©Costanza Maremmi, Senza titolo, 2017.
©Costanza Maremmi, Senza titolo, 2017.

04/06
Ore 16.48
Mi sono appena svegliato.
Fuori il cielo è grigio e le nuvole sono ammassi rotolanti di zucchero filato sporco e sfilacciato.
Una pioggerella annoiata e stanca bagna l’asfalto e i marciapiede lerci; strappa al sottosuolo quegli odori pesanti di cui Barcellona è pregna. Tombini e tubature, saturi di umori della sovrappopolazione di inizio giugno, compressi dall’afa, sbuffano e ruttano come impiegati che lottano con la sonnolenza postprandiale.
Sulla rambla de Prim i pappagallini, a centinaia nascosti fra le fronde degli alberi, hanno smesso di cantare, e restano calmi in attesa che la rete fitta del temporale vada lentamente ad allargare le sue maglie.
Il Parc del Fòrum adesso è un deserto di bicchieri vuoti, coriandoli e latrine intasate.
L’edizione 2017 del Primavera Sound Festival è terminata.
Anche quest’anno abbiamo ballato fino all’ultimo respiro, fino a quando il personale di sorveglianza ci ha accompagnato fuori, serrando sempre più il cordone che delimita le aree non più accessibili. E dopo ci siamo trovati in fondo allo stomaco, schiacciato tra il sonno e la smania di un caffè decente, quel senso vuoto da fine della festa, da parentesi di nuovo chiusa, mentre l’after-party si è spostato nel bar cinese poco distante dal nostro alloggio e l’insieme di cose da fare in vista dell’imminente ritorno, è diventata la priorità che avevamo chiuso a chiave in un cassetto nei giorni precedenti.

©Costanza , L4 - El Maresme-Fòrum, 2017.
©Costanza Maremmi , L4 – El Maresme-Fòrum, 2017.

31/05
Arriviamo a Barcellona presto, lasciamo le valigie all’airbnb (quest’anno veramente vicino, ad appena 6 minuti dal Fòrum) e andiamo subito a cambiare le prenotazioni con la consueta combinazione di braccialetti e card d’ingresso. Mentre stiamo in fila, insieme ad una decina di persone in attesa che apra, nel vuoto di mezzogiorno (sono tutti al mare, la giornata è splendida), si ferma una vettura del festival e tre addetti cominciano a distribuire un gettone giallo, dicendoci che si tratta di una sorpresa che scopriremo più avanti e se ne vanno. Restiamo vagamente incuriositi senza farci troppe aspettative. Una volta ottenuto l’accesso ai tre giorni di concerti, la nostra attenzione si sposta sul pranzo.
A differenza del Fòrum (che aprirà i battenti il giorno dopo e in forma ridotta la sera stessa, per il concerto gratuito di benvenuto), la Barceloneta pullula di una vitalità frenetica: skaters che fanno lo slalom fra i turisti, ragazzi che si fanno scherzi sotto le docce, ambulanti di teli e pareo che sventolano i loro prodotti come fossero bandiere, il solito racket delle bolle di sapone giganti per racimolare i soldi per l’hashish, e un sole fiero e sano che sembra di buon augurio per i giorni che verranno.

©Costanza Maremmi, Bar Pinotxo, Mercat de la Boqueria, 2017.
©Costanza Maremmi, Bar Pinotxo, Mercat de la Boqueria, 2017.

