Abbandonati i fasti orchestrali del precedente Fantasma, i Baustelle recuperano un pop  sfacciato e chiassoso, in un disco composto da “canzonette” come le ha definite Francesco Bianconi, un terzo dell’anima del gruppo assieme a Rachele Bastreghi e Claudio Brasini. Che poi, diciamocela tutta, questo L’Amore e la Violenza è puro concentrato di Baustelle al 100%, forse un po’ più “colorato” come ha scritto Bianconi.

Una sinestesia che sempre secondo il frontman si spiega con una maggiore cura al lato melodico, capace di poter brillare a prescindere dal testo (d’altronde i Baustelle prima compongono la musica poi scrivono il testo, e quest’ultimo per loro si deve adattare alle note e non viceversa) e spingendo sull’acceleratore di quel gusto citazionista che è uno dei loro marchi di fabbrica e che non manca certamente ne L’Amore e la Violenza. E’ pop che mischia alto e basso, colto e popolare, ricerca intellettuale e orecchiabilità, e fin qui è quanto i Baustelle ci hanno effettivamente offerto sin’ora. Ma non sarebbe un loro disco senza quel tocco di ricercatezza che ne L’Amore e La Violenza li porta a bandire dalla sezione ritmica la batteria, sostituita da micro campionamenti presi da vecchi vinili usciti tra il 1975 e il 1982 (“perché ci interessava un suono fat e asciutto, senza riverberazione naturale nella ripresa “, scrive Bianconi su Facebook) e auto samples del loro percussionista Sebastiano De Gennaro. Assente completamente ogni parte orchestrale ma niente suoni troppo “sintetici”, piuttosto dei sintetizzatori analogici tipo il Mellotron (che può sostituire l’orchestra) o il Minimoog. “Abbiamo tanti difetti ma non siamo mai stati dei fighetti” conclude Francesco Bianconi nella sua presentazione del disco: peccato che queste scelte trasudino un certo intellettualismo retrò e molto cool, ma pazienza, non facciamo certo un processo alle intenzioni.

L’Amore e la Violenza è quindi un disco analogico e melodico, che ricorda il pop italiano tra la fine degli anni 70 e gli anni 80, con venature disco e funk. Il singolo apripista, Amanda Lear, citazionista di quel periodo sin dal titolo, ne è una prova: synth a profusione in una atmosfera glam e brillante in contrasto con il testo dai toni decadenti e amari. In pratica, normale amministrazione per i Baustelle, che non tradiscono le aspettative della loro fanbase più affezionata offrendo ne L’Amore e la Violenza quel corollario di temi che hanno scandito tutta la loro discografia: il gioco dei contrasti (alto/basso, pop/sperimentazione, gioia seppure effimera / dolore) le citazioni colte disseminate qua e là, l’attualità che irrompe nella quotidianità (“Giorni senza fine/ Croci lungomare/ Profughi siriani/ Costretti a vomitare/ Colpi di fucile“), le immagini macabre e pessimiste (“Eri tu il cadavere portato a riva dalle onde”), nichilismo (“Io non ho più voglia di ascoltare /Questa musica leggera /Meglio sparire, nel mistero del colore delle cose”). E poi omaggi, come quello sfacciato al Battiato de La Voce del Padrone ne Il Vangelo di Giovanni che tanto ricorda Bandiera Bianca o la Milva impegnata che cantava Brecht o Alda Merini e i ritratti di ragazze/i di vita dentro la società e al tempo stesso ai margini, tableaux vivants di una umanità tutto sommato disperata come in Betty che richiama i contenuti de La Guerra è Finita, Charlie Fa Il Surf o Il Futuro, anche se il brano ricorda vagamente la celentaniana Il Corvo Joe tratta da La Malavita.

Spadroneggiano i synth anni 80 della pessimista (tanto per cambiare) Eurofestival e quelli pulsanti nella sorprendente Lepidoptera, molto Daft Punk per poi trasformarsi in un lento d’antan tutto coretti; e poi il funk ritmato de L’era dell’Acquario e quello che sembra partorito dai Calibro 35 ispirati a loro volta da Morricone nella strumentale Continental Stomp. E poi episodi più convenzionali come la cantautorale Ragazzina e l’ingenua e sanremese La Vita, ma fortunatamente c’è spazio anche per qualche guizzo come i campionamenti (dalla sigla di Sandokan degli Oliver Onions) nella riuscita Basso e Batteria e il rondò elettronico con il vigoroso giro di basso de La Musica Sinfonica, cantata da quella grande e purtroppo sottovalutata perfomer che è Rachele (vederla dal vivo per credere).

Il gioco della citazione che compiono i Baustelle alla fine però colpisce loro stessi, richiamando molto spesso nei brani de L’Amore e la Violenza la loro discografia: a volte si ha la sensazione di ascoltare una raccolta di b-sides di Amen o I Mistici dell’Occidente, nonostante la volontà di Bianconi e soci di reinventare il loro modo di produrre la musica. Purtroppo non si arriva alle vette de La Malavita, forse il loro album migliore e quello che più racchiude lo spirito dei Baustelle, gruppo che si è sempre posto a metà strada tra mainstream ed indie senza mai appartenere completamente né ad uno né all’altro, e per questo spiazzanti. Ma ne L’Amore e la Violenza più che incendiari sono ormai rassicuranti: non c’è nulla di rivoluzionario, gli amanti del gruppo troveranno tutto ciò che apprezzano dei Baustelle, e all’opposto ai detrattori  non mancherà pane per i loro denti. La band di Francesco Bianconi, Rachele Bastreghi e Claudio Brasini è così, nei secoli fedele a sé stessa, alla propria immagine stilistica e musicale sapientemente costruita in tutti questi anni, da incasellare in un loro genere a parte. E, parafrasando la storica frase latina hic manebimus optime, in quello spazio i Baustelle ci stanno benissimo, pur non sorprendendo più: e perciò come cantavano ne Le Rane , “[…]il tempo ci sfugge / Ma il segno del tempo rimane”. Amen.