Hopelessness. Senza speranza. Con questo titolo Antony Hegarty, frontwoman degli Antony and The Johnsons, ci presenta il suo nuovo progetto. Artista transgender, per l’occasione cambia anche il proprio nome in Anohni, togliendo una T e aggiungendo una H “perchè è una lettera silente con una forte qualità spirituale”. E Anohni mette tutta se stessa in un album che potremmo definire viscerale, per tematiche e presupposti, ma allo stesso tempo sublime. La rabbia è tanta, per un mondo cieco e sordo, a tratti disumano, e l’intento è proprio quello di elevarla, tramite la propria musica, per farne qualcosa di buono, di costruttivo. Così mette da parte pianoforte e basi orchestrali, che avevano caratterizzato la sua produzione fino ad ora, per cimentarsi in un’elettronica potente e sperimentale, più adatta per lo sfogo di un animo in rotta con il mondo circostante.

Anohni, con la sua voce estatica accompagnata da due producer di primo ordine quali Ross Birchard (aka Hudson Mohawke) e Daniel Lopatin (aka Onethrix Point Never), che non necessitano certo di presentazioni, riesce proprio in tale intento, proponendo allo stesso tempo qualcosa di innovativo e originale nel panorama odierno. Ma procediamo con ordine. L’inizio è dei più promettenti. La prima traccia, “Drone Bomb Me”, è una canzone d’amore dal punto di vista di una bambina afghana, la cui famiglia è stata uccisa da un drone. Lo cerca nel cielo, lo invoca, per andare incontro alla medesima sorte. Una storia d’amore perversa, una di quelle perversioni che trova terreno fertile solo nelle guerre più atroci, dove la vita umana perde ogni tipo di valore.

Dopo una serie di synth quasi onirici l’atmosfera cambia, si incupisce gradualmente fino a implodere nel ritornello, che ricorda vagamente un certo tipo di R&B (a la FKA twigs per intenderci). A seguire “4 Degrees”, che tratta il tema del riscaldamento globale, con ancora una volta un ribaltamento di prospettive: “I wanna see them burn, it’s only 4 degrees”. Qui l’atmosfera si fa apocalittica con l’utilizzo di percussioni tribaleggianti. Dopo le prime due movimentate tracce, che tra l’altro corrispondono ai singoli lanciati, abbiamo la piacevole pausa di “Watch me” dove viene invocata la protezione di un metaforico “Daddy”, una sorta di Grande Fratello, in una realtà distopica in cui si è perennemente controllati. La tensione sale nuovamente con “Execution” che, con il suo battito accelerato accompagnato da un pianoforte frenetico, presenta un andamento quasi militare che calza a pennello con la tematica, trattata anche con un pizzico di sarcasmo (“It’s an American dream”).

La denuncia lascia spazio all’intimità di Anohni in “I Don’t Love You Anymore”, ballata struggente che alterna per poi sovrapporre melodie orchestrali con un’elettronica distorta in un crescendo di intensità. Giungiamo così allo snodo dell’album “Obama” dove viene descritta tutta la delusione per quello si pensava sarebbe stato un presidente diverso. Viene invocato ripetutamente il suo nome, come fosse un mantra, mentre di sottofondo l’atmosfera si fa sempre più cupa per risolversi nel finale con un pianoforte scarno. In “Violent Men” si acuisce la sperimentazione (si sente la mano di OPN) per passare subito a uno dei punti più alti dell’intero disco, ovvero “Why Did You Separate Me From The Earth”. Anohni si eleva sopra ogni cosa, compresa la pur ottima base che però nulla può contro la sua voce. “Crisis”, la piu pop dell’album, si mantiene comunque ad alti livelli, pur peccando leggermente di ripetitività. La title track, che rappresenta forse l’unica nota dolente dell’intero lotto per un inizio insapore, riesce a risollevarsi nel finale. La conclusiva “Marrow”, è la quiete dopo la tempesta e svolge il suo compito alla perfezione con un testo di forte denuncia nei confronti degli Stati Uniti e del capitalismo.

Il messaggio che Anohni voleva trasmetterci è arrivato forte e chiaro. Ci esorta al cambiamento, a darci una mossa di fronte a un mondo alla deriva. E se sembrano non esserci più speranze, dopo questo album a noi ne rimane sicuramente una: quella nella musica e nella sua capacità di sublimare rabbia e dolore.

Filippo Greggi