Che prima o poi la vita, come la conosciamo oggi, chiuda i battenti (con notevoli spettacoli pirotecnici o esaurendosi quasi in sordina) e vada tutto in malora, non è una grande predizione, non servono centurie o fondi di caffè, non serve una laurea in Astronomia, un’estate con Greenpeace o uno stage non retribuito presso National Geographic Channel per imparare, insieme agli Apocalittici, come si costruisce un bunker antiatomico. Quella della fine del mondo è una questione che ci portiamo dietro dalla notte dei tempi: sembra impressa nel nostro DNA, non come un destino, piuttosto come una missione, un progetto a lungo termine, portato avanti con pazienza e spirito di abnegazione.

Il fatto di averlo mascherato da monito religioso per spaventare e scoraggiare i bambini-uomini nella loro quotidiana ricerca del godimento, o di averlo farcito di filosofie per incatenare scelte, spremere doveri, azzoppare slanci, non cambia quello che è evidente: siamo grandi amanti della tragedia (assoluta), tombaroli di attitudine, adoriamo la desertificazione, l’odore del Napalm al mattino, ci auguriamo lo scioglimento dei ghiacciai, ci meritiamo Trump e Putin ai lati opposti del tabellone di Risiko, la scomparsa delle api, l’inversione dei poli magnetici (e pure le stragi altro che Alberto Sordi).
Abbiamo inventato parole agghiaccianti come sopravvalutato, populista, buonista, complottista, demagogia che usiamo a sproposito quanto il piuttosto che e altre schifosi termini (come chi ha vestito e veste quei panni) che ci mettiamo ancora nella condizione di dover pronunciare come ad esempio, fascista.
Abbiamo costruito vergini di Norimberga, considerato come possibile arma l’antrace e adottato una pantera o un coccodrillo come animale domestico.
Ce l’abbiamo dentro la fine, fa parte di ogni nostra più intima aspirazione.

Hans Memling,Il Giudizio Universale, 1466-1473, olio su tavola, misura 221 x 160,5 cm, Pomorskie Muzeum a Danzica.
Hans Memling, Il Giudizio Universale, 1466-1473, olio su tavola, misura 221 x 160,5 cm, Pomorskie Muzeum a Danzica.

Hans Memling fra il 1466 e il 1473 dipinge questo trittico, commissionatogli dal banchiere fiorentino Angelo Tani e da sua moglie Caterina di Francesco Tanagli, che troviamo inginocchiati sul retro degli sportelli fatti per celare il massacro in atto: al centro San Michele, vestito di scuro per l’occasione e in tenuta antisommossa (visto il compito impopolare che gli è stato affidato)  mentre pesa i trapassati come fossero quarti di bue (Ho fatto due etti e mezzo, lascio?), metafora squisita di quanto, abbiamo un bel dire anima, ma siamo materiali, fatti di sensi e voglie, di polpa flaccida o tonica, di odori nauseanti ed emissioni corporali, sempre un po’ carne da macello, fino al giorno dei giorni. Cristo giudice supremo ammantato di rosso, soppesa dall’alto, circondato dalla sua corte di apostoli e la Madonna in prima fila, l’efficacia di questa pulizia meticolosa di peccatori.

Alla sua destra San Pietro, accoglie come un bravo padrone di casa (più che altro un portiere o l’amministratore di un condominio altolocato) i giusti che si avviano, spogliandosi, lungo la scala che porta al paradiso. Dall’altra sponda dell’esistenza c’è chi ha giocato d’istinto e la vita, con dilagante egoismo, se l’è divorata, assaporata, ci si è sfregato contro come un gatto sopra una superficie odorosa. E come biasimarli di questo.
Nel loro destino ci sono braci eterne e diavoli neri a pungolarli, dolori atroci e strazianti desideri inappagati.
Eppure ne è valsa la pena, altrimenti non sarebbero così tanti, una moltitudine scomposta e rumorosa, a strattonarsi e ad ammassarsi per cercare un modo per fuggire o procrastinare. Deve aver avuto un sapore unico, lasciarsi andare e perdersi, se l’eterno scempio e delirio è stato barattato senza troppi ripensamenti con i pochi anni su questo pianeta.