Ci infiliamo nel caos odoroso de La Cova Fumada, un locale rumoroso e informale, che pare congelato agli inizi degli anni ’60, con meno dell’essenziale a fare da coperto: un luogo squisitamente “da battaglia” come certe nostre osterie toscane o le fantastiche piole piemontesi. Ci gustiamo il tripudio d’aglio de las bombas, le ottime tapas di pesce e finalmente brindiamo con la prima Estrella del nostro viaggio. Dopo pranzo, convinco gli altri a raggiungere l’istallazione architettonica di Rebecca Horn (L’Estel Ferit), che avevo visto la prima volta, alcuni anni fa, nello scatto in bianco e nero di un amico fotografo: quattro stanze illuminate da ampie vetrate che, una sopra l’altra, pendono ciascuna in direzione opposta, dando un effetto inquietante di precarietà. Nella fotografia, la spiaggia era vuota, l’inverno dettava la cadenza robusta delle onde e quell’ammasso sghembo di cubi sembrava poco più di un fiacco inno alla solitudine. Oggi è assediata da gruppi di ragazzi, la luce rimbalza nei vetri restituendo un caleidoscopio di riflessi vibranti e l’intreccio di voci che ribolle dalla sabbia, sembra un puntello capace di sostenerla con maggior stabilità e convinzione. Dopo una pausa pomeridiana è il momento di entrare al Fòrum per la prima volta: quando arriviamo, dopo una serie di birre al solito bar, che si nutre in questi giorni degli improbabili quando irresistibili animali del festival, sta quasi per finire il concerto dei Local Natives, niente di eccezionale, suonano bene, ma è un aperitivo tiepido (lo scorso anno al loro posto c’erano i Goat, con ben altro spettacolo) che non mi esalta. Arrivano i Saint Etienne e con la loro dance raffinata e pulita, gli anni novanta ci travolgono, e un po’ per gioco e un po’ perché al Primavera lo spirito deve essere questo, ci lasciamo catturare dalla voce di Sarah Cracknell, e balliamo per tutta la durata del concerto, ignorando canzoni che il resto della gente sembra conoscere a memoria.

©Costanza Maremmi, Bar Restaurant Nou, 2017.
©Costanza Maremmi, Bar Restaurant Nou, 2017.

01-02/06
Cominciamo la prima vera giornata di Festival, dopo una scorpacciata di pinchos alla “barra” del Taktika Berri, con il concerto dei Pinegrove al Firestone Stage. Sono giovani, freschi e suonano alla grande. Il Firestone propone sempre show brevi ma assolutamente godibili a livello umano, viste le dimensioni ridotte del palco e la sua altezza: è il modo migliore per scaldare i motori dell’emozione, prenderti il tempo di sintonizzarti sul canale giusto, e per tre giorni non lasciarlo più.
Ci catapultiamo poco dopo nello scenario, esattamente opposto, dell’Auditori Rockdelux, avvolti da comode poltroncine sotto un soffitto, fatto di riflessi e lucine azzurre intermittenti, che assomiglia a uno specchio d’acqua ribaltato. Nel buio quasi totale, arriva Annette Peacock, una luce tenue su di lei nascosta da un cappello dalla tesa larga, il pianoforte dietro a cui non cambierà mai postura e un synth di fianco. Gli inserti di elettronica sono minimi, ma sottolineano i momenti più intriganti, scivola tutto in modo liquido arrivando al finale, in perfetto nonsense avanguardista, con la performer che prima di chiudere si alza, abbandonando la scena, mentre la traccia di voce e quella di pianoforte concludono da sole, senza soggetto, lo spettacolo, lasciandoci l’idea bizzarra e ben riuscita, che potesse essere una finzione fin da principio.

