Un po’ di tempo fa parlavo di disinformazione. Il senso di smarrimento inquietante, perfino umiliante, che deriva dal non conoscere la verità – riguardo una realtà più o meno vasta, che si tratti di notizie quotidiane, della società in cui viviamo, del nostro paese, del mondo – è qualcosa che riempie di sfiducia. In coloro che dovrebbero servirci la verità che ci spetta di diritto; o magari in noi stessi, che non siamo in grado di trovarla nel mare di notizie false e fuorvianti in cui ci ritroviamo immersi.

Penso ad una delle espressioni più in voga fra l’aspirante intellighenzia da social network, analfabeta funzionale, a come quest’espressione sia usata e abusata da chi crede di avere, immancabilmente, la risposta giusta: la verità in tasca. Gli ignoranti, i fuorviati, gli analfabeti sono sempre gli altri, evidentemente incapaci di cogliere la notizia esatta che loro non mancano mai di notare.

Nell’articolo precedente parlavo della disinformazione come pericolosa conseguenza di un altro fattore: la censura. Ora, mi piacerebbe considerare la disinformazione come causa, e vorrei approfondire uno dei suoi effetti più simpatici: la paranoia. Non in senso clinico, s’intende, non voglio parlare di psicosi nella loro accezione medica. Preferirei parlarne in quanto condizione psicologica – non neurologica – di persecuzione, di totale sfiducia nei confronti di un sistema, qualunque esso sia, al punto da arrivare a vedere (altra parolona da grande satira) un onnipresente complotto.

 “Se nella paranoia c’è qualcosa di confortante – di religioso, volendo – esiste anche l’antiparanoia, in cui niente è collegato, una condizione che la maggior parte di noi trova difficile sopportare a lungo. Ebbene, adesso Slothrop sente che sta scivolando nella fase antiparanoica del proprio ciclo, sente che tutta la città intorno a lui è di nuovo senza tetto, senza difese, senza un centro, come lui, e a separarlo dal cielo carico di pioggia ci sono solo le immagini di cartone del Nemico in Ascolto. O Loro avevano messo Slothrop lì per un motivo preciso, oppure si trovava lì e basta. Slothrop si chiedeva se in fondo non fosse preferibile essere lì per un qualche motivo

(Thomas Pynchon, L’arcobaleno della gravità)

Se si parla di paranoia, allora, l’opus magnum dell’americano Thomas Pynchon mi salta in mente come punto di riferimento obbligato. Scritto nel 1973, il romanzo è qualcosa di indescrivibile, se si cerca di sintetizzarne la trama. Si tratta di un romanzo storico (ma di storia-e-realtà alterate) postmoderno, di un romanzo bellico, di un’allegoria del caos, dell’entropia. Tyrone Slothrop, il protagonista, è un ufficiale dell’esercito americano, è una vittima predestinata; è martire e moderno cavaliere alla ricerca di un improbabile Graal (il razzo 00000, al quale l’esistenza di Slothrop sembra essere legata indissolubilmente), è un piccolo uomo perso in un oceano di eventi e piani invisibili ben più grandi di lui. L’arcobaleno a cui fa riferimento il titolo del libro è la parabola descritta da un razzo lanciato; ma è anche la parabola della paranoia universale in cui una guerra decisa da pochi ha gettato il mondo. E quel Loro, sempre maiuscolo e indefinito e minaccioso, si fa strada nella pagine del romanzo, compare sempre più spesso mentre sembra venir meno, per contro, il controllo di chi pronuncia e pensa, senza forse rendersene conto, questa parola.

La mente stessa di chi legge finisce per vagare senza meta nel delirio di Pynchon, in mezzo a centinaia di personaggi ed eventi labirintici, che stornano l’horror vacui dello scrittore e creano col lettore quello che è un dialogo ed una sfida: la sfida a cercare di non perdersi e allo stesso tempo ad arrendersi, a trovare una risposta e, forse, ad accettare la conclusione che una risposta non c’è.

