Correva il 2012 quando Luxury Problems di Andy Stott si presentava sulla scena elettronica come uno dei dischi più innovativi del momento. I suoi erano dei mix di ritmi e melodie che erano capaci di cogliere a pieno quell’impeto di struggenza nascosto, a cui spesso il genere non ci aveva abituato. Il suo percorso continua due anni dopo con Faith in Strangers che confermò esattamente quelle tendenze, con un animo ancora più cupo, a tratti gotico.

Too Many Voices sembra proprio essere il lavoro che fonde insieme tutte le sperimentazioni di Stott di quest’ultimi 4 anni, ogni traccia è quasi una storia a sè, facendo di questo disco un microcosmo che racchiude come in uno scrigno i diamanti più preziosi della scena. L’apertura con Waiting for You sembra un lavoro Warp Records, ricordando inevitabilmente Oneothrix Point Never e la sua musica tendenzialmente accellerazionista. Ma subito dopo Butterflies ci porta in un mondo completamente diverso, un qualcosa che da Andy Stott non ci si aspetta, dando subito al disco una ventata di R’n’B che si sposa perfettamente alle distorsioni del pezzo.

Quasi straniante, ma non fuori luogo. First Night infatti ci delizia con un sound che ci riporta sul finale degli 80’s, con un crescendo di incursioni ambient, ancora R’n’B, accostate a dei synth del tutto moderni, attuali. Selfish e On My Mind fanno capire quanto questo album sia un laboratorio musicale, frutto della sperimentazione più accurata, che danno tonalità del tutto nuove, facendo inevitabilmente avvertire, inoltre, una vena più intima ed introversa che fino ad adesso era mancata lasciando spazio ad una verve più eccentrica. Stott diventa così un animo cosmopolita, aperto sia all’esperienza più viva che a quella pensante. Over e Too Many Voices affermano lo spirito vivo che aleggia in questo disco, che rendono il tutto un quadro più umano che robotico, che respira a pieni polmoni ed è più vicino a noi di quanto sembri.

Too Many Voices è definibile come un lavoro dal sapore neoclassico, dove l’esperienza R’n’B, i synth ’80-’90, l’ambient pre-duemila si fonda con dei ritmi freschi e calzanti, un pò techno, un pò dub, emancipando definitivamente Andy Stott da mosse se non prevedibili, già sentite. Il suoi lavori degli ultimi 5 anni hanno come risultato intensità, nostalgia, a tratti angoscia, senza mancare però note di colore che in questo ultimo album soprattutto hanno dato una identità ancora più controversa al suo background. Sembra essere una svolta completa, lontanissima dagli esordi, ma che lascia adesso pensare a diversissimi scenari per il suo prossimo futuro, con una prova ancora più grande da superare, per riconfermarsi, ancora una volta, dopo gli ultimi ottimi 3 album, un inestimabile genio creativo.

 

Andrea Irace