Il secondo album per un artista, si sa, è un momento temutissimo in cui viene chiamato a confermare la buona impressione del primo qualora l’esordio sia stato felice ed approvato da critica e pubblico. La pressione di creare un sophomore all’altezza rischia di mandare a carte e quarantotto una intera carriera o di danneggiarla seriamente, soprattutto se si viene etichettati dalla stampa come the next best thing (succede ciclicamente, NME ci ha fatto una storia editoriale).

Il cantautore inglese folk pop Benjamin Francis Leftwich, dopo il successo del debutto nel 2011 con Last Smoke Before the Snowstorm, ha dovuto affrontare le conseguenze di una perdita gravissima che rischiava di compromettere l’ispirazione e segnare la sua carriera: solo allontanandosi dalla musica è poi riuscito a ritrovare la sua dimensione creativa che poi è scaturita nella sua seconda prova d’artista, After The Rain (giustappunto). Leftwich, infatti, ha dovuto elaborare il lutto per la scomparsa prematura del padre, da lui indicato come fonte di ispirazione: a nulla sono valsi i tentativi di creare nuovo materiale tra il tour, la promozione del precedente album e l’incedere della malattia del genitore; era necessario isolarsi e mettere nero su bianco un periodo sospeso tra dolore e la ricerca di sollievo.

Questa doverosa premessa è utile a contestualizzare After The Rain, indivisibile dal vissuto del cantautore la cui fiamma alimenta l’intero album prodotto da Charlie Andrew (Nick Mulvey, Al- J, Madness). Benjamin Francis Leftwich, per capirci, è un personaggio umile, capace di rispondere ai suoi fan uno per uno nei social dove è molto attivo e che musicalmente ricorda i primissimi Coldplay (quelli degli ep), Bon Iver in versione pop e un Maximilian Hecker versione crepuscolare: folk pop minimale, arrangiamenti acustici, cori, ritmiche blande, arpeggi delicati come la sua voce sussurrata.

Considerate le premesse personali, ci si sarebbe aspettati una seconda prova intensa e struggente: il risultato è invece altalenante, tra momenti effettivamente ispirati e persino strazianti ed altri decisamente dimenticabili. Si parlava delle voce sussurrata di Leftwich, che sorprendentemente mantiene il suo registro controllato  e senza chiare inflessioni emozionali perfino nei momenti più dolorosi dell’album, come in Groves, il cuore del disco: canzone sui distacchi traumatici dedicata proprio alla scomparsa del padre e dell’allontanamento dalla sua casa natale, dove il cantautore di York si trova al picco dell’ispirazione e confeziona un brano con ritmiche che incedono marziali ed ineluttabili come una malattia incurabile e quel Don’t go ripetuto che esprime la cifra struggente della canzone. After The Rain si barcamena così tra territori oscuri e la ricerca di sollievo (She Will Sing, Summer), tra delicatezza pop ed ottimismo (Some Other Arms, Mayflies) ed intimismo malinconico (Frozen Moor): tra luce ed ombra, in quel saliscendi tipico di chi cerca di reagire ad un evento così tragico come la perdita di un proprio caro.

Non tutto va però per il verso giusto, perché più di una volta Benjamin Francis Leftwich pecca di ingenuità come nel moralismo di Kicking Roses (con echi à la Bon Iver) o nel testo di Cocaine Doll; alcuni brani scivolano via senza infamia né lode pagando il pegno di una certa piattezza negli arrangiamenti come in Just Breathe o nella cassa in 4/4 di Immortal. Tra arpeggi delicati come quelli che aprono l’album (Tilikum), qualche ritornello da stadium rock in versione acustica (Summer), sprazzi di archi qua e là e giusto un sospetto di elettronica,  Leftwich canta di fughe dal dolore quotidiano, della sensazione di sentirsi immortali, dell’accettazione di eventi tragici e di relazioni difficili (Day By Day, il cui tema è quella che Goffman chiamerebbe disattenzione civile):  il continuo destreggiarsi tra la malinconia contemplativa, il ripiegamento in sé stessi, la chiusura nel dolore da una parte e gli slanci di ottimismo, i tentativi di reazione dall’altra rispecchia certamente le varie fasi di un lutto ma tratteggia un disco che non si sa bene quale traiettoria decida di prendere.  Ma qui si entra in territori difficili, quelli dell’animo umano: gli stessi che hanno ispirato a metà After The Rain.