Big K.R.I.T. è sempre stato considerato uno dei rapper più sottovalutati nel panorama Hip Hop americano, eppure sembra aver ottenuto un discreto successo con il suo album del 2017, album che è finito al terzo posto nella mia classifica di quell’anno. Va da sé che, dopo un discone come 4eva Is A Mighty Long Time, non vedessimo tutti l’ora di sentire cosa K.R.I.T. avesse in serbo per noi questa volta. Finora il 2019 non è stato un grandissimo anno per l’Hip Hop e lui era proprio uno degli artisti su cui contavo di più per risollevare la situazione. Purtroppo, ascoltando K.R.I.T. Iz Here, mi viene in mente soltanto una parola: delusione.

Il problema non è tanto una carenza di qualità rispetto al lavoro precedente e non è nemmeno legato alla presenza della Def Jam come in quelli precedenti, questa volta la questione è ben più grave: il sound è generico, blando e decisamente troppo pulito e “standard” per adattarsi al rapper. I testi non sono proprio pessimi, ma notevolmente lontani dal livello e dalla qualità ai quali K.R.I.T. ci aveva abituato. A peggiorare il tutto abbiamo una durata esagerata: 19 tracce alcune delle quali sono state prese dai suoi EP dell’anno scorso e aggiunte all’album tanto per allungare il brodo –come se ce ne fosse bisogno.

Il sound, come già detto, non brilla certo per originalità e, anzi, tende a ricalcare uno stile più Pop e accessibile; cosa che non può che far male a un rapper e produttore pieno di talento e di idee come K.R.I.T., che aveva catalizzato le sue influenze Soul, Blues e Jazz in un suono suo che lo rendeva unico nella scena. Questa scelta può essere stata influenzata da un desiderio di rendersi più commercialmente accessibile, tuttavia ci sono casi –come questo– in cui questa scelta può rivelarsi controproducente e togliere ad un artista il suo carattere e la sua unicità.

Una traccia in particolare è imbarazzante: Blue Flame Ballet, l’ennesima traccia che parla di uno strip club cercando però di darvi un punto di vista più “dignitoso” (o di fare ironia, veramente non si capisce quale sia l’intenzione); idea a dir poco retrograda e ipocrita, che di sicuro non mi sarei aspettato da un artista maturo e riflessivo come K.R.I.T..

Read for me, grieve for me
If I’m gone, and carry on on your own
You’re way stronger than you think

Le tracce che riescono a intrattenere e a distinguersi un po’ di più sono, ironicamente, quelle riciclate dai precedenti EP, tuttavia comunque non sono niente che faccia gridare al miracolo, anzi sono piuttosto mediocri per i suoi standard. Il tutto fa quasi rimpiangere il periodo nella Def Jam che, sebbene limitasse la creatività dell’artista, perlomeno garantiva un certo standard qualitativo nel prodotto riuscito che era pur sempre basso, ma qualcosa riusciva a tamponare.

You ain’t ever seen the stars and the moon glow
Never heard your Granny yell out, “Boy stop slammin’ them doors,” hey
Mid-Atlantic, Aunty May
Think about ’em all the time
Show the young boy how to be a grown man
From a grown man to a king so I could shine

Le due tracce che mi hanno dato effettivamente l’impressione di star ascoltando K.R.I.T. sono Prove It con J. Cole (che ancora una volta si dimostra migliore nelle collaborazioni che nei suoi stessi progetti) e M.I.S.S.I.S.S.I.P.P.I..
La prima è una sorta di inno ai risultati ottenuti con l’impegno e la perseveranza, con un ringraziamento a chi ha creduto nel rapper; la strofa di Cole, come spesso lui tende a fare in questi casi, esce dalla canzone stessa, raccontando una sua personale storia riguardante uno dei suoi primi fan e delle sue esperienze relative a K.R.I.T..
La seconda rispecchia effettivamente la personalità e le influenze dell’artista: su un beat fortemente Jazz che sa di improvvisazione, il rapper si lancia in un’unica, lunga strofa che tratta le sue origini e il suo percorso artistico e umano, mentre la base si evolve in una serie di cambi e di acrobazie che accompagnano il testo alla perfezione.

Tutti amiamo la figura dell’underdog, il personaggio venuto dal basso e costantemente sottovalutato che riesce con le sue sole forze ad affrontare le avversità e farsi strada verso il posto nel mondo che gli spetta. Questo succede perché un po’ ci rispecchiamo in questo ideale e, naturalmente, vogliamo vedere il successo di chi lo merita e Big K.R.I.T. ha sempre rappresentato tutto ciò. Purtroppo, il suo quarto album ufficiale non è stato all’altezza delle aspettative, il che è un peccato considerando il talento che l’artista ha sempre dimostrato di avere. Non resta che sperare che questo non sia che un piccolo passo falso in un’altrimenti brillante carriera.