Metto un incantesimo su di te…

Se volessi scuotere il mondo con delle parole, assicurati di scegliere quelle giuste. Usane poche, magari, ma sceglile bene. E impara a dirle con il tono di voce più adatto, curando timbro e sfumatura in ogni dettaglio.

Oppure lascia tutto al caso. Lascia che venga come deve venire. Magari sei una di quelle persone che hanno la magia nella voce, naturalmente.

 “Metto un incantesimo su di te. Perché sei mia. Faresti meglio a lasciar perdere quello che stai facendo. Non ti sto mentendo. No, non ti sto mentendo

(Screamin’ Jay Hawkins, I Put a Spell On You)

Jalacy Hawkins scrive il proprio più grande successo all’età di ventun anni. I Put a Spell on You è il brano che consacrerà Jalacy e gli farà guadagnare il soprannome di Screamin’ Jay, Jay urlante. Pare che lui e la band si fossero presentati ad una session per la Columbia ubriachi marci. È in quel momento che il  suo personaggio  nasce. Sul palco, inizia a strabuzzare gli occhi, a dimenarsi; sporca la propria voce baritonale con grugniti, ansiti, urla. Avrà bisogno di riascoltare le registrazioni per recuperare il vuoto di memoria lasciato dall’alcol e capire cos’avesse avuto di tanto speciale quell’esibizione.

Sono davvero poche, le parole con cui Jay ha scosso il mondo. Il suo incantesimo è composto da versi che si possono contare sulle dita delle mani, versi che si ripetono come un mantra, o come le bestemmie di un meraviglioso rito profano.

E sarà quello stile ebbro ed inebriante a diventare il suo marchio di fabbrica: l’atteggiamento selvaggio e gutturale sarà portato all’estremo nel corso delle esibizioni: Hawkins prenderà a vestirsi con costumi di scena sempre più eccentrici: turbanti, piercing d’osso al naso, abiti esotici; il suo aspetto si avvicinerà man mano a quello di uno stregone vudù, e le sue esibizioni si tingeranno di toni grotteschi e stregati. Lo stage sarà costellato di finti scheletri; ad un certo punto diventerà consuetudine per l’artista iniziare lo spettacolo uscendo da un feretro.

Gli occhi candidi spalancati, la bocca contratta, le più calde e ricercate sfumature liriche alternate ai versi più bestiali: I Put a Spell on You sembra essere un inno dionisiaco, un canto tribale. Come dice lo stesso titolo, un incantesimo, un rito, un urlo di gelosia ossessiva e di seduzione estrema. Il

narratore/incantatore alterna seduzione, risentimento, minacce malcelate.

 “Quel modo in cui continui a scappare… non riesco a sopportarlo, quando mi disprezzi. Metto un incantesimo su di te, perché sei mia

(Screamin’ Jay Hawkins, I Put a Spell on You)

Il timbro di Hawkins, altalenando estasi angelica ed agonia infernale, rende l’artista uno stregone, un negromante, un anticristo del palco. I Put a Spell on You è stata probabilmente una pietra miliare fondamentale in quell’immaginario secondo il quale la black music è la musica del diavolo.

L’immagine di Jalacy può essere interpretata come qualcosa in più di un costume di scena, di un Alice Cooper ante tempore. Le sue urla potrebbero essere qualcosa in più di una caratteristica vocale, la sua canzone-simbolo più  di una hit: potrebbe trattarsi di un inno alla tentazione, ad una passionalità che non sia impastoiata dalle norme sociali dell’America post-guerra.

Hawkins diventa un diavolo tentatore e allo stesso tempo sofferente per il rifiuto, sofferente per il proprio orgoglio ferito. Eppure, la sensualità della sua voce può essere una liberazione non solo per il suo ego offeso, ma anche per la vittima della sua tentazione.

Ce ne sono state, di ere di proibizionismo e restrizione culturale ed individuale. In un certo senso, l’America di Hawkins e quella dei padri fondatori non sono troppo dissimili. Norme etiche e religiose vengono a nascere e a rafforzarsi fino a sfociare nel fanatismo, al fine di salvare l’anima di un idnividuo o di una società da un pericolo alieno.

