Lo spin off di Hopelessness, album della svolta (in tutti i sensi possibili ed immaginabili) di ANOHNI pubblicato lo scorso anno, rappresenta un ulteriore passo avanti nella direzione civile e militante dell’artista che un tempo fu Antony: riduttivo ridurla ad una engagé LGBT, sarebbe più corretto definirla una attivista globale, paladina della coscienza e della forza femminile che regge il mondo. Una specie di iperfemminismo che rifiuta tutto ciò che riguarda il mondo maschile, latore a suo dire di aggressività, disgregazione, prevaricazione. Ma quello di ANOHNI è anche un panfemminismo che abbraccia la natura nel senso più esteso del termine: animali, ecosistemi, la Terra stessa, tutto è donna perché forza creatrice ed amorevole. Nella title track di Paradise, EP oggetto di questa recensione nonché come detto spin off di Hopelessness, ANOHNI canta infatti la dicotomia tra la figura materna, primordiale e generante, con quella paterna, violenta e prevaricante (“My mother’s love/Her gentle touch/My father’s hand/Rest on my throat”) che altri non è che la metafora della Terra in cui viviamo e che ci è stata donata e la protervia dell’uomo che ne fa carne da macello, devastando gli ecosistemi e ferendo i propri simili con atti belligeranti.  Cioè che fa la donna, insomma, disfa poi l’uomo.

La donna stessa è la forza salvifica del mondo: lo diceva già in tempi non sospetti quando era ancora Antony, lo disse in diretta nazionale pure a Sanremo quando nel 2013 fu ospite del Fazio III, sparando una filippica da brividi (nel disinteresse più totale) sulla minaccia distruttiva di un mondo al maschile e sull’ancora di salvezza che solo le donne, “con la loro conoscenza innata di interdipendenza, ascolto profondo, empatia e spirito di sacrificio” (ANOHNI dixit nelle note di rilascio di Paradise), possono offrire per salvare la nostra specie.

ANOHNI prosegue su quella via tracciata dalla rivoluzione che ha deciso per la propria vita, realizzando il proposito che cantava nel 2005 in For Today I Am A Boy (“One day I’ll grow up, I’ll be a beautiful woman”) anche musicalmente:  Hopelessness si apriva ad un inedito electropop rispetto ai suoni acustici ed intimistici e all’accompagnamento voce e piano dei dischi della gestione Antony and The Johnson. Vale anche per Paradise, in cui come nel precedente album si fa affiancare alla produzione da Ross Birchard (Hudson Mohawke) e da Daniel Lopatin (Oneohtrix Point Never). Risultato: bassi potenti e profondi come nella title track e nella blasfema Jesus Will Kill You e Ricochet, due freddi e taglienti inno all’odio indirizzati a chi detiene il potere e guida il pensiero delle masse, siano essi capitalisti o cristiano fondamentalisti, portatori secondo Anohni di una ideologia simile a quella della Jihad basata sulla guerra santa (mah).

Paradise raccoglie brani già testati live, come l’improvvisazione in bilico tra delicatezza ed inquietudine di In My Dreams e riporta in copertina i volti di donne attiviste impegnate in varie battaglie per i diritti e per l’ambiente già viste anch’esse durante i concerti di Anohni; una di esse, l’artista aborigena Nola Ngalangka Taylor, compare nella coda di She Doesn’t Mourn Her Loss, declamando alla fine di un brano dove compaiono strumenti acustici (chitarra e flauto) una specie di preghiera-riflessione sul fatto che la Terra non si soffermi appunto a piangere i suoi infiniti lutti ma vada avanti, si adatti e cambi (“She doesn’t mourn her changes / She just changes”, canta infatti Anohni). In pratica la legge della Natura: per sopravvivere, bisogna adeguarsi.

Paradise si divide quindi tra la ricerca di un idillio e la rappresentazione del dolore contemporaneo, espresso in Jesus Will Kill You con un incedere affaticato che pare quasi di sentire una processione di flagellanti (“Why you hurt me? / Why you make me so sick?”) e la voce dolonte di ANOHNI prende di mira il potere maschile (“You’re a mean old man”) e richiama l’attualità e l’assunzione di responsabilità (“What’s your legacy? / Burning fields in Iraq / Burning fields in Nigeria / Burning oceans / Burning populations”). Più soffuse la splendida You Are My Enemy, dove i tamburi di guerra si placano per lasciare posto ad una messa da requiem per le madri dolorose (“I never felt a part of this world / I reject the way that we live / I gave birth to my own enemy”) e I Never Stop Loving You: etera, inquietante, elegante e delicata, dalla veste polifonica grazie alle armonizzazioni e i melismi dei cori, che sono il vero punto forte del brano. In pratica, la versione minimale e depressa di Fistful of Love: una risposta ai drammi del mondo con l’amore.

I Never Stop Loving You merita un piccolo approfondimento: si tratta della settima traccia non presente nella tracklist ufficiale. Questo perché la canzone in questione si può ricevere ed ascoltare solo inviando una mail, per espressa richiesta di ANOHNI, ad un indirizzo fornito per l’occasione. L’idea alla base di questa iniziativa eccentrica si inserisce sempre nella critica al consumismo e all’usa e getta per gettare invece un ponte emotivo tra l’artista e l’ascoltatore. In questa mail infatti viene chiesto di raccontare con una breve frase il proprio pensiero su ciò che riteniamo importante e le speranze per il futuro nostro e dell’umanità: non soldi quindi, per ottenere la traccia, ma opere di bene. Così ho fatto: ho scritto un paio di banalità inneggianti al libero mercato come condizione fondamentale per la pace mondiale e ammetto di aver ricevuto in maniera tempestiva il brano, non deludente come il testo della mail visto che si trattava di una risposta preconfezionata redatta probabilmente dall’ufficio stampa. Ingenuo io che pensavo ANOHNI lì seduta a sorbirsi diligentemente una per una le mail e a rispondere ai nostri gesti di “anonima vulnerabilità” come lei li ha definiti. Alla fine la vera risposta è il brano quindi la sua musica, che resta decisamente più convincente e toccante di qualsiasi comizio.