Ripetersi sarebbe stata la cosa più semplice da fare. Lui, Benjamin Clementine, se ne sarà accorto subito dopo il successo di critica e pubblico ricevuto dal suo disco d’esordio At Least For Now. Quelli della EMI/Virgin anche, e quindi dopo aver messo sotto contratto il cantante e polistrumentista londinese, prima artista di strada poi esponente di picco del pop sperimentale, speravano tantissimo in un altro disco dolce, malinconico e tutto sommato facile da vendere.

I Tell A Fly non è un disco dolce, né un disco malinconico, ma soprattutto non è un disco facile da vendere, per fortuna. Benjamin Clementine si allontana a tratti anche troppo dalle confortevoli trovate d’arrangiamento del primo disco e tira fuori un’opera rock che sa di Queen passati nel tritacarne e conditi con un pizzico di David Bowie a là Blackstar.

Si allontana dalle sue origine musicali per tornare alle sue origini umane. I Tell A Fly è, a detta dello stesso Clementine, la storia di due api che vagano per il mondo. Ma forse non è vero, forse ci sta raccontando una bugia (I tell a lie) o forse le bugie ce le stanno raccontando i media, i governi, l’arte. Ecco che la politica appare, nascosta, ma neanche troppo, nei testi dell’eclettica God Save The Jungle, con i riferimenti alla Jungle di Calais, e nella seguente Phantom of Aleppoville, brani dalle mille sfaccettature musicali in cui Benjamin fa sfoggio di tutte le sue capacità.

Welcome to jungle, dear
Where tensions do amount and kids must grow as quick as possible

Lo stacco è così netto rispetto al disco d’esordio da apparire a tratti disorientante. Ma in qualche modo, a tirare le fila del discorso, a far respirare l’ascoltatore arrivano melodie che sembrano oasi nel caotico deserto della modernità. È il caso di Jupiter, posta al centro del disco, una sorgente di pop freschissimo che però risulta troppo isolata dal resto, troppo lontana da brani come One Awkward Fish, con il suo ritmo veloce, i cori che si intrecciano e il clavicembalo, che appare qua e là come un fantasma in diversi brani a fare da collante per tutto il disco. Stessi discorso vale per Quintessece, l’unico brano che richiama chiaramente At Least for Now (e ovviamente le melodie di Debussy).

I Tell A Fly non è quindi neanche un disco facile da ascoltare, richiede attenzione, la pretende, a volte, con troppa veemenza, ma è il prezzo da pagare per una mente geniale come quella di Benjamin Clementine. Una mente che qui si dimostra forse troppo barocca, musicalmente parlando, ma che tira fuori dei testi originali e sempre coesi dal punto di vista tematico. Il punto di vista del viaggiatore alieno, come in Jupiter, che vaga, viene rinchiuso, frainteso, e che ci racconta quello che vede senza filtri, che ci racconta di quello che ha dovuto lasciare per salvarsi, come in Better Sorry Than Safe, uno dei brani più riusciti del disco.

Bon voyage, don’t know where I’m going
It takes the breath away, ties we make
Well, we live once don’t we?
We breathe more than once don’t we?

Benjamin Clementine non ha voluto ripetersi e non si è ripetuto. Un rischio che ha portato a un disco con alti (Ode From Joyce) e bassi (By The Ports of Europe), ma che apre un nuovo capitolo per la carriera del cantante londinese, che ora dimostra anche un’altra grande qualità, quella di saper raccontare l’attualità senza essere banale. I Tell A Fly è l’inizio di un percorso, un altro viaggio, come quello delle due api che viene raccontato nel disco, come quello dei milioni di persone costrette a scappare dalle proprie case alla ricerca di un’altra vita. Anche Benjamin Clementine è scappato, chissà dove approderà in futuro.