Siamo alla fine degli anni 80’. Finita l’ondata di funk e disco, un nuovo genere è diventato padrone dei locali di tutto il nord America: l’house music, sprigionata dagli enormi sound system dei locali di Detroit, ha appena sorvolato l’oceano e sta per invadere le classifiche musicali europee. Ma un’altro genere musicale si è fatto spazio silenziosamente nei locali frequentati da afroamericani, omosessuali e qualche giovane bianco alternativo di Detroit, e a questa forza dirompente, che ha preso il nome di Techno, stanno strette le quattro mura delle discoteche. Servono spazi più grandi, impianti audio più grandi e folle capaci di occupare migliaia di metri quadrati.

Nascono i primi Free Party, ed era dal sessantotto che la musica non si scontrava con intenti politici così profondi e coscienti: ripudio della proprietà privata, negazione del music business dei dj, una nuova e più consapevole concezione delle droghe. Dalle enormi fabbriche dismesse di Detroit, all’inizio degli anni 90’, i Free Party invadono l’Inghilterra e il loro carico politico va a scontrarsi con gli ultimi strascichi della controcultura hippy. Nasce la Rave Culture, un fenomeno, durato poco meno di un decennio, che avrebbe influenzato tutto il mondo musicale del nuovo millennio.

In inglese la parola Rave significa delirare, entusiasmarsi. Vanni Santoni, nel suo libro “Muro di casse”, racconta un aneddoto molto particolare. I primi a usare il termine raver sono, nel 1961, i giornalisti inglesi per identificare i più audaci fan del jazz che avevano invaso il piccolo villaggio di Beaulieu in occasione Beaulieu Jazz Festival (che peraltro si concluse quell’anno).

Trent’anni dopo, dai grandi capannoni abbandonati di Detroit, la techno, l’acid house, la jungle e i loro forsennati ritmi da 150 e passa bmp, arrivano in Inghilterra e fanno tremare i sobborghi di Londra inaugurando la Second Summer of Love inglese. I Rave nei primi anni 90’ sono un tripudio di luci stroboscopiche, laser show, abiti fosforescenti, macchine del fumo (elettroniche, ma anche umane), martellanti beat in quattro quarti e MDMA. La figura del dj non esiste più, ma esitono le crew dei sound system che girano l’Europa diffondendo il culto del rave. Tra i più famosi ci sono Spiral Tribe e The DiY Sound System.

Ma nel 1994 tutto sta già per finire. In Inghilterra, la nazione che aveva per prima raccolto gli ideali della Rave Culture americana, ai governanti non piace ciò che accade in questi grandi raduni. Ci vedono il degrado di una generazione, ci vedono un terreno fertile per gli affari della criminalità organizzata, non ci vedono nulla di positivo. In parte hanno ragione, ma la reazione è eccessiva. Il Criminal Justice and Public Order Act 1994 mette a freno i rave inglesi e si spinge anche a definire il tipo di musica elettronica usato in queste manifestazioni come “beat ripetitivi” e quindi capaci di danneggiare psicologicamente una persona. Gli artisti reagiscono. Autechre, Orbital, The Prodigy e tanti altri musicisti pubblicano brani o addirittura interi album carichi di dissenso politico verso il Criminal Justice Act. La cultura rave inglese, in pratica, finisce (rimane solo qualche evento, perlopiù a pagamento, poco frequentato), ma nel resto d’Europa, invece, continuano a organizzarsi grandi raduni e grandi manifestazioni. Nasce la Love Parade di Berlino, la Street Parade; in Francia si organizzano i contro festival. Anche in Italia qualcosa si muove.

Lo Spiral Tribe fa tappa a Roma nel 1995 e a Milano nel 1996. La Rave Culture arriva in Italia. Anche nella capitale decine di spazi vengono occupati e trasformati in club all’aperto. Le regole sono semplici: l’organizzazione dell’evento avviene in segreto; nelle prime ore del pomeriggio, tramite il passaparola, i neonati sms e le radio libere, si cominciano a diffondere le prime informazioni per la serata, ma per arrivare al luogo vero e proprio bisogna seguire le tracce lasciate nei dintorni, graffiti, volantini, cartelli. La festa ha inizio nelle ultime ore del giorno e finisce all’alba. Oltre a ex fabbriche abbandonate e zone industriali dismesse, a Roma anche diversi centri sociali organizzano raduni a base di techno, acid house e jungle. Uno dei primi, come racconta Francesco Palmieri in un suo saggio, è la street parade organizzata in occasione della messa all’asta del Forte Prenestino.

In Italia, così come nel resto d’Europa, i rave cominciano a estinguersi verso la fine degli anni 90’. Il loro linguaggio perse gradualmente significato e i rave cominciarono a diventare fonte di guadagno, eventi di lucro, un’evoluzione che andava radicalmente contro gli ideali che avevano dato il via alla Rave Culture.

Difficile dire cosa rimane di quel decennio allucinato, ma carico di significato. La risposta più ovvia sarebbe che l’eredità dei rave illegali degli anni 90’ è stata raccolta da grandi festival EDM come Tomorrowland o l’Ultra Music Festival (la stessa Love Parade è andata avanti fino alla tragedia di Duisburg nel 2010), eventi che però hanno ben poco in comune con quella voglia di abbattere le barriere culturali che alla fine degli anni 80’ tenevano in ostaggio un mondo che correva veloce verso il nuovo millennio. I rave non sono mai spariti del tutto, anzi, ultimamente nuove forme ed espressioni di quella cultura stanno cominciando a proliferare ancora una volta in Inghilterra, anche a causa della grandissima crisi che i club inglesi hanno affrontato negli ultimi anni.

La sensazione è che in qualche modo e in una qualche nuova evoluzione, quegli stessi ideali che hanno alimentato la Rave Culture degli anni 90′, torneranno sconvolgere le notti. Nel frattempo di quel periodo ci rimane la musica, quella nuova musica libera, la vera scintilla che ha scatenato il tutto, il fattore fondamentale, il grado zero dell’altra grande rivoluzione musicale del ventesimo secolo.