Aldous (Hannah) Harding, viene dalla Nuova Zelanda, la stessa terra dei canti intimidatori degli All Blacks e della voce che fece innamorare David Bowie, quella di Lorde. Per arrivare in Europa o negli Stati Uniti, da lì serve un salto, musicale e fisico, bello lungo. La Harding l’ha compiuto nel 2014, con un disco d’esordio tra folk e pop, acerbo ma fulminante, uno di quelli che poi caricano di enormi aspettative.

Quest’anno è arrivato un altro salto, stavolta solo musicale, con il secondo disco di Hannah, Party, uscito per 4AD. John Parish, già produttore di PJ Harvey, Goldfrapp e anche Afterhours, ha affiancato la cantautrice neozelandese nel processo di arrangiamento; il risultato è un suono più maturo e complesso, che mantiene la base chitarra-voce ma ne espande i confini. Lo stesso vale per la voce di Hannah, che sembra possedere vita propria: dolce e confortante, ma anche aspra e inquietante, a volte irritante e pungente.

All my life (hey!) I’ve had to fight to stay
You were right, love takes time, hey, hey

Mutazioni che la Harding a tratti fatica a gestire. Una è quella più vicina a Nico, un timbro basso e solido da cui arrivano anche i migliori brani del disco. “I’m So Sorry”, ma soprattutto “Imagining My Man”, un manifesto vocale in cui si alternano l’alto e il basso, che diventano stati d’animo, anche loro in continuo cambiamento. È uno dei brani meglio costruiti e arrangiati del disco: la melodia, in altre parti del disco un po’ troppo debole (“The World is Looking For You”), qui guida un multiforme tappetto di strumenti. Anche “Swell Does My Skull” è vocalmente vicina a Nico, ma a seguire la voce di Hannah c’è solo la chitarra acustica, che rende ancora più intima quella che sembra una confessione, un’ammissione di colpe che la neozelandese rivolge a se stessa.

Un’altra mutazione vocale della Harding si avvicina al timbro di Joanna Newsom, senza però riuscire a raggiungere (impresa difficile) la stessa limpidezza. A questo gruppo appartiene la title track del disco, forse il brano più ambizioso, che racchiude tutto ciò che funziona e non funziona di Party. Riuscitissimo l’arrangiamento, con gli strumenti che si aggiungono nel brano quasi sussurrando, per non sovrastare il delicato arpeggio di chitarra, così come i cori, che si amalgamano alla perfezione con la voce di Hannah. D’altra parte c’è una struttura troppo ripetitiva, che tende un po’ troppo a sfruttare melodie poco incisive. Simile discorso vale anche per “Horizon”, qui la Harding sembra quasi crogiolarsi nei repentini e a volte troppo artificiali cambi di stili vocali.

I broke my neck
Dancing to the edge of the world, babe
My mouth is wet, don’t you forget it

C’è poi un gruppo di brani in cui l’equilibrio compositivo e vocale ha la meglio sulla voglia di differenziarsi a tutti i costi. È il caso di pezzi come “What If Birds Aren’t Singing They’re Screaming” e “Living The Classics”. Il primo è un brano molto semplice, della giusta lunghezza, in cui il timbro vocale si lega in modo perfetto al minimale accompagnamento di pianoforte. Il secondo è molto vicino a Elliott Smith, un’influenza importante nella musica della Harding che qui si fa più ancora più evidente. Ma la sua è una variazione riuscita che attualizza e dà nuova luce alla formula messa a punto dal cantautore statunitense.

Riusciti sono anche gran parte dei testi, che raccontano quello che ci aspetterebbe da una ragazza di 27 anni (l’amore, le dipendenze, le inquietudini), ma senza cadere nel banale, grazie a un’abile strategia di detto non detto: un mare di significati impliciti, che non raccontano ma restituiscono all’ascoltatore emozioni difficilmente esprimibili in modo esplicito.

Swell does the skull
I don’t want to be a sinner, no
Don’t want to be a sinner, no
But bourbon, always bourbon

Nel complesso Party fa quello che ci si aspetta dal secondo disco di un’artista: definire un contorno musicale da cui partire per invadere nuove frontiere, magari aggiustando il tiro su certi aspetti. Aldous Harding lì dalla Nuova Zelanda di territori ne ha già conquistati parecchi, ma ora il suo compito è portare avanti il suo concetto musicale molto originale, e quindi molto divisivo, nel modo migliore.