You can’t always get what you want. Però lo puoi far esplodere.

E’ il 1979 e Steve Dahl, un butterato 24nne di Chicago, siede alla consolle di WLUP FM: un ragazzo americano qualunque in una radio qualunque.

Steve però è incazzato, e molto.

Il suo problema non è né la guerra in Afghanistan né le tensioni in Nicaragua: quello che non riesce a mandare giù è la disco music.

Alla WDAI sono stati chiarissimi. Il rock, grandioso prodotto d’esportazione dell’America più sfrontata e genuina, ha rotto le palle. Non siamo mica i nostri genitori, non ci basta mica il cinema all’aperto l’estate, le feste in casa l’inverno, e poi via, sposati con la figlia del lattaio tutta la vita. La gente esce a ballare, Steve. Prendi una ragazza a caso e chiedile se ha voglia di sentire ancora i Greatful Dead. Donna Summer e John Travolta, ecco cosa vuole.

A Steve tutto questo discorso sembrava una gran stronzata. Una roba da debosciati, da neri, da omosessuali. Un pastone che ci stanno facendo ingoiare controvoglia, altrochè.

Davvero gli americani amano questa roba? Intendo, quelli veri? Certo che no.

Intanto però l’hanno licenziato. E ora sta qui, a riempire l’etere di Yardbirds e CCR alla WLUP FM, ferito ma per niente convinto. No, questa storia della disco music deve finire.

Con una trovata promozionale ai limiti del terrorismo, WLUP FM decide di riempire il Comiskey Park, lo stadio dei White Sox, con un vero deal: portando con sé solo 98 centesimi e un vinile di disco music, potrete essere testimoni dell’ultima grande sollevazione popolare americana, la distruzione, all’intervallo di un insulso recupero di campionato contro i Detroit Tigers, dei dischi raccolti con una roboante esplosione. Un mastodontico dito medio in faccia alla diversità.

L’iniziativa raccoglie l’entusiasmo di più di 50mila Cohos (il soprannome dei fan di Dahl) con un bilancio totale di circa 7mila invasioni di campo, 30 feriti, svariate denunce, più di 3 metri cubi di vinile fatti saltare in aria: l’orgoglio americano smarrito finalmente ritrovato.

I White Sox perderanno a tavolino l’incontro, decine di discoteche in tutta l’America subiranno minacce e aggressioni. La disco music non sarà più quella di prima.

Keep the Faith

Gli anni Settanta nel Regno Unito cominciano male.

L’Irlanda del Nord è una polveriera, il prodotto interno lordo è stagnante, e l’Inghilterra va fuori dalla Coppa del Mondo ai Quarti. Ma mentre Londra e il Sud sembrano aver trovato la loro dimensione di conforto nei parka, nella psichedelia, e nel progressive rock, il Nord, l’operoso, semplice Nord, spogliato dei suoi basilari riferimenti culturali brancola nel buio.

Il punto è che a Sheffield, a Wigan, a Blackpool, quella necessità di arricchire la musica rock e blues di spessore tecnico e di maggiore levatura spirituale non s’era mai sentita.

Nella pressochè totale assenza di stilisti, liberal arts schools, e intellettuali, atteggiarsi da nomadi e anelare una precarietà di mezzi del tutto fittizia non solo non trovava riscontro con le reali esigenze dello spirito, ma risultava anche un filo da stronzi.

Molto semplicemente i giovani del nord dell’Inghilterra scelsero di rifiutare il progresso dei gusti e i diktat delle radio nella maniera più stoica di tutte: facendo di testa loro.

Il termine “Northern Soul” venne coniato da Dave Godin, giornalista all’epoca proprietario del Soul City, storico negozio di dischi di Londra, “Notai che i tifosi delle squadre di calcio del nord che erano a Londra per seguire la loro squadra, entravano nel negozio per comprare dischi, ma non erano interessate agli ultimi sviluppi della classifica americana. Misi a punto il nome come fosse un termine stenografico per le vendite. Era come dire ‘Se hai consumatori del nord, non perdere tempo riproducendo brani della classifica US, ma semplicemente riproduci ciò che loro vogliono – il “Northern Soul” “.