 “Ciò che viene detto è una verità talmente terribile che la storia – la quale nel migliore dei casi è un’associazione a scopo fraudolento, e non sempre composta da gentiluomini – non ammetterà mai. La verità sarà soppressa, e in epoche particolarmente raffinate, mascherata come qualcos’altro.

(Thomas Pynchon, L’arcobaleno della gravità)

La morale stessa del romanzo, sempre che ce ne sia una, appare poco consolante in chi cerca un qualche tipo di controllo, o perlomeno un ordine: perché un ordine pare non esserci, a dispetto dei paragrafi interi traboccanti di termini scientifici quasi rassicuranti; consuma le pagine del libro, come le pagine del mondo, quell’entropia universale che sempre essere la conseguenza di un caos creato da potenze invisibili, che hanno agito prima, durante, e dopo quella Grande Guerra che rappresenta il Grande Caos.

Con la paranoia, e in particolar modo con la cospirazione, si è cimentato un altro grande del postmodernismo americano. Contemporaneo di Pynchon, Don DeLillo scrive Libra nel 1988. Il romanzo individua non nella Seconda Guerra Mondiale, bensì in un altro evento lo spartiacque tra modernità e postmodernità, la miccia che ha portato una Nazione intera (ma forse il mondo intero) a scoppiare in una nuova esplosione di caos, sospetto, domande pericolose e risposte improbabili: l’assassinio di John Fitzgerald Kennedy, consumatosi a Dallas (Texas) l’11 novembre 1963. Oltre all’omicidio in sé, è interessante soffermarsi sulle conseguenze mediatiche dell’evento: dissapori ed intrighi risalenti a prima della Guerra Fredda sembravano aver portato a quel fatidico giorno, e ognuno sembrava disposto a fornire la propria versione dei fatti.

 “Confrontarsi con l’omicidio di Kennedy e con le sue molte interpretazioni equivale a immergersi in pieno nel regno della «conspiracy theory». La bibliografia sull’argomento è sterminata e dell’assassinio sono stati accusati pressoché tutti: Fidel Castro, la CIA, la mafia, i petrolieri texani […] E ancora gli anticastristi […]; elementi interni al KGB […]. Lo stesso vicepresidente Johnson…”

(Luca Briasco, Americana)

E, naturalmente, c’è lui: Lee Harvey Oswald, l’esecutore materiale dell’omicidio. Un uomo come tanti, pieno di contraddizioni, un John Doe: un individuo unico che potrebbe essere chiunque, contraddittorio, umano.

 “Gli occhi di Oswald sono grigi, sono azzurri, sono castani. È alto uno e settantacinque, uno e settantasette, uno e ottantuno. È destrimane, è mancino. Sa guidare e non sa guidare la macchina. È un tiratore infallibile, è una schiappa. […] Somiglia a tutti. In due foto scattate sotto le armi è un killer torvo e un eroe con la faccia da bambino.

(Don DeLillo, Libra)

È un uomo intenzionato ad entrare a far parte del grande motore della Storia, forse per il desiderio di trovare e diventare un punto fermo in mezzo a quell’organismo mutevole.

 “Lottare significa mescolare la propria vita al piú vasto flusso della storia.

(Don DeLillo, Libra)

L’elemento interessante nel romanzo di DeLillo è che, contrariamente a  quanto avveniva ne L’arcobaleno della gravità, in Libra menti e mani del Grande Complotto hanno volti e nomi: tanto Oswald, quanto chi l’ha mandato. Ciò che DeLillo cerca di fare non è dire la propria su quanto accadde quel giorno: sembra piuttosto esasperare la cospirazione al punto di trasformarla in un gigantesco gioco disperato e allegro, in cui la possibilità di trovare un senso, un ordine, anche se è il nostro ordine, ad un caos che non potremmo comprendere altrimenti.

Nicola De Zorzi