Ogni tanto, nel tortuoso e imprevedibile sentiero della storia musicale si incontrano dei dischi unici, che con la loro forza influenzano centinaia di artisti e che creano intorno a loro come un vuoto impenetrabile. Dischi impossibili da replicare, che aprono un nuovo squarcio in terre sonore sconosciute, che inaugurano nuovi percorsi da esplorare. Stilarne una lista sarebbe impossibile, ognuno ha la propria. Progetti musicali nati dal genio musicale di persone folli che riescono, con una facilità sconcertante, a superare i limiti sonori ed estetici. Semplicemente perché non li vedono.

Gli Autechre, duo inglese composto da Rob Brown and Sean Booth, sono un pilastro dell’elettronica a cavallo tra i due millenni. La loro ricerca sonora dura da ormai trentanni e li ha portati dall’essere maestri dell’ambient-techno di scuola Warp Records fino alle estreme sperimentazioni sonore e tecnologiche delle quattro ore di Elseq 1-5. Nella loro carriera hanno disseminato almeno due o tre pietre miliari del genere – dischi come Incunabula, LP5, Confield – e negli ultimi anni la loro musica è diventata sempre più aliena e basata su complessi algoritmi costruiti sul software di programmazione musicale Max. Un modo di comporre che richiede tantissimo studio ed enorme pazienza.

La stessa che serve per ascoltare il loro ultimo disco: NTS Sessions 1-4. Un lavoro lungo otto ore diviso in quattro sessioni radiofoniche andate in onda su NTS Radio nel mese di aprile, che verrà rilasciato anche in formato fisico: dodici vinili oppure otto CD. Un manifesto sulla manipolazione sonora che fa piazza pulita intorno a sé ponendosi come la fine di un percorso e l’inizio di un altro nel mondo della musica elettronica e non solo. Un disco che senza l’aiuto di un’estetica esplicita ed espressiva, forse proprio grazie alla sua ermeticità, sembra cogliere l’essenza del vivere in una società sovraccarica di input e straripante di informazioni: un flusso continuo che scorre inarrestabile e che cambia sempre, impercettibilmente, le sue coordinate disorientando chi viene travolto.

 

“It’s not that we don’t feel like emotions are important, more that it’s hard for me to imagine a sound that doesn’t convey some sense of something, and quite often when people discuss emotions in music they only think of happy or sad as being emotions, when imo emotions are a lot more than that”

NTS Session 1

Ed è proprio l’essere sopraffatti la sensazione principale fin dalle prime battute del lungo viaggio. “t1a1” è un’incessante marcia di colpi profondi poggiati su uno strato di interferenze da cui emergono, nella parte finale, dei timidi accordi in bilico fra inquietudine e sollievo. I brani sono tutti molto lunghi e variano in modo lento: un gioco di lievi cambiamenti che ne creano di altri repentini e imprevisti. Una dinamica instabile che getta nell’incertezza chi ascolta. In “debris_funk” ci perdiamo in una cascata di detriti elettronici che cade su un ritmo sincopato, ma i confini sono sfumati: non c’è sezione ritmica e sezione melodica, solo frammenti di suono che insieme concorrono alla formazione e allo sviluppo del brano.

“l3 ctrl” ci cattura, nei primi secondi, con una morbida melodia. È una trappola, lo sappiamo, ma ci cadiamo dentro lo stesso, in una corsa cadenzata da un ritmo indiavolato che toglie il respiro per sedici minuti; mentre “north spiral” ce ne regala altrettanti di drum and bass erosa da distorsioni algoritmiche, che sul finale si disintegra fino a perdersi in un lungo eco. Solo un attimo di tregua prima della mastodontica “gonk steady one”: ventidue minuti fra suoni pungenti, desolate praterie di tappeti sinusoidali più dolci e poi di nuovo sottoboschi di rumori taglienti.

