Ammetto che non è stato facile ascoltare senza pregiudizi questo Hymns nonostante l’ombra di una carriera discografica non esaltante. E’ riconosciuto unanimemente che, oltre a quel meraviglioso esordio che fu Silent Alarm, il gruppo capitanato da Kele Okereke non sia mai riuscito a sostenere l’enorme hype che si era creato attorno ad esso.

I Bloc Party di oggi però sono solo dei lontani parenti di quelli che nel lontano 2005 portarono una ventata d’aria fresca alla scena indie internazionale. Prima di tutto sono cambiati gli interpreti; perché da quella storica formazione due membri su quattro hanno deciso di abbandonare il gruppo. E il suono -ebbene si, il suono- è cambiato talmente da far sembrare Comedown Machine degli Strokes la copia sputata di Is This It.

Secondo il mio giudizio anche in questo quinto album in studio i difetti sono decisamente maggiori dei pregi perché, parliamoci chiaramente, dopo che hai composto canzoni come Banquet ed Helicopter non puoi avere la faccia tosta di dare alla stampa un brano come Love Within. Va bene cambiare, sarei il primo a lodarlo, ma purché non si tratti di un’involuzione. Dopo 10 anni di attività se tutto ciò che hai da dire alla musica sono delle scontate e scialbe canzoni pop allora la cosa più saggia da fare è “appendere gli scarpini al chiodo”; come qualche neofita sportivo potrebbe dire.

Se volessimo guardare il bicchiere mezzo pieno potremmo dire che sicuramente questo è l’album migliore che i Bloc Party hanno pubblicato dopo il loro esordio. Apprezzo la sua coerenza e il suo assestarsi su registri più minima; forse non rivoluzionari ma quantomeno accettabili. Poi il vuoto.
Un pezzo come Fortress può essere equiparato ad un riempitivo di un album di Lorde che, nel suo genere, è decisamente più interessante. Love Within è invece ridondante ed esageratamente pomposa.

Non è chiaro a chi sia dedicato questo album. Forse ai fan della prima ora? Può darsi, o forse no. D’altronde dubito che una persona che si innamorò dei primi Bloc Party possa trovare godimento sentendo questo lavoro. Agli ascoltatori occasionali? Non credo, perché francamente tra l’infinita scelta discografica di oggi vi sono migliaia di dischi più meritevoli. Ai fan di questo gruppo che si sono avvicinati alla sua discografia con A weekend in the city – Intimacy – Four? Questa sembra essere l’ipotesi più plausibile. Il dubbio riguarda il fatto se esista o meno qualcuno che rientri in questa categoria.

Per il resto, Hymns scorre senza lasciare traccia alcuna. Non un picco creativo, non una scelta stilistica interessante. Solo noia, tanta, troppa.