©Costanza Maremmi, Senza titolo, 2017
©Costanza Maremmi, Senza titolo, 2017

Scendiamo giù, davanti al mare, passando sotto la pergola colossale tappezzata di pannelli solari (a forma di vela inclinata), che è un po’ il simbolo del Fòrum, per arrivare ai due palchi attigui dell’Adidas e del Pitchfork: troviamo nel primo le Nots, band proveniente da Memphis, interamente al femminile, che non riesce a scrollarsi di dosso i cliché della ormai storica stagione delle Riot Girl; nel secondo, decisamente più gradevole, lo spettacolo di Alexandra Savior, risulta comunque fuori contesto sotto quel cielo pulito, con un caldo che preannuncia l’arrivo dell’estate. La giovanissima artista di Portland avrebbe fatto una figura degna di nota in una location notturna, magari raccolta, dove certe penombre e i germi dell’angoscia, insiti nel suo lamento sottile, avrebbero trovato l’habitat adatto per proliferare.
Purtroppo mentre siamo nel punto più basso e distante del parco, succede l’impossibile, arriva il primo colpo di scena, in un festival che punterà giorno dopo giorno sull’effetto sorpresa: Twitter (e la App ufficiale del Primavera) ci informa che è stato allestito in una zona libera del Fòrum un palco estemporaneo, dove gli Arcade Fire stanno tenendo uno show quasi-segreto (e per noi a quel punto inarrivabile), per presentare Everything Now, singolo apripista del disco omonimo che uscirà il 28 luglio.
Con rammarico siamo costretti a rimandare l’appuntamento con la band di Montreal all’ultima serata e ci spostiamo al Ray-Ban, dove stanno suonando canadesi di ben altra estrazione musicale, i Broken Social Scene: la sensazione, che già avevo avuto nel 2010 quando li ho visti la prima volta, è quella di trovarti davanti a una famiglia allargata, sia per numero che per affiatamento, dove si avvicendano continuamente ospiti, che rendono sempre più dense le concrezioni sonore, in bilico fra una festa di compleanno e una grande jam session fra amici.

©Costanza Maremmi, Senza titolo, 2017.
©Costanza Maremmi, Senza titolo, 2017.

Il ritmo dei Glass Animals, col sole ormai tramontato, ci gonfia come palloncini di elio e ci portiamo dietro quel senso rigenerante di luce fino all’immenso spazio dove i due palchi principali (Heineken e Mango, da quest’anno nuovo sponsor) sembrano guardarsi con atteggiamento di sfida. Finiamo persino per ballare e divertirci, con l’apparato scenico di Solange; ma prima che termini l’ampia coda dell’ultimo pezzo, siamo dal lato opposto in attesa di un ragazzo del Wisconsin, ormai cresciuto.
Justin Vernon (Bon Iver) sale sul palco, mentre gli schermi proiettano i glifi criptici che compongono la simbologia di 22, A million: nel buio quasi totale, la voce artificiale che apre il sipario dell’ultimo album, scandisce la frase sospesa It might be over soon, two two, poi il suo inconfondibile falsetto riprende Where you gonna look for confirmation? e la luce dei riflettori rischiara, uno ad uno, tutti i musicisti.

Da quel momento il mondo smette di girare, ogni cosa resta sospesa, il suono ci avvolge come un fagotto fradicio di stracci e ci trascina via. Lo spettacolo avanza e si ritrae, sprofonda in lunghi silenzi e poi si impenna come l’onda larga che campeggia sulla copertina di Repave (del suo progetto parallelo Volcano Choir): sotto il muro d’acqua, si nascondono scogli puntuti (il pedale della batteria di Perth, ci perfora come una raffica di mitraglia che non uccide ma fortifica) e mulinelli (10 d E A T h b R E a s T ⚄⚄ si muove intorno a noi come un vento di voci che si contraddicono). Il ragazzo che si rinchiuse in una baita circondata dalla neve per farsi passare la sbornia del primo amore scrivendo il suo capolavoro, ora tiene sotto scacco, ammutolita e in estasi, una folla incredibile, con la sua voce e il Vocoder (715 – CRΣΣKS), nient’altro, mandando in delirio l’epidermide.
Finisce (ed è una delle due performance più belle di questa edizione), con l’estrema sintesi ed esattezza di cui sono fatti i “ritorni”, laddove tutto era cominciato: una sedia, una luce su di lui, la vecchia chitarra scassata e l’attacco Come on skinny love just last the year/Pour a little salt we were never here.
Tutti cantano, tutti si sentono al di sopra delle proprie teste, negli occhi e nella voce dei più, qualcosa si spezza.

©Costanza Maremmi, Senza titolo, 2017.
©Costanza Maremmi, Senza titolo, 2017.