Gli Autechre sfruttano al massimo la spazialità sonora giocando spesso con lunghissimi reverberi alternati a tocchi di interferenze secche. Il penultimo brano della Session, “four of seven”, è anche il più accessibile di queste prime due ore di viaggio: tutto è costruito su un ritmo più familiare e su arpeggi che si intrecciano e ci riportano alle melodie aliene e ipnotiche di Amber. A chiudere i giochi del primo capitolo le acute risonanze di “32a_reflected”, una breve pausa ambient per ricaricare le energie.

NTS Session 2

Nella seconda parte del viaggio i brani si fanno più corti; tutto diventa ancora più dinamico e tortuoso. Nel primo, “elyc9 7hres”, disturbanti effetti sonori tessono un tappeto ritmico che corre a 140 bpm. Poi le pulsazioni scendono e si fa spazio il ritmo lento e zoppicante di “six of eight”. Ma la sensazione di caos e casualità che pervade NTS Session è un’illusione costruita in modo meticoloso. In realtà, ora che il quadro comincia a essere più chiaro, tutto è al proprio posto: l’intera struttura è sapientemente costruita per far risaltare le sue parti, da quelle più confuse e sintetiche a quelle più ordinate e umane. La freddezza delle macchine contrapposta al calore del tocco umano.

In “Xflood” finiamo però in un trip horror dominato da un inquietante eco in stile Requiem di György Ligeti per il monolite di 2001: Odissea nello Spazio. “dummy casual pt2” è invece una più rassicurante improvvisazione downtempo. Un punto dove ritrovare l’orientamento per riperderlo subito in “violvoic”, un’altra montagna alta 15 minuti da scalare con pazienza. Gli Autechre estraggono materiale sonoro raro e lo manipolano formando una gigantesca statua di ritmi disturbati e spigolosi domati da abissali linee di basso. L’approdo finale, l’ultima cima è la seguente “sinistrailAB air”. ll panorama diventa limpido e spazioso: particelle acute trasportate da un pad graffiante rendono l’aria rarefatta.

Ma non si può rimanere troppo tempo ad alta quota e quindi si scende per altri 15 minuti con “e0”, una nebbiosa jam dai timbri meno aggressivi. È sempre il solito gioco di differenze: ritmi spigolosi con pseudo-rullanti e frammenti di frequenze che si rincorrono contrapposti a superfici morbide create da lievi organi digitali. Tutti i brani sembrano provenire dalla stessa sorgente sonora, ma tutti possiedono un’anima unica da cui si sviluppano e si evolvono per poi scontrarsi. Gioco che si ripete fra la penetrante “9 chr0″ e gli ultimi venti minuti della seconda Session, “turbile epic casual, stpl idle”, un brano ambient che ci fa immergere in uno sconosciuto mondo subacqueo.

“how would a modern ae dance track sound like?”
“but we are making dance music”

NTS Session 3

Superata la prima metà del percorso, il viaggio prende vie più ipnotiche e meno spigolose per dirigersi verso la sua imponente conclusione. “clustro casual” è un’altra alienante marcia resa però più accessibile grazie ad accordi spettrali che fanno da sottofondo a schizofrenici battiti robotici. Dall’immersione ambient in chiusura della Session 2 sembra essere sbucati in un mondo cavernoso in cui tutto suona distorto, amplificato e rabbuiato, come in “splesh”, un agglomerato di suoni organici difficile da digerire, che negli ultimi secondi sembra anticipare quello che arriverà alla fine del percorso.

Ma è ancora presto. Ci sono ancora i beat acidi di “tt1pd”, un altro gigante da ventidue minuti da mandare in pasto ai timpani, accarezzati e sfregati da frequenze corrose e ritmi allucinati. E poi ancora l’andamento ipnotico degli undici lunghi, troppi, minuti di “acid mwan idle”. Se l’inizio questa Session 3 ci aveva illuso di aver preso una strada più melodica, “fLh” ci toglie ogni dubbio. La dissonanza, o meglio l’instabilità, armonica torna a fare da padrone. Lo stesso copione si ripete in “glos ceramic”, uno dei brani meglio costruiti delle NTS Session. L’andamento è segnato, nella prima metà, dalle ipnotiche linee melodiche di un profondo suono abrasivo e poi, nella seconda, si torna sott’acqua, con una cupa sezione ritmica dal sentore industrial che sfuma in una coda ambient.

