Gli Arcade Fire sono finiti. Sono finiti dopo Funeral. No, dopo The Suburbs. Anzi, hanno sempre fatto schifo. Everything Now ne è la dimostrazione. Everything Now è la conferma che la band è nella fase conclusiva della parabola del successo. Anzi, sì è già schiantata al suolo, e queste dodici tracce rappresentano la manifestazione sonora dell’impatto.
O forse no. Forse hanno provato un’altra volta a cambiare il loro sound, sempre molto derivativo e citazionista, ma comunque personale e autentico. Ci sono sempre le menti che hanno costruito brani come Wake Up sotto quei synth glitterati e i groove anni 80: il gruppo rock alternativo allergico al mainstream, ma che sul mainstream costruisce la sua fortuna, sia quando ne prende le distanze, sia quando cerca di farne parte.

L’importante è che si parli di loro, e di parole su di loro e sul loro nuovo disco se ne sono scritte a valanga, un torrente di giudizi più o meno discordanti, più o meno cattivi. Everything Now, ha risvegliato dal letargo detrattori e ammiratori (che è, a dirla tutta, ciò che bisogna fare per vendere). Un disco stracolmo di idee, contraddizioni, trovate geniali e cadute di stile. Un disco umano sull’umanità occidentale e su ciò che la nutre, l’Everything Now, il Tutto Adesso e tutti i suoi lati negativi.

Every inch of space in your head
Is filled up with the things that you read
I guess you’ve got everything now

Un concept forte e ostico da trattare, riassunto nella title track, che apre le danze e mette le cose in chiaro, dal punto di vista tematico e musicale. Win Butler canta di menti stracolme sature d’impulsi culturali, della morte dell’immaginazione. Il groove è imponente, la melodia godibile, fin troppo orecchiabile. Sulla stessa linea è anche la seguente Signs Of Life, un brano poco ispirato e molto forzato. Funeral e Neon Bible sono un ricordo lontano, non c’è spazio per le emozioni. Anzi, le emozioni vanno spente, soprattutto quelle negative.

La quarta traccia del disco, Creature Comfort, tocca il delicato tema della depressione e degli psicofarmaci in modo esplicito e diretto. È forse il pezzo più elettronico del disco, un po’ Chemical Brothers, un po’ Daft Punk (il casco argentato di Thomas Bangalter ha lavorato insieme alla band per qualche brano dell’album).
Questi primi brani sono una partenza scioccante anche per chi aveva previsto la svolta elettronica, con le chitarre relegate al ruolo di comprimarie e sample a gogò. Nulla di nuovo per chi conosce invece la filosofia della band del non ripetersi mai due volte, anche a costo di combinare un pastrocchio.

Assisted suicide
She dreams about dying all the time
She told me she came so close
Filled up the bathtub and put on our first record

Un rischio che diventa realtà nelle seguenti Peter Pan, un pezzo molto simile alla Flashbulb Eyes del precendente Reflektor: ritmo sempre molto ballabile, ma con una linea di batteria più leggera, quasi dub, reggae, quel pizzico di America centrale che Regine Chassagne infila in ogni disco, e in Chemistry, per cui valgono quasi tutti gli aggettivi appena citati. Entrambe alleggeriscono l’atmosfera anche nelle tematiche testuali e per entrambe tornano utili altri due aggettivi: deludenti e vuote.

Ma è proprio tutta la parte centrale del disco, di cui fanno parte le dimenticabilissime gemelle Infinite Content e Infinite_Content, identiche ma arrangiate in maniera opposta, la prima a là Month of May, la seconda a là Wasted Hours, in pratica un medley di The Suburbs fin troppo didascalico, che risulta fiacca, che si trascina lentamente fino a un lato B in cui emerge, dopo i ritmi forsennati della prima parte, il lato intimistico degli Arcade Fire, che in Everything Now risulta essere anche il migliore.

Ma anche quello più trascurato dal punto di vista promozionale, con la sola Electric Blue estratta come singolo, un brano che immerso al centro del disco assume un fascino molto più marcato, che spezza in due metà asimmetriche i quarantasette minuti dell’album. L’atmosfera si fa più pesante e buia, notturna nel senso sia positivo che negativo del termine. Un’atmosfera che si traduce in musica nello scarno arrangiamento di Good God Damn, in cui Win Butler riprende il suicidio in vasca da bagno descritto in Chemistry rovesciando il punto di vista e inquadrando la scena dal lato teologico, spirituale, meno concreto ma più facile da raccontare.

Put your favourite record on baby
And fill the bathtub up
You want to say goodbye
To your oldest friends

Si arriva alla doppietta finale, due brani che spiccano in modo prepotente sul resto del disco, sia per bellezza musicale, che per trovate compositive. Geniale è l’arrangiamento di Put Your Money On Money, che corre flebile su un arpeggio sintetico che incontra l’house anni 80, gli Abba (di nuovo) e la disco music tutta. E lo stesso ritmo rallentato, come ad annunciare che la pista da ballo è ormai vuota e che rimangono solo i pensieri notturni di qualche adolescente solitario un po’ sbronzo, introduce We Don’t Deserve Love. La gabbia che ci siamo costruiti per proteggerci dal bombardamento mediatico, dal piacere gratuito e dall’Everything Now ora ci tiene intrappolati, isolati dalle persone amate e lontani da Dio. Qui la musica è un mix fra dolcezza e distorsione, un qualcosa che non riesce a salvarci dall’inevitabile vuoto.

Forse però riesce a salvare, in parte, gli Arcade Fire da un disastro annunciato. Gli ultimi quindici minuti di Everything Now, non casualmente quelli meno forzati più sinceri e meno moralisti del disco, ci ricordano che lì in Canada ci sanno ancora fare.
Morale della favola. Poche delle parole spese da critici professionisti o Scaruffi wannabe su questo disco sono sincere e veritiere, forse nemmeno queste. No, gli Arcade Fire non fanno schifo e non sono alla conclusione della loro parabola artistica, giudizi dettati da una foga che ha ben poco a che fare con la critica musicale e molto invece con l’invidia. Ma sì, hanno combinato un bel casino, un pasticcio postmoderno, a mess, come molte recensioni inglesi poco generose hanno raccontato.

Un casino che forse non hanno capito neanche loro, sia nel crearlo, anche se aiutati da produttori validissimi, dal Daft Punk Thomas Bangalter a Geoff Barrow dei Portishead, sia nel promuoverlo. Speriamo abbiano imparato la lezione: non basta un concept forte e un sound deciso per fare un buon disco, ma anche delle idee musicali interessanti. Idee che Win Butler e soci hanno ancora e che devono sperare di non aver esaurito.