Dopo, tutto sembra perdere di senso.
Ascoltiamo gli Slayer dalla nuovissima gradinata laterale, ed è incredibile come possano stare sullo stesso palco dove due ore prima aveva suonato Solange, senza in alcun modo risultare una presenza bizzarra: il pubblico del Primavera non se li perde, si diverte, accorrono in moltissimi. Un gran bel paradosso, ben più miracoloso nel suo ripetersi ogni anno, della liquefazione del sangue di San Gennaro.
La serata si perde nella notte: i Damned assomigliano a vecchi motociclisti saggi che non hanno perso lo smalto di un tempo, Aphex Twin spara laser dall’astronave del suo palco come fosse l’epicentro di un bombardamento intergalattico, mentre i visual seguono la falsariga disturbante delle sue moltiplicazioni più celebri.
Con i King Gizzard & The Lizard Wizard, che accendono a tarda ora il palco Primavera, pensiamo che sia arrivato il momento ritirarci.
Dobbiamo ancora capire come utilizzare il gettone che ci hanno dato il giorno prima: una delle novità di quest’anno è l’accesso, fino a esaurimento dei pass formato moneta, all’area backstage. Rimandiamo l’appuntamento con il letto: ci godiamo sottopalco il concerto dei Molochs capitanati da uno scazzatissimo Liam Gallagher dei giorni nostri e apprendiamo che in questa area le bevute sono gratuite e illimitate. Siamo perciò costretti a fare le sei del mattino.

02-03/06
Il secondo giorno di festival comincia con il ritmo trascinante di Sinkane e continua con il pregevole spettacolo di IOSONOUNCANE, che si gioca le sue carte al meglio, rendendo la sua commistione di folk ed elettronica segnato profondamente dalle influenze della sua terra, qualcosa capace di superare i localismi, uscendo da circolo vizioso della canzonetta italiana. Mentre sul Bacardi Stage si sta svolgendo il secondo concerto fuori cartellone, con i Mogwai che eseguono in anteprima il nuovo disco, torniamo nella zona confortevole dell’Auditori per l’attesissimo spettacolo, dei Magnetic Fields: diviso in due parti da 25 canzoni l’una (il 2 e il 3 giugno), viene eseguito interamente l’ultimo lavoro, 50 song memoir, con una scenografia eccezionale, che vede Stephin Merritt, dentro una casa delle bambole in scala 1:1, circondato dai suoi musicisti, con uno schermo sopra di loro chiuso dentro una cornice leziosa, dove ad ogni canzone viene abbinato un corto che sembra la proiezione mentale di un ricordo. L’effetto, con Merritt che introduce ogni canzone (una per ogni anno della sua esistenza) con aneddoti ironici e struggenti, è quello inedito, di abbracciare con sguardo largo l’intera esistenza di un essere umano, sentirla pulsare, provare quasi a toccarla, generando un’overdose d’empatia che assomiglia alla brace d’autunno dentro un camino. Qualcosa che non si è mai visto, prima di ora al Primavera Sound e fa capire quanto quest’anno si sia voluto alzare la posta in gioco.

©Costanza Maremmi, The Magnetic Fields, 2017.
©Costanza Maremmi, The Magnetic Fields, 2017.

