“There is nothing new/Under the sun”, canta Angel Olsen in un brano della sua terza fatica, My Woman: effettivamente non ci sono grandi novità in questo nuovo lavoro della songwriter statunitense emancipatasi dal cerchio magico di Bonnie “Prince” Billy. Tuttavia non è detto che sia un male, perché il terzo album fissa un punto del percorso artistico della Olsen ormai prossimo alla maturità, pronta a scrollarsi di dosso paragoni con altre cantautrici e non della scena indie. Certamente alcuni brani di My Woman potrebbero ricordare inevitabilmente altre colleghe ma è chiaro l’intento di Angel Olsen di ritagliarsi il proprio posto al sole nel panorama musicale (come si potrebbe intuire in Shut Up Kiss Me:“If I’m out of sight then take another look around/I’m still out there hoping to be found”), e con questo album si inizia a fare sul serio.

Rispetto al precedente lavoro Burn Your Fire For No Witness in My Woman l’indie rock e le venature garage rimangono al loro posto ma si inseriscono in un album stilisticamente più sfaccettato e al tempo stesso più centrato nei temi focalizzati sul ruolo della donna e sui conflitti interiori che essa deve affrontare soprattutto nei rapporti con l’altro sesso. Nei brani si avverte poi la presenza e la personalità delle chitarre dell’ospite Seth Kauffman (cantante e chitarrista dei Floating Action) e la sferzata pop del produttore Justin Raisen (Ariel Pink, Kylie Minogue,Charli XCX, Sky Ferreira, Theophilus London, Santigold). Un disco idealmente e materialmente diviso in due parti, con un lato A dominato dalle schitarrate garage e grunge, più energico ed un lato B più intimista, il cui cambio di passo si riflette musicalmente dalla presenza di sole ballad.

La prima parte, quindi, si apre in medias res con il sadcore di Intern, un brano sull’alienazione puntellato dal falsetto e dal synth per poi sferrare un poker di brani che spaziano dal rock psichedelico di Never Be Mine (che ricorda la PJ Havey di Uh Huh Her) in cui la voce di Angel Olsen diventa una litania per le occasioni perdute, alla cavalcata grunge di Not Gonna Kill You, un ottovolante che chiude con i botti la prima parte del disco. Nel mezzo, le incomprensioni nei rapporti amorosi nel revival garage anni 90 di Shut Up Kiss Me e la nirvaniana Give It Up.

L’intimismo e le ballad si fanno spazio nella seconda parte con alcuni dei momenti più ispirati del disco come le lunghe Sister e Woman: nella prima una Olsen a cuore aperto si lascia andare ad una confessione a ad una sorella immaginaria (la cantautrice, ultima di otto figli, è stata adottata all’età di tre anni) in una ballad preziosa che nel finale si trasforma in una jam session dagli assoli di chitarra e dai cori mai troppo invadenti e dalla voce della Olsen, un mantra sempre  più sfumato e sussurrato. La progressive Woman invece è languida, seducente e maestosa: entrambi i brani, pur non essendo barocchi, pretendono molto all’ascolto ma con pazienza riescono a restituire l’impegno che richiedono. Si chiude con le atmosfere jazz di Those Were the Days (come se Kylie Minogue decidesse di darsi alle ballad indie) e all’inno minimale per piano e voce modulata sulle intensità emotive di Pops.

In tutti i brani Angel Olsen conferisce la sua personalità caricando espressivamente la propria voce, pregna del proprio vissuto e dei propri sentimenti e guidata da un album minuziosamente arrangiato che rifugge – escludendo il brano conclusivo – da una ricerca minimalista. In pratica, è un passo in avanti per ritagliarsi il proprio spazio nel vasto e popolato mondo della cantautrice indie, ed è un passo verso l’emancipazione da qualsiasi paragone con le proprie colleghe.