Eccoci qui, anche oggi pronti a recensirvi in 5 semplici punti uno degli album più interessanti (ed inaspettati) di questo mese di luglio. Sì, stiamo parlando proprio dei The Avalanches e del loro ultimo album Wildflower.

1. CHI SONO I THE AVALANCHES?

Nativi della terra australiana i The Avalanches sono uno dei gruppi più importanti per la storia del sampling e, dunque tra i principali esponenti del genere plunderfonico (musica ottenuta tramite l’alterazione e l’utilizzo di suoni già esistenti e registrati) insieme a gente del calibro di Dj Shadow, giusto per citarne uno. Dopo un folgorante esordio con Since I Left You (2000), un tour internazionale e una serie di progetti secondari sono letteralmente spariti dalla circolazione per ripresentarsi (in grande spolvero) quest’anno con la loro seconda fatica.

2. IL DISCO

Partiamo subito da una constatazione: fare buona musica a partire da altra musica già esistente, oltre a non essere facile, è estremamente laborioso e richiede molto più tempo. Basti pensare al loro primo album in cui sono stati utilizzati 1000 sample diversi per un totale di 600 dischi. Inoltre non va sottovalutato tutto il lavoro di crate digging.
Detto ciò possiamo concentrarci sul loro ultimo album. A prima vista la tracklist potrebbe apparire ostica con i suoi 22 brani, salvo poi accorgersi della presenza di 6/7 interludi che se da un lato rischiano di appesantire il tutto, dall’altro favoriscono la coesione e l’unità di un disco pensato per essere ascoltato nella sua interezza e secondo l’ordine delle tracce, quasi fosse una sorta di viaggio psichedelico. A proposito Robbie Cheater, membro del gruppo ha detto: It starts in a kind of hyperrealistic urban environment, then goes on a road trip to the sea or the desert or the countryside, while you’re on acid. So you start in the city and over the course of the record you end up somewhere far away from there, high as a kite. E dall’ascolto si evince proprio ciò. Si parte con un hip hop spensierato e cazzeggiante per poi gradualmente approdare verso scenari bucolici e lisergici. È un disco più suonato rispetto al precedente ma anche più hip hop (si vedano le collaborazioni con MF Doom e Danny Brown). In definitiva, però, possiamo definirlo un disco che vede come maggiore fonte di ispirazione (oltre a pesanti dosi di LSD) la psichedelia dei 60s e dei 70s, in particolare i Beach Boys.

3. IL DISCO: TRACCE MIGLIORI

Innanzitutto devo ammettere, pur essendo un grande appasionato di rap, la superiorità dei brani psych-pop rispetto a quelli rappati. Se quest’ultimi risultano più immediati ed orecchiabili, d’altro canto rischiano di stufare leggermente dopo i primi ascolti. Decisamente più appaganti sono brani come la delicata e stupenda “If I Was a Folkstar” che vede la collaborazione di Toro Y Moi. O la simil shoegaze “Colours” coadiuvata da Jonathan Donahue, frontman dei Mercury Rev. Tra le tracce hip hop vanno comunque segnalate “Frankie Sinatra”, il singolo di lancio, e “The Noisy Eater” il cui ritornello è costruito su un coro di bambini che canta “Come Together”. “Saturday Night Inside Out” rappresenta la vera perla di questo disco. Inclassificabile, stralunata, con lo spoken-word di David Berman e l’accompagnamento vocale di Father John Misty.

4. VALE LA PENA ASCOLTARLO?

Un disco così spensierato, solare, cazzone, allegro, ballabile e, cosa più importante, fatto di buona musica, può non essere ascoltato d’estate?

5. CONCLUSIONI

The Avalanches sono tornati sfornando un ottimo album capace di distrarre, di divertire e di mettere il sorriso. Un disco che si pone come un viaggio dai contorni sfumati e colmi di acido lisergico, a partire dalla suggestiva copertina. Un disco che riesce a staccarsi da un genere il cui sbocco naturale sarebbe l’hip hop, andando a lambire i territori della psichedelia, del rock, dello shoegaze ma anche del soul e della chillwave. Uno sguardo nel passato per rinnovarsi e aprirsi al futuro.
L’unica nota dolente è l’amaro in bocca per tanti pezzi che faticano ad essere considerati delle canzoni vere e proprie ma che appaiono più come demo, dei diamanti grezzi in attesa di essere raffinati.

Filippo Greggi