Tutt’altro che reazionario, il Nord dell’Inghilterra conserva ancora oggi uno spirito comunitario estremamente forte. Negli anni ’70 avere vent’anni a Sheffield significava principalmente sacrificare giornate e giornate in fabbrica e l’idea di arrivare al fine settimana, mettersi in tiro e andare a ballare, prima che un vezzo edonistico, rappresentava la principale occasione per riaffermare la propria complessità individuale: riappropriarsi del proprio tempo, uscire, incontrarsi, e riconoscersi. Un diritto.

Nel Northern Soul si possono riconoscere in potenza tutti i principali elementi della club culture che di lì a poco verrà a scaldare cuori, in primo luogo, l’importanza della selezione musicale. Voglio dire, chi preferirebbe Chuck Wood a Marvin Gaye? Avete mai sentito qualcuno dire “ Bella Diana Ross però Frankie Wilson è tutta un’altra cosa”? Nossignore. Eppure la ricerca ossessiva di una nicchia esclusiva all’interno dello sconfinato catalogo soul rappresenta l’elemento chiave di questo (non) genere: non ci interessa quello che passano le radio, quello che suoniamo alle nostre feste non lo sentirete da nessun’altra parte. Letteralmente.

Era pratica comune per i dj infatti recarsi in America alla ricerca dei 45 giri più sconosciuti, quelli che la bassa marea della soul music aveva lasciato a spiaggiare nell’oblio, ed accaparrarsene tutte le copie rimaste per assicurarsi che da quel momento in poi sarebbero diventati un elemento immediatamente riconoscibile, il proprio cavallo di battaglia. Ad ogni ballroom dunque i suoi vessilli: You’ve been Cheating degli Impressions al Twisted Wheel di Manchester, Our Love (is in the pocket ) di JJ Barnes (mai l’originale di Darrell Banks!) al Golden Torch di Stoke On Trent,   Seven Day Lover di James Fountain al Mecca di Blackpool. Chi sostiene che questo tipo di territorialità musicale non esista più probabilmente non è mai stato al (fu) Plastic People.

Gli spazi sono un altro punto cardine del genere i locali vengono affittati da chi ha voglia di mettere su una serata e diventano immediatamente il riferimento della comunità che piega lo spazio cittadino alle proprie esigenze. Una lezione che l’Inghilterra terrà bene a mente durante la seconda Summer Of Love del 1988-1989 e la stagione dei rave sulla M25 coniugando ad arte tutti i benefici logistici del recente passato industriale e di un fiorente settore chimico (alleato antico e prezioso di tutte le maratone di ballo).

Prima che it all went Pete Tong, dal Northern Soul il Regno Unito e l’Europa intera (Italia compresa) hanno ereditato il carattere comunitario. Ballare durante una all-nighter, nonostante l’altissimo tasso tecnico messo in mostra (immaginate di chiedere a Bruce Lee di ripensare i passi base del Charleston: questo è il Northern Soul), non è mai stato un discorso individuale. Russ Winstanley, storico dj del Casino di Wigan racconta: “La gente batteva le mania tempo insieme in alcuni punti della canzone, e quando hai duemila persone che battono le mani nel momento chiave del pezzo è come una pistola che esplode un colpo. E se la canzone era piaciuta particolarmente la gente applaudiva alla fine del pezzo. Queste erano la peculiarità del Northern Soul.” [1] . Il motore di tutto sono sempre state le canzoni.

Macinare chilometri e poi esibirli con orgoglio sulle celebri toppe delle serate per ascoltare I’m On My Way di Dean Parrish non ha mai avuto niente a che fare con Dean Parrish in sé (sulla cui identità, malgrado la sua storia incredibile, nessuno s’è mai posto troppe domande), il punto è sempre stato creare i propri spazi e restare uniti. Ci sono un sacco di cose che non capisco ma hey, I keep the Faith.

Lo sforzo comunitario di questi intrepidi giovanotti ha ispirato più o meno tutto ciò che ha fatto ballare l’Inghilterra negli anni a venire: dalla Madchester alla rave culture.

Steve Dahl registra il picco della sua carriera radiofonica nel Marzo del 1989, quando decide di trasmettere in diretta la propria vasectomia.

Ora tra le mie intenzioni non c’è quella di crocifiggere questo grasso, patetico, ometto. Ma se la risposta giusta alla diversità fosse davvero frignare e distruggere oggi avremmo un sacco di cocci rotti e neanche un posto dove uscire il fine-settimana.

Abbi pazienza Steve, lascia fare a noi.