Nell’ultima parte, il terzo capitolo di questo lungo viaggio assume un’andatura lenta, quasi a preparare il terreno per il gran finale. Dopo la dimenticabile parentesi simil-minimalista “g 1 e 1” – utile però per riprendere, di nuovo, fiato – c’è la notturna “nineFly”, che richiama l’estetica di Exai e L-Event, e “shimripl air”, con le sue sepolcrali risonanze, ma soprattutto, a chiudere NTS Session 3, c’è “icari”. Venti minuti stracolmi di glitch ampollosi, layer sonori separati che si fondono, arpeggi e melodie che appaiono e scompaiono in un attimo, persi in un mare di frequenze basse, assolute, e pulsazioni profonde che attanagliano le orecchie.

NTS Session 4

L’ultimo capitolo del viaggio. Il suono comincia ad arrancare, come se anche l’enorme macchina costruita dagli Autechre per comporre NTS Session stia cominciando lentamente a morire. “frane casual” è l’inizio della fine: il ritmo non c’è quasi più, i disturbi sonori diventano sempre più piccoli, un rumore cupo cerca di sommergere tutto, ma non ci riesce. Dopo la seguente “mirrage”, una parentesi di ambient etereo, c’è infatti “column thirteen”. L’abrasività delle frequenze che a fasi alterne hanno dominato il lungo viaggio sembra scomparsa. Al loro posto, con il solito gioco delle differenze, suoni dal timbro morbido si accavallano fra intrecci spettrali scanditi da un battito lento: un’atmosfera sognante che scioglie i timpani stanchi.

“shimripl casual” è l’ultimo vagito prima dell’autodistruzione. In ventiquattro minuti, scanditi da glitch improvvisi che interferiscono su una trama sonora costruita su lunghe vibrazioni rarefatte, si consumano le ultime energie residue, dell’ascoltatore e della macchina. Tutto poi finisce, non solo le NTS Session, ma anche qualcosa di più, forse un pezzo di storia musicale, con “all end”. Il meccanismo creativo e tecnologico, umano e non umano, che ha generato sette ore di musica implode su stesso generando un’ora di drone che occupa ogni fessura, ogni minimo spazio vuoto, in continuo mutamento e adattamento. L’eco infinito di un nuovo universo appena nato e in veloce espansione.

“keep moving out of your comfort zone. Soon as you feel like something is easy, change things to taste. Follow taste where it leads you”

Gli Autechre con le NTS Session ricostruiscono i canoni della musica elettronica. Sommano tutte le esperienze e le sperimentazioni sonore del ventesimo secolo, da Pierre Schaeffer ai Kraftwerk fino ad Aphex Twin e tanti altri, le fanno passare attraverso il filtro della nuova tecnologia, rappresentata dal complesso sistema compositivo Max, scomponendole fino a una dimensione atomica per poi ricomporre, con i pezzi trasformati, un puzzle vastissimo e indecifrabile. Un puzzle nuovo per un mondo nuovo: quello dell’information overload, quello in cui lo spazio e il tempo per un disco lungo otto ore, un elemento che sovraccarica ancora di più il sistema, sembra mancare fisicamente.

Anche per questo motivo gli Autechre sono dei pionieri e NTS Session è la loro frontiera: forzando i nostri e i loro limiti hanno creato uno spazio là dove non si pensava fosse possibile crearlo. Hanno creato e addomesticato frequenze là dove sembrava impossibile farlo. Hanno fatto un passo in avanti oltre il confine che separa la terra del suono conosciuto da quella del caos sonoro sconosciuto. Hanno scoperto un nuovo mondo che forse, noi comuni mortali, ancora non siamo in grado di comprendere ed esplorare. Hanno creato un disco unico.