“Non dimenticate il punto prima del nome .Paak!” È stato a lungo il tormentone che girava su internet prima che il secondo album dell’artista in questione fosse rilasciato. Una via di mezzo fra una frase Nerd-musicologa ed una ironica che però poteva dare, indirettamente s’intende, più di qualche spunto di riflessione per comprendere un disco come Malibu. La sua prima qualità? Appunto la massima cura per i dettagli. Accompagnando il tutto con una produzione magistrale.

Partiamo dalle cose più semplici. Anderson .Paak suona come una fusione creativa di Chance The Rapper e Frank Ocean, andandosi a collocare direttamente in quella vasta fetta di offerta musicale catalogabile come post-r’n’b / future r’n’b (o come apprezzate di più chiamarla). Che poi sarebbe la stessa cosa di prendere Marvin Gaye; fargli incontrare synth, ableton e campionamenti e dargli carta bianca. Certo, quest’album va a competere in un mercato ampiamente saturato da centinaia e centinaia di produzioni in quest’ultimi anni, ma fra tutti è certamente uno di quelli che emerge maggiormente per la sua freschezza e la sua estetica.

Malibu è coerente ma allo stesso tempo variegato; non annoia nemmeno per un istante e, soprattutto, non ha la pretesa artistica che molti altri suoi simili si porta dietro. La sua è una musica che scorre fresca e limpida come una dolce onda che continua ad accarezzare la spiaggia, andandosene e ritornando sempre con leggerezza. Questo viaggio però passa da dolci sussurri come quello di The Bird a brani decisamente più elettronici come Parking Lot, ma nel complesso l’esperienza sonora è pressoché esaustiva.

Collaborazioni di prestigio impreziosiscono questo lavoro: Schoolboy Q; ormai una vera e propria certezza per quanto riguarda il Rap, The Game, uno dei prescelti di Compton, e l’affermatissimo BJ The Chicago Kid. Tutto questo fra una miriade di altri ospiti e collaboratori che hanno saputo impreziosire quest’album con cura ed eleganza. Nonostante ciò, Malibu suona comunque come un album intimo al punto giusto che rispecchia appieno la personalità del suo autore. Probabilmente la sua stesura si è avvicinata -con le giuste proporzioni- a quelle degli album di Kanye West: il genio creativo che coordina le abilità tecniche a lui precluse. O perlomeno proprio questa è l’impressione. Francamente sarebbe difficile immaginare qualcosa di diverso prendendo in esame questa produzione.

Concludendo; le sue 16 tracce sono indubbiamente un gran bel viaggio ispirato e ricercato. Cosa chiedere di più? Probabilmente nulla, Anderson .Paak deve essere assolutamente soddisfatto del suo lavoro. Applausi.