Uscito dall’Auditori, riesco a vedere l’ultimo quarto d’ora dei Descendents, una delle band punk californiane che ha segnato la mia adolescenza: fa strano chiudere gli occhi, sentire una potenza pressoché intatta, un tiro invidiabile, e poi riaprirli e trovarti davanti dei potenziali nonni, divertiti e rassicuranti. Il tempo è andato un po’ per tutti, ma esserci ancora, essere qui fra una valanga di power chords e un pogo divertito e ormai adulto, fa pensare che le cose sarebbero potute andare molto peggio in fin dei conti.
Ci pensa quel cazzone di Mac DeMarco, a spazzare via qualsiasi considerazione nostalgica, raggiungendo lo zenit del suo ottimo spettacolo, ritto con le mutande ripiegate dentro alle natiche, di fronte a una folla in delirio, bruciandosi prima i peli delle ascelle e poi quelli del culo.
The XX, pur avendo ormai un repertorio consolidato, sembrano inadatti al ruolo di headliner, quantomeno in quel contesto. I volumi sono bassi, gli Spagnoli non smettono un secondo di parlare e fare casino, il concerto non coinvolge come potrebbe e finiamo pure noi per distrarci (mi detesto, dovevo andare a vedere gli Swans al Pitchfork!!!). La sensazione è che dal vivo (quando li ho visti nel 2010 la condizione era quella pomeridiana e più intima del Ray-Ban) le redini di tutto le tenga il volenteroso Jamie XX, piazzato a coprire, due ore dopo, l’enorme buco lasciato da Frank Ocean (che i fan presenti meno inclini a digerire i suoi recenti forfait, hanno omaggiato con una maglietta con la scritta Fuck Ocean!), con un dj set largamente apprezzato.
Chiudiamo la serata con Flying Lotus, violento e incisivo, visualmente stupefacente con una proiezione tridimensionale fatta di deliri lisergici, demoni ed ectoplasmi dell’inconscio.

©Alessandro Pagni, Senza titolo, 2017.
©Alessandro Pagni, Senza titolo, 2017.

03-04/06
L’ultimo giorno inizia con il secondo capitolo dello spettacolo dei Magnetic Fields e non è altro che la conferma delle impressioni del giorno prima. Usciamo fuori alla luce del sole e balliamo divertiti le sonorità di JUNUN feat. Shye Ben Tzur & The Rajasthan Express, Van Morrison al tramonto sul mare, fra sax dorati e zuccherose malinconie, ci fa pensare che la vita non faccia poi così schifo e i Teenage Fanclub riescono a farci diventare una cosa sola che canta e salta seguendo il ritmo delle pennate.

©Alessandro Pagni, Senza titolo, 2017.
©Alessandro Pagni, Senza titolo, 2017.

Prima degli Arcade Fire, ci fermiamo al Ray-Ban.
Seu Jorge da solo sul palco, col cappello rosso di lana, come lo ha vestito anni fa Wes Anderson, circondato da reti, salvagenti, e altri richiami alla vita acquatica, fa la cosa più improbabile, canta le canzoni di David Bowie in portoghese: ed è un effetto da brivido, quei pezzi che ormai portiamo dentro, marchiati a fuoco come un numero di serie, diventano intime confessioni, storie di amori perduti e sere davanti all’oceano che non finiscono mai. Funziona così tanto che arriviamo alla fine senza accorgercene e siamo costretti a correre verso il palco del Mango per trovare un posto decente, mentre dall’altro lato, sull’ Heineken stage, Grace Jones, strabilia il pubblico.
La combo Canadese, apre con la monumentale Wake Up, gustandosi il coro immenso che inevitabilmente ne deriva. Negli anni sono cambiati, ci sono meno orpelli visivi, più consapevolezza del loro status, semplicemente suonano e lo fanno da Dio. Anche Régine, che non ha mai brillato per intonazione, regala dei momenti di grande intensità come nella splendida In The Backseat. Il nuovo singolo al primo ascolto non sembra granché, decisamente più interessante l’altro inedito presentato, ma la performance cresce fra classici e perle inaspettate come la sommessa Neon Bible e The Suburbs, fino al suo apice con il gran finale di Neighborhood#3 (Power Out) e Rebellion (Lies). Escono, ma appena le persone cominciano ad allontanarsi, pensando che sia finita, rientrano e ci regalano una chiusura semi-acustica con un altro gioiello dal secondo album, Windowsill.

©Costanza Maremmi, Senza Titolo, 2017.
©Costanza Maremmi, Senza Titolo, 2017.

