Giovane, tecnicamente ottimo e promettente, non c’è da meravigliarsi se le aspettative per l’album di Logic fossero alle stelle; tuttavia, come spesso accade in questi casi, più alta è l’aspettativa, più grande è la delusione. Le parole chiave per descrivere Everybody sembrano essere superficialità e noia.

Il disco ha una sorta di concept di fondo: la storia di Adam (nome tutt’altro che casuale) che, dopo essere morto entra in un limbo in cui una figura divina –La cui voce appartiene all’astrofisico Neil DeGrasse Tyson– gli spiega che deve reincarnarsi in ogni singolo essere umano di ogni epoca storica sul pianeta per poi ascendere a una condizione superiore, diventando un dio a sua volta. Il problema di questa componente è che viene portata avanti con degli skit interamente parlati, estremamente lunghi e noiosi che avrebbero potuto benissimo essere più brevi e concisi; come se non bastasse, il tutto si conclude con “Dio” che rivela ad Adam il senso della vita: fare il possibile per aiutare l’umanità a crescere ignorando le persone che ci danno contro, sapendo che i nostri possedimenti materiali non hanno in realtà alcun valore –una considerazione a dir poco banale e infantile-.

Quando questi tediosi skit non portano avanti la storia di Adam, Logic cerca di affrontare degli argomenti socio-politici e razziali, trivializzandoli in un modo oltraggioso e contraddicendosi costantemente. Un perfetto esempio di questo è Take it Back, in cui prima dichiara la purezza e l’innocenza dei neri contro la malignità dei bianchi, per poi dirsi orgoglioso della sua “bi-razzialità” e promuovere idee di uguaglianza universale; la parte più interessante del brano è quando alla fine PARLA (letteralmente) della sua esperienza con il razzismo da parte di entrambe le etnie, ma è a dir poco triste vedere un rapper che riesce a veicolare concetti parlando piuttosto che tramite le proprie rime.

I temi politici che Logic affronta espongono il tipico qualunquismo di chi vuole parlare di determinati argomenti senza aver prima fatto le dovute ricerche ed essersi informato adeguatamente, sputando idee infantili e stupide come quella di lasciare l’America ai nativi, l’Africa ai neri e l’Europa ai bianchi e distruggere i grattacieli e i casinò, come se questo non facesse collassare l’economia mondiale portando tutti all’assoluta povertà.
Il picco di questa banalità viene raggiunto dalla penultima traccia: Black SpiderMan, che vuole sottolineare l’importanza di avere icone della cultura popolare di colore, ignorando il fatto che dovrebbero essere le idee a ispirare le nuove generazioni più che l’aspetto fisico di un personaggio e passando così per razzista a sua volta.

Un altro aspetto gestito in modo disastroso sono le collaborazioni, in particolar modo quelle di due giganti dell’Hip Hop: Killer Mike dei Run The Jewels in Confess, ridotto al ruolo di predicatore, non più di rapper e Chuck D dei Public Enemy, che nella traccia America si nota appena –e avrebbe giusto un paio di cose da insegnare a Logic riguardo il Rap politico-. Anche J. Cole, presente nell’ultima traccia, risente dello stesso problema, essendo confinato ad una strofa alla fine (dopo le cinque rappate da Logic) che sembra registrata da un vecchio cellulare, trasformando anche il suo contributo in potenziale sprecato.

Hashtag pray for this, pray for that
But you ain’t doing shit, get away from that
Blame it on black, blame it on a white
Blame it on a gun, blame it on a Muslim
Everybody wanna blame him, blame her
Just blame it on a mothafucka killing everyone!

Non è tutto negativo in quest’album, tre brani in particolare si fanno notare: Killing Spree, un’accusa a chi ignora i massacri e le tragedie che avvengono quotidianamente o ne parla senza fare nulla di concreto, carica di pathos ed emozione; 1-800-273-8255 è una bellissima introspezione sulla vita in cui Logic non si limita a rappare, ma canta anche il suo dolore, la sua mancanza di voglia di vivere e la sensazione che la propria vita non sia veramente sua, per poi arrivare alla conclusione che vale comunque la pena di vivere e tantare di migliorare la propria esistenza; la traccia successiva, Anziety, è probabilmente la più bella dell’album e affronta il tema dell’ansia e deli attacchi di panico in maniera sentita e magistrale, incoraggiando un suo amico suggerendogli una via d’uscita da quella situazione.

Damn, my skin fair but life’s not

I beat dell’album non sono particolarmente ispirati o innovativi, ma sono curati e nel complesso funzionano, specialmente quello di AfricAryaN, l’ultima traccia, che comincia con dei sintetizzatori per poi assumere un tono Soul e concludere con un’influenza Jazz.

Nel complesso, nonostante la tecnica sia, come sempre, efficace e alcune tracce risultino estremamente profonde, i contenuti lasciano molto a desiderare. Questo è particolarmente fastidioso considerando il fatto che, se Logic si fosse concentrato su temi personali e introspettivi anziché su quelli politici, l’album sarebbe stato ottimo. Un’altra enorme pecca è la lunghezza: troppo tempo viene sprecato con gli skit e troppo poco impiegato nell’avanzamento effettivo del disco.

Riuscirà Logic a redimersi con il prossimo album? Senza dubbio lo speriamo.