voler rinunciare ai propri obiettivi per nessun motivo, senza farsi distrarre dalla negatività e dalle critiche.

I was creepin’, crawlin’, fallin’ out the shack
Backwards slippin’ upward through the crack
Now I creep in storage where you want to be
But barely get to see but never ever at paid for

La più interessante dell’album è Miss Georgia Fornia, che racconta su un beat dall’influenza Blues il rammarico di K.R.I.T. nel lasciare il proprio Stato natale per poter sfruttare al meglio la propria opportunità nel mondo della musica, parlando al Mississippi come se fosse un’amante che sta abbandonando, con la paura di aver tradito e deluso proprio chi gli ha dato tutto ciò che ha e lo ha reso ciò che è ora. Tuttavia è forte la consapevolezza che non vi sono alternative e che questo suo allontanamento gli è necessario anche per aiutare la propria famiglia. La performance vocale di Joi nel ritornello è notevole e conferisce al tutto un tono drammatico e struggente che evoca alla perfezione quel sentimento che così tanti provano.

I know we better though, I watched award shows
I swear they haven’t talked about us outchea’ lately
Unless it’s negative or irrelevant
But I never ever ever let it phase me
I keep you on my mind and you in my heart
You know that everything you are made me
Darling

Drinking Sessions è quasi una conseguenza di questa malinconia: su di una strumentale dai tratti Jazz, infatti, il rapper esorcizza tutti quelli che sono i propri demoni interiori come la paura del fallimento, della morte e la sensazione di impotenza nei confronti del mondo per trovare alla fine la propria fiducia e la forza di continuare.

And I think about death a lot, my father scared of dying
I can relate, I call him before every flight, in case I ain’t meant for flying
I can’t hold it back, can’t control these tears, I mean after all these years
I’m still the kid writing poems, too shy to eat in the cafeteria

Le collaborazioni, a eccezione di quella di Lloyd in 1999, sono tutte molto ben riuscite e non danno l’impressione di essere semplicemente strofe o ritornelli aggiunti a posteriori, ma studi sonori e lirici integrati allo stile personale dell’artista; la più degna di nota è quella di T.I. in Big Bank, che integra la parte di K.R.I.T. con una spiccata continuità.

Dopo alcuni alti e bassi, Big K.R.I.T. sembra aver trovato una formula a dir poco vincente, grazie all’integrazione così magistrale delle proprie ispirazioni al proprio timbro personale e all’alternanza di strofe parlate, rappate e cantate. Con questo lavoro, infatti, l’artista pianta in modo solido e permanente la bandiera del Mississippi sul suolo della scena musicale, consacrando se stesso come uno dei più validi rapper del momento e 4eva Is A Mighty Long Time come uno degli album Hip Hop migliori dell’anno.