Tutto è iniziato con un concerto e un countdown. Il concerto è quello che Richard D. James, meglio noto alla storia della musica come Aphex Twin, ha tenuto al Field Day Festival di Londra lo scorso 3 giugno. Il countdown è quello apparso il 5 giugno sul sito dove è stato possibile seguire l’intera performance in streaming. Al primo giorno di festival è apparso al banchetto del merchandising del nostro Aphex un vinile dalla confezione giallo fosforescente. Il disco contiene undici tracce e va a ruba, ma per fortuna il sito del countdown, fra rallentamenti, accelerate e unità di misura aliene, il 20 luglio diventa uno store dedicato al geniale produttore inglese, dove appaiono quasi tutti i dischi di Richard con decine di bonus tracks e inediti.

Fra gli inediti c’è anche la versione estesa del disco londinese, che prende il nome dall’unica scritta stampata sulla confezione fisica gialla, London 03.06.17, e diventa a tutti gli effetti un nuovo album dello pseudonimo AFX. Tutti questi giri di parole porterebbero alla frettolosa conclusione che questo nuovo dischi sia una compilation di scarti data in pasto ai fan più accaniti. E invece basta un ascolto per rendersi conto di avere a disposizione un intero laboratorio di esperimenti elettronici, di varietà infinita, di genialità assoluta e di difficoltà non indifferente.

I primi quattro brani dei cinquantasei e passa minuti della versione digitale sembrano voler sgombrare il campo da ogni dubbio: questo disco non è come SYRO, non è un ritorno soft dopo anni di assenza, ma uno schiaffo che fa riattivare la parte del cervello dedicata all’esplorazione di nuovi orizzonti sonori. Mondi alieni governati dalla musica microtonale, da quelle fessure tra i tasti del pianoforte: le frequenze che noi raramente ascoltiamo, prigionieri dei 440 Hz dell’accordatura occidentale. MT1T1 bedroom microtune, il secondo brano del disco, suona lontana e atonale. Così come il ritmo sincopato di T03 delta t chiede molto alle orecchie dell’ascoltatore.

Ogni tanto lungo il tragitto appare un’oasi di familiarità. La prima, em2500 M253X, sembra la rappresentazione sonora di un paesaggio nebbioso, ma terrestre. Si ritorna alle frequenze che conosciamo, morbidissime dopo l’immersione microtonale della prima parte del disco.
Ma la pausa dura poco. Con T23 441 si ritorna nello spazio inesplorato, privo di punti riferimento se non quello fragile che ci offre il ritmo altalenante a bpm variabili. Solo raramente arriva all’orecchio un suono familiare, magari quello di una drum machine Roland, come in T20A ede 441.

Ma Richard questo disco l’ha strutturato bene, non si arriva mai a superare al limite della sopportazione, sa quando è tempo di far riposare l’ascoltatore, sa che nel suo universo è difficile sopravvivere per lunghi periodi. MT1T2 olpedroom è la seconda oasi, che subito verrà abbandonata per raggiungere il mare in tempesta, un mare che si chiama T47 smodge, decimo brano del disco e penultimo della versione fisica londinese, che si chiude morbidamente con sk8 littletune HS-PC202.

Da qui iniziano i brani aggiunti nella versione digitale. C’è un leggero stacco di stile e anche di produzione. Dopo le melodie labirintiche e claustrofobiche della prima metà del disco, T13 Quadraverbia N+3, suona come una finestra che si apre su un panorama sterminato e che porta aria fresca e ossigeno alle orecchie.
Il brano dà una forte indicazione stilistica che accomunerà il resto dei brani del disco. E proprio qui, verso la chiusura, arrivano alcuni fra i pezzi migliori.

T16.5 MADMA with nastya richiama le atmosfere eteree del leggendario album Selected Ambient Works 85-92, ma il brano sembra composto in tempi recenti. T08 dx1+5 ribadisce la grande abilità di Aphex Twin nella manipolazione ritmica, una jam quasi priva di melodia che scorre fluida e che apre la strada verso il finale del disco. T69T07 stasspa+3 suona proprio come una summa dell’intero percorso, con le sue frequenze extraterrestri costruite su un ritmo più semplice e vicino agli standard, che lentamente si spegne e ci congeda.
London 03.06.17, nonostante le premesse, è un disco fondamentale per seguire e capire l’evoluzione della musica di Richard D. James. Una nave che va seguita sempre, anche quando sembra puntare verso una scogliera che la frantumerà in mille pezzi. Ne sarà comunque valsa la pena.