Se dovessi pensare ad un’opera che racconta magistralmente il gioco trilaterale di tentazione, peccato e libertà all’interno dell’animo umano, sicuramente penserei a The Witch, film del 2015 di Robert Eggers.

Nel New England del ‘600, una famiglia di colonizzatori inglesi viene allontanata dalla comunità a causa delle idee religiosamente estremiste di William, il patriarca. Decisi a condurre una vita appartata all’insegna di un umile sostentamento, i membri della famiglia vedranno i loro sforzi vanificati da una minaccia incombente: la scomparsa di Samuel, il figlio minore, non è che l’avvisaglia di una forza oscura che li prenderà tutti.

Ora, la strega che dà il titolo al film, e che sembra abitare i boschi circostanti la casa dei protagonisti, è più che altro un concetto. La strega è il fantasma della tentazione, la tentazione latente dell’adolescente Caleb nei confronti della sorella Thomasine, ogni giorno più bella; la tentazione dell’invidia da parte  della madre Katherine nei confronti della giovinezza della figlia; la tentazione della paura, che porta al sospetto reciproco, perfino nei confronti delle persone più care. Nei toni spenti della natura circostante, della foresta, e degli stessi personaggi, iniziano ad infiltrarsi pian piano delle simboliche note di rosso.

 

Ti piacerebbe sentire il sapore del burro? Un bel vestito? Ti piacerebbe vivere nel piacere? Ti piacerebbe vedere il mondo?

 

Eppure, anche quando, nel finale, questa tentazione prende il sopravvento su ogni barlume di bene insito nell’animo umano, non ci sentiamo di lanciare accuse. Perché la promessa del sapore del burro e di un bel vestito, della libertà, sembrano valere il prezzo che si dovrà pagare per ottenerla; perché è molto più allettante delle minacce e delle soppressioni di una religione e di una mentalità oscurantiste ed oppressive, sono seta sulla pelle se paragonate alle immagini di dannazione, unica alternativa alla rinuncia a qualsiasi piacere, imposte dal fanatismo. E il rosso di cui parlavo prima, simbolo del sangue e del peccato, appare di una bellezza sconcertante se paragonato al grigio che domina ogni cosa.

Anche in un finale così pessimistico, l’incantesimo della tentazione puà essere visto come un sollievo: parole di velluto e carta vetrata, che anestetizzano eppure risvegliano l’anima. Non sarebbe la prima volta che il Diavolo, nella letteratura e nell’arte, rivesta un ruolo di rivoluzionario “giusto”. Basti pensare a quella tradizione che, dal Paradiso Perduto di Milton porta a Devilman di Gō Nagai.

Passando, naturalmente, per Il Maestro e Margherita, di Michail Bulgakov.

Troviamo una società paralizzata, imbalsamata in canoni immobili. Troviamo vittime e carnefici. Troviamo una forza movente, pronta a spazzare via le basi di questo sistema anchilosato. Si parla di satira, di commedia nera, di critica sociale profonda. Il conflitto tra bene e male è ambiguo, quando il simbolo stesso del Male (per come lo concepiamo noi) sovverte e sconvolge un sistema che, nel suo conservatorismo, è molto più malvagio e ipocrita di quanto non vorremmo ammettere.

Che senso ha morire in corsia, con l’accompagnamento dei gemiti e dei rantoli dei malati inguaribili? Non sarebbe meglio organizzare con quei ventisettemila rubli una bella festa e prendere del veleno, trasferirsi nell’altro mondo al suono della musica, circondato da belle ragazze ebbre e da amici scanzonati?

(Michail Bulgakov, Il Maestro e Margherita)

 

Quello stesso diavolo che ha ispirato la canzone Sympathy for The Devil dei Rolling Stones arriva come un uragano nella Mosca degli anni’30, e come un uragano la spazza dalla sua falsità, dalla sua immobilità culturale e sociale. Sembrano bastargli poche parole per portare una persona alla follia, per scuoterne l’esistenza; come succede nella storia della musica, poche parole per iniziare un gigantesco effetto domino, poche parole per scatenare una serie di eventi imprevedibili, catastrofici. Divertenti. Memorabili.

Forse, chi ha detto che la black music è la musica del diavolo, ci aveva visto (sentito) questo: un incantesimo.

 Nicola De Zorzi