E’ un lunedì mattina di un anno non molto lontano dal nostro, per le vie delle città girano poche auto guidate dal pilota automatico, gli spazzini-robot hanno da poco completato il loro compito di ripulire le strade dai rifiuti, le persone man mano che la mattinata avanza si ritrovano nei parchi, nelle piazze e negli spazi ricreativi. C’è chi si dedica al giardinaggio, chi fa sport, qualcuno preso dalla foga creativa ha cominciato a dipingere, un gruppo di ragazzi ha messo su una band, altri hanno organizzato un seminario di storia della filosofia, e c’è anche chi ha il tempo di perdersi in qualche deriva fra i boschi. E’ arrivata la piena automazione, l’essere umano è finalmente libero dal lavoro, la terra comincia ad essere l’eden tanto agognato dopo secoli di battaglie.

Raccontata così, questa sembra voler essere l’ennesima utopia tramandata giusto per farcire di retorica il già fin troppo acceso dibattito sul lavoro, o meglio sul suo futuro. Eppure già da un decennio il discorso sull’automazione sembra riguardare concretamente un pò il globo intero, seppur con tutte le interpretazioni, sfumature e critiche che puntualmente il discorso fa venire fuori. Fra le più gettonate c’è sicuramente la teoria di molti studiosi keynesiani secondo cui un altissimo numero di lavoratori sarebbe oggi a rischio disoccupazione. Stando al credo comune, non appena ci saranno a sufficienza robot e macchine estremamente intelligenti, intere occupazioni scompariranno ed una fetta molto larga degli attuali “occupati”, si ritroverà senza lavoro. Guai però a riflettere su quali nuove opportunità si apriranno per coloro i quali verranno “sostituiti”.

Il dibattito sull’automazione del lavoro si è ufficialmente riaperto nel 2013, dopo la pubblicazione da parte di Carl Benedikt Frey e di Michael Osborne (due professori della University of Oxford) di un paper intitolato “The Future of Employment: How Susceptible are Jobs to Computerization?”.

La tesi principale di questo lavoro è che circa la metà degli occupati statunitensi sia attualmente ad alto rischio “sostituzione”. In altre parole, l’introduzione di macchine artificiali intelligenti e la digitalizzazione di interi sistemi aziendali porteranno a decine e decine di milioni di disoccupati nel corso dei prossimi due decenni.

Frey e Osborne concludono il loro studio in modo pessimistico senza però porsi una domanda fondamentale: cosa succederà una volta che l’effetto di sostituzione avrà fatto il suo corso? Ci sarà un altrettanto forte effetto di compensazione che poterà alla creazione di nuove industrie, occupazioni e quindi nuovi posti di lavoro? Tutto ciò non ci è dato sapere, ma è facile pensare che il progresso tecnologico porterà alla creazione di nuove occupazioni, esattamente come avvenuto in passato. Probabilmente, questa nuova ondata di trasformazione tecnologica dovrà essere considerata più una transizione che una rivoluzione. L’unica cosa di cui per ora siamo certi è che in passato i catastrofismi luddisti sul progresso tecnologico non si sono mai verificati.

Intanto al porto di Amburgo si può già osservare il futuro del lavoro. L’Agv 87, una tavola che si muove su delle ruote alte quanto un essere umano, sposta merci nel terminal. Telecomandati a distanza, impacchettano tutte le merci di cui ha bisogno l’essere umano. E per farlo, appunto, non serve più la mano dell’uomo. Caldo, freddo, pioggia o neve non frenano i ritmi di lavoro, come una danza che va avanti 24 ore su 24. Il terminal di Altenwerder è uno dei più moderni al mondo, il lavoro dell’essere umano è praticamente ridotto all’osso, e ciò che prima rendeva infernale la vita di un operaio del porto, adesso è compiuto dall’Agv 87. Detto questo, l’automazione spaventa molti. Decine di studi, come quello sopracitato di Frey e Osborne, sono decisamente pessimistici, con la man forte degli imprenditori che fanno a gara a chi lancia previsioni più negative. Senza parlare di chi come Karl Marx ci ha passato la vita a profetizzare il futuro del lavoro, e come annunciò nel “Frammento sulle Macchine”, la sua previsione era che l’automazione avrebbe sostituito completamente la manodopera umana, portando al collasso finale del capitalismo. Certo, qui si ragiona per estremi, qualcuno addirittura esclamerebbe “Finalmente!”, ma nessun studio in particolare dà la certezza di chi abbia o meno ragione.

Sono sempre esistite invenzioni o nuove tecniche di lavoro che hanno portato via la manodopera umana. La stampa sostituì gli amanuensi, il mulino sostituì i contadini, e infine le fabbriche che durante la rivoluzione industriale cancellarono gran parte delle botteghe esistenti all’epoca. Almeno dove la rivoluzione era arrivata, visto che l’Europa meridionale soffrì un ritardo abbastanza ampio sotto questo punto di vista, ma questa è un’altra storia.  Ma, in ogni caso, il processo di razionalizzazione del lavoro è stato quasi sempre compensato dalla nascita di nuovi lavori in altri settori. Due ricercatori del Mit di Boston, Erik Brynjolfsson e Andrew McAfee, hanno descritto nella loro opera “La nuova rivoluzione delle macchine”, questa seconda ondata rivoluzionaria come la distruzione di milioni di posti di lavoro, che potrebbe stravolgere completamente la struttura della nostra collettività. Descrivendo il processo di crescita della nostra società come un lento ruscello che durante il corso della storia ha portato poco alla volta a migliorie del nostro stile di vita, arrivati alla rivoluzione industriale il mondo ha conosciuto un benessere mai visto prima che come una cascata ha inondato la vita dell’essere umano. Oltre al benessere però, anche la povertà aumentò a dismisura creando le premesse di quello che sono stati e sono ancora oggi gli squilibri del capitalismo moderno. Il progresso tecnologico migliorò solo in parte la vita degli esseri umani, e secondo i due ricercatori questa rivoluzione digitale farà il doppio dei danni.

C’è chi però pensa positivo. Il Financial Times sprona l’occidente intero ad abbracciare l’automazione, così come già sta capitando in Cina. Forse bisognerebbe un attimo fermarsi a pensare che dopo tutto, l’ottimismo che sta attraversando il mercato del lavoro asiatico, potrebbe in qualche modo sposarsi con una nuova forma di economia moderna. Sì, pensando alla crescita, allo sviluppo economico, ma con i giusti requisiti per pensare ad un nuovo modo di lavorare. Probabilmente l’automazione non sostituirà mai del tutto l’essere umano e quindi una nuova autogestione sarebbe l’ideale. Investimenti nella qualità della vita, nei servizi, in nuove mansioni, e magari nuovi stimoli. Sì, investimenti in stimoli, perché uno stato che garantisce o quanto meno propone una visione nuova degli stili di vita può sembrare utopico, ma anche il giusto compromesso per un mondo del lavoro che si accinge ad abbracciare in grossa parte l’automazione. Quindi un nuovo contratto col mondo, con la società, dove la tecnologia è intesa solo come uno strumento e non come qualcosa di “buono” o “cattivo”, e dove la comunità tutta può essere libera di decidere in che direzione svilupparsi.  Qualcuno, qualche tempo fa, diceva che un nuovo mondo era possibile, forse non è ancora troppo tardi.