La caratteristica principale e ampliamente condivisa del populismo prevede l’instaurazione diretta di una relazione fra popolo e leader, il quale giura pieno sostegno e fedeltà al popolo ma allo stesso tempo si presta ad un attivo modus operandi tendente alla ricerca del potere, grazie anche alle sue doti carismatiche e mobilitatrici capaci di diffondere nelle masse un sentimento di speranza con l’aspettativa di vedersi realizzate le proprie aspettative nel minor tempo possibile.

Il movimento populista ha conosciuto la sua nascita nelle campagne russe fra le fine dell’800 e l’inizio del ‘900, pregno di caratteristiche tendenti al socialismo, anche a causa della sua provenienza comunitarista che prevedeva il miglioramento delle condizioni di vita dei contadini attraverso un socialismo basato su una comunità rurale, in completa contrapposizione alla società industriale d’occidente. La nascita del termine viene attribuita anche al Populist Party nato negli Stati Uniti all’inizio del 1891  da gruppi di operai e agricoltori che si battevano per la libera coniazione dell’argento, la nazionalizzazione dei mezzi di comunicazione, la limitazione nell’emissione di azioni, l’introduzione di tasse di successione adeguate e l’elezione di presidente, vicepresidente e senatori con un voto popolare diretto. Insomma, esempi diversi, nati in circostanze diverse, ma accomunati da una tendenza ad un certo ardore nei confronti del popolo.

Dare oggi una definizione esatta del termine populismo è impresa ardua, dalla sua comparsa fino ad oggi si è assistito ad una evoluzione che ricopre un calderone ben più ampio di movimenti e partiti, che siano di destra o di sinistra. Negli anni si è cercato spesso di collocare il termine sotto una più limitata sfilza di sinonimi e definizioni, e spesso si è finiti in divagazioni ideologiche, filosofiche e talvolta anche lessicali. Sono stati fatti azzardi e paragoni, accomunati dal solo e semplice motivo che sia a destra che a sinistra ci si è sforzati a far luce sulla crisi politica che ormai intercorre da circa un decennio o poco più.

“Il populismo si manifesta quando un popolo non si sente rappresentato. È «malattia infantile» della democrazia quando i tempi della politica non sono ancora maturi. È «malattia senile» della democrazia quando i tempi della politica sembrano essere finiti.”

E’ così che sintetizza il fenomeno Marco Revelli nel suo libro “Populismi 2.0”, in una analisi che fa rifermento chiaramente ai diversi casi come quello di Matteo Renzi e Matteo Salvini in Italia, Podemos in Spagna, Donald Trump negli Stati Uniti e la Brexit nel Regno Unito. Tutte situazioni diametralmente opposte, ma che si ritrovano inevitabilmente sotto l’ombrello definitorio del populismo. Perchè se a destra siamo di fronte ad una sorta di “rivoluzione neoconservatrice” che affonda i suoi obiettivi politici principalmente nelle classi popolari (compito che un tempo apparteneva alle sinistre), a sinistra si finisce per sforare così tanto che pur di giocare ad armi pari con l’opposizione storica si scende a patti non del tutto tipici. Ma cosa sta accadendo esattamente? Se un tempo ci sforzavamo tanto ad anteporre il “pre” prima di qualunque aggettivo, oggi il “post” ha assunto una onnivalenza non da poco, a chiarimento del fatto che ci troviamo in un mondo nuovo, un’epoca dallo scenario distorto rispetto al passato che poco alla volta trova una constatazione sempre più limpida. Forse non sbaglia qualcuno a dire che non ci troviamo di fronte ad una crisi politica, ma in un semplice cambiamento di significato dei termini politici e forse anche di retorica, che se prima vedeva onnipresente lo scontro fra destra e sinistra, oggi è fra il basso contro l’alto. Dunque il popolo contro le élite, con quest’ultime oggetto di indiscriminate accuse, spesso utilizzate come armi da chi il populismo ne fa il proprio mantra, anche se talvolta contraddicendosi (vedesi tutti i componenti di Goldman Sachs che siedono sulle poltrone dell’amministrazione Trump).

E’ dunque semplice capire come il populismo fonda tutto il suo successo sul fatto che in ogni momento della storia ci sia un popolo che si sente escluso, deprivato, e quindi senza troppi meriti si trasforma più che in una strategia, in qualcosa di sentito, uno stato d’animo condiviso, una forma di disagio. Lo stesso Revelli a proposito ci dice: “è un’entità molto più impalpabile e meno identificabile entro specifici confini e involucri. È uno stato d’animo. Un mood. La forma informe che assumono il disagio e i conati di protesta nelle società sfarinate e lavorate dalla globalizzazione della finanza totale […] nell’epoca dell’assenza di voce e di organizzazione”. Che va ad agire nel vuoto […] prodotto dalla dissoluzione di quello che un tempo fu la sinistra e la sua capacità di articolare la protesta in proposta di mutamento e di alternativa allo stato di cose presente”.

La stessa sinistra che si vede appunto sostituita nelle sue trattazioni storiche, come nel caso della classe operaia che viene assorbita dalla destra la quale trova letteralmente la strada spianata grazie all’abbandono nella quale versa il ceto proletario (se così ancora possiamo definirlo). La destra e la sinistra che cambiano. La classe operaia che cambia. Succede dunque che tutte le distinzioni ideologiche vengono superate dai cosidetti “partiti pigliatutto”, o ancor peggio da chi trova il perno principale per il suo slancio al potere in qualcosa che altrimenti, in un’epoca diversa, avrebbe tutt’altro che pensato di tradire la fedeltà di un partito o di un movimento praticamente figlio di una determinata fazione. La sinistra si fa élite, la destra scende fra la gente e diventa quasi espressione del popolo. Ma ovviamente le eccezioni non mancano, e partiti come il già citato Podemos diventano ancora rappresentanti “popolari” e di sinistra, seguendo una nascita e una crescita coerente proveniente dai famosi indignatos dei movimenti di piazza spagnoli, riuscendo dunque ad incanalare tutto il sentimento di rivalsa tanto caro a chi ha sempre sostenuto la semidimenticata lotta di classe.

Ma facendo un passo indietro, cosa porta esattamente la sinistra a farsi élite? Revelli spiega: “Quasi ovunque l’agitazione neo populista in basso viene utilizzata apertamente da chi sta in alto, senza apparente contraddizione” e conclude dicendo. “E forse questo spiega il motivo per cui le élite governanti d’Europa, e con esse la maggior parte del sistema di informazione, pur fingendo indignazione e timore nei confronti di queste insorgenze […] non fanno che rafforzarle nel seguito”.

Forse l’unica cosa in opposizione al populismo di destra che la sinistra riesce a compiere in quest’ultimo periodo è far venir fuori una sorta di orgoglio elitario, in opposizione all’ormai dilagare delle destre anti-intellettuali che con lo “schema pigliatutto” hanno conquistato fette di popolo non poco cospique. Lo stesso orgoglio però che spinge la sinistra a chiudersi in una nuova forma di populismo che difende chi ormai è stanco dei modus operandi grossolani delle destre, ma che propone allo stesso tempo lo scenario che ha portato alla ribalta le destre di mezzo mondo. E se l’alternativa è questa, l’egalitarismo ha ancora tanto da rincorrere per vedersi realizzato.