Alcuni dicono che la fine è vicina.
Altri dicono che presto
saremo spettatori dell’Armageddon.
Spero che senz’altro accada.
Sono certo che posso ricavarci
una vacanza da questo
Una stronzata di circo a tre piste,
secondaria attrazione di scherzi della natura
Qui in questo fottuto buco
senza speranza che chiamiamo L.A.
L’unico modo per aggiustare
tutto è tirare lo sciacquone.
Qualsiasi fottutissima volta.
Qualsiasi fottuto giorno.
Impara a nuotare,
Ci rivedremo nella baia dell’Arizona.

(Tool, Ænema)

Otto Dix, La guerra, trittico, 1929-32; tecnica mista, Dresda, Staatliche Kunstammlugen.

Otto Dix ha sempre avuto una visione molto lucida (in quanto testimone diretto, in Russia e Polonia durante la Prima Guerra Mondiale, delle assurdità belliche) riguardo alla sua specie (quella umana) e fra ironia, dolore e brutalità, nel trittico de La guerra (quasi un polittico per il grande post scriptum a forma di predella posto in basso, ai piedi della composizione) ha raccontato l’abisso organizzato, pianificato, delirante come un dogma, del gioco della guerra: una delle strade maestre che l’uomo, previe giustificazioni inoppugnabili e sempre più elaborate (di religione, di espansione, di liberazione, di pace!!!), ha scelto come forma di auto-sabotaggio. Dentro a uno scenario da incubo, si muovono sulla sinistra soldati muniti del giusto equipaggiamento con zaini, elmetti e fucili che un po’ ricordano la foresta di lance dei cavalieri crociati, in certi codici miniati: il loro incedere è cauto, guardingo, fresco di lungo addestramento, ma la nebbia è densa e palpabile come la perplessità nell’essere pedine sacrificabili, di un gioco per pochi eletti, al caldo e al sicuro chissà dove.

Al centro, mentre il primo soldato della brigata arriva sul campo di battaglia, non incontra altro che corpi dilaniati e in decomposizione, crivellati, interiora sparse ovunque, pezzi di esseri umani che si confondono con il paesaggio desolato, che diventano cose senza vita, grovigli astratti e rivoltanti, come gli studi di Gericault su parti del corpo strappate e putrefatte, orribili esercizi di stile che puzzano di sangue rappreso.
Sulla falsa riga dell’antica tradizione pittorica tardo medievale, Otto Dix ci presenta un’andata al Calvario squarciata da una bomba, contaminata da armi batteriologiche e un Cristo di soldato ridotto a scheletro carbonizzato, mentre pende grottesco come un crocifisso venuto male.
E noi idioti, da piccoli a giocare alla guerra e poi da grandi a sognarla come il corpo di una donna dannatamente seducente. E da vecchi finire pure per pensarla con nostalgia.

Non ti agitare tesoro sono qui, vai via dalla finestra
Torna a dormire
Appoggia la tua testa bambino
Non farò venire l’uomo nero
Contando corpi come pecore
Al ritmo dei tamburi di guerra
Non dare retta alla folla
Non dare retta alla folla
Giù la testa, vai a dormire
Al ritmo dei tamburi di guerra
Non dare retta a cosa ti dicono le altre voci
Loro non si preoccupano di te, come faccio io, come faccio io
Protetto dal dolore e dalla verità e dalle scelte e dagli altri veleni del diavolo
Guarda, non ti danno un cazzo, come faccio io
Rimani con me, salvo e ignorante,
Torna a dormire
Torna a dormire
(A Prfect Circle, Pet)

Robert & Shana ParkeHarrison, Garden of Selves.