Stanchi da un concerto difficile, per la quantità di persone che quasi è arrivata a toccare il pit del palco opposto, boicottiamo il lo show a sorpresa della terza giornata, quello delle Haim, (e a malincuore quello nel backstage col famoso gettone, di Algiers che si svolgeva in contemporanea agli Arcade Fire), scegliendo i Japandroids e il tappeto d’erba che si apre di fronte al Primavera stage.
Come ogni anno il finale da ballare ci porta incontro all’alba, prima con il trascinante sound dei !!!(CHK, CHK, CHK) e poi l’immancabile DJ COCO.
Entriamo nel letto verso le 8, con le gambe doloranti e un groviglio di cose nello stomaco che analizzeremo più tardi, davanti a una colazione, probabilmente pomeridiana.

©Alessandro Pagni, Senza titolo, 2017.
©Alessandro Pagni, Senza titolo, 2017.

Il festival è una droga e ti trovi nove ore dopo al Raval (dove si tengono alcuni concerti del Primavera a la Ciutat), con la pioggia ormai passata, di nuovo in mezzo alla gente, a gustarti il cantante dei Make up, sguaiato e folle, come fosse il fratello scemo di Mick Jagger, grugnire e urlare tenendo in bocca palla del microfono, mentre si sporge sul pubblico, battendosi il petto come uno scimmione, e pensare che ne vorresti ancora e ancora. Che non ti basta mai.

Diciamoci la verità, io ho 37 anni, un lavoro, bollette, problemi alla schiena, al collo, alle gambe, di cui per trent’anni ho ignorato l’esistenza: storie di postura sbagliata e troppe ore passate a svolgere le stesse mansioni in luoghi freddi e umidi. E una bestia tremenda, che per una vita non avrei mai pensato di incrociare sulla mia strada, che si chiama routine. Non vengo qui perché è figo (non c’è dubbio che lo sia, ma non è questo il punto), ho passato da un po’ l’urgenza di fare qualcosa per sentirmi cool, à la page e altri termini da mettere “in corsivo”. Barcellona, nei giorni del festival non è Barcellona e basta (che già sarebbe molto), è un luogo “altrove”, fuori dal tempo, dove posso essere quello che sono sempre stato e in questo senso, è un posto che potrei chiamare casa, perché ogni volta che ci arrivo mi riconosce e io, soprattutto, mi riconosco. E resta solo ciò che conta, in quelle ore febbrili, in quel susseguirsi borderline, (fra un palco e un altro, in quella transumanza umana che sembra non avere fine), di cambi di umore e scenario, davanti agli occhi e dentro le orecchie. Un posto dove un bambino di sei anni, sulle spalle di suo padre, canta a memoria tutto Pet Sounds, dall’inizio alla fine. Dove in prima fila, c’è sempre Big Jeff (cercatevelo in rete), a tutti i dannati concerti, come se avesse il dono dell’ubiquità, col suo cesto di capelli crespi in continuo movimento e il braccio destro assediato da decine di braccialetti.

Un posto dove, una volta durante il concerto dei Volcano Choir (era credo il 2014), contro una transenna sotto al palco, mi sono addormento stremato per pochissimo, una manciata di minuti e quando ho spalancato di nuovo le palpebre, oltre le gambe degli altri spettatori, in mezzo alle luci e al fumo, la chitarra di Chris Rosenau ha scandito le prime note strisciate di Alaskans. Mi sentivo perfettamente connesso con il momento e quella musica, in quel particolare contesto, aveva la capacità di penetrare sotto la pelle, dando scosse di emozione che capitano solo in certe splendide congiunzioni astrali. Alla fine del pezzo una registrazione vocale sostituiva la voce di Justin Vernon. Ricordo perfettamente il suo sguardo, al momento di farla partire. Aveva l’espressione di chi apre lo sportellino della gabbia, lasciando volare via un uccellino e contempla stupito la perfezione rotonda di quel gesto: prima il soffitto, poi il davanzale, la finestra e poi fuori il cielo. Così si sentiva lui. E io pure. Ed è per questo che ci torno ogni anno.

©Costanza Maremmi, Skaters al MACBA, 2017.
©Costanza Maremmi, Skaters al MACBA, 2017.

Alessandro Pagni