Robert & Shana ParkeHarrison, sciamani eclettici della fotocamera, mettono in piedi magrittiani teatrini surreali, dove il problema è sempre lo stesso: come riparare e salvare un pianeta malato quanto le nostre contraddizioni? Dove trovare la forza di non essere più questi uomini, queste donne? Da che punto partire per frenare questa folle ridicola discesa? Garden of Selves è un alveare di solitudini, adagiato sulla superficie terrestre come un cimitero senza fine di bare scoperchiate. Come dire, senza andare troppo per il sottile, che siamo morti viventi, vaganti, zombie che si sono assoggettati, volentieri e di proposito, al bokor del progresso con l’arrendevolezza di qualcosa di inevitabile.

Ogni notte torniamo a dormire e sogniamo di radere al suolo ogni cosa, di costruire smisurati parcheggi per i nostri cubicoli, dove accendere nel silenzio della solitudine questi dannati schermi, di ogni grandezza e genere, come quello che sto usando adesso (mentre il poco che davvero conta dorme nell’altra stanza) e credere con tutta la forza di essere altrove: dove ci sono ancora alberi, laghi, spiagge, il senso dell’esotico, cose da scoprire, fughe a lieto fine, momenti indimenticabili, paure inconfessabili, circostanze travolgenti, scopate epocali, notti avventurose. Cose che avevamo già a portata di mano, in versione tridimensionale e abbiamo distrutto per farne una sintesi cieca, egocentrica, appiattita e virtuale. Complimenti.

La luce del sole passa attraverso la foschia
Non ci sono vuoti nelle persiane
per lasciarcela dentro
il letto è sfatto
della musica suona ancora
La TV, si è sempre accesa
lo sfarfallio sullo schermo
l’attrice di un film urla
provo piacere in questa merda.
Sono ancora stordito nel centro commerciale
annoiato terminale
trascinandomi per i negozi
a rubare è diventata cosa vecchia ormai.
L’ X-Box è un dio per me
un dito sull’interruttore
mia madre è una lagna
mio padre si è rassegnato
a non provare mai a parlare con me.
Non cercare di coinvolgermi
la vaga indifferenza
la ricetta delle droghe
Non troverai mai
una persona dentro
La mia faccia è Mogadon
La curiosità mi ha lasciato
Sto buttando via i desideri
le pillole sono sempre di più
Come posso essere sicuro di essere qui?
Le pillole che sto prendendo mi confondono
Ho bisogno che qualcuno lo veda
Non è rimasto niente, semplicemente non sono qui
Ho smesso con la pornografia
La recitazione è insoddisfacente
l’azione è scialba
esplicitamente monotona
l’eccitazione è annullata
La tua bocca dovrebbe essere tappata
stai tutto il giorno a parlare
senza avere niente da dire
Le tue affermazioni superficiali
sono tutte disinformazione.

(Porcupine Tree, Fear of a Blank Planet)

Lemmings, 1991.
Lemmings, 1991.

Quando ero piccolo amavo un videogioco che mutuava il proprio titolo (Lemmings) dal nome di un particolare roditore artico, detto Lemming, la cui fluttuazione nel numero dei componenti per ogni gruppo era spesso esponenziale,”esplosiva”, a causa dell’incredibile capacità di riproduzione. A questa specie di mammiferi si è legata per anni la leggenda di particolari tendenze al suicidio di massa, in condizioni di sovrappopolazione: sebbene questa caratteristica non sia scientificamente provata, nell’immaginario collettivo questi piccoli roditori hanno sempre incarnato il monito del non seguire la corrente in modo acritico senza valutare le conseguenze. La proverbiale rupe da cui non buttarsi solo perché, prima di noi, si sono gettati tutti gli altri, per intendersi.
Il gioco consisteva proprio in questo: nel sacrificare la collettività, per salvare un numero ristretto di fortunati che sarebbero comodamente passati allo schema successivo.
Se ci penso, mi viene da ridere.

Alessandro Pagni