Nonostante a conti fatti il 2016 sia stato musicalmente non memorabile, forse qualcuno si è dimenticato che questo è stato anche l’anno di PJ Harvey. In parte perché abituati alla qualità della sua produzione sempre a livelli d’eccellenza, un po’ perché si è trattato del suo album più ‘politico’ e di conseguenza scomodo, ma The Hope Six Demolition Project non finirà in molte delle solite classifiche di fine anno. È vero un peccato, visto che stiamo assistendo ad una nuova fase della carriera della cantautrice inglese, in cui lo sguardo che prima era quasi solo rivolto verso di sé ed i propri tormenti ora spazia su questioni più ampie e globali, che abbracciano l’umanità tutta.

In realtà l’ennesima vita di Polly Jean Harvey comincia nel 2011 con Let England Shake, il suo capolavoro folk-rock che le è valso numerosi premi tra cui il Mercury Prize (come Stories From The City, Stories From The Sea una decina di anni prima) e l’Ivor Novello. Quel disco non somigliava a nulla di quanto fatto fino ad allora, sia nel sound – molto più orchestrale grazie all’innesto di un’ampia strumentazione fra cui autoharp e sax per smarcarsi dall’onnipresente pianoforte di White Chalk – sia, soprattutto, nelle tematiche. La natura auto-distruttiva dell’uomo, che ha nelle guerre di ogni epoca la propria plastica rappresentazione, ha acceso la fiamma da cui è divampata la rabbia di Harvey verso un’umanità che non impara dai propri errori, perseverando nella logica del fratricidio e dell’oppressione del forte sui deboli. Brani come The Words That Maketh Murder, All And Everyone e The Colour Of The Earth trattano tutti il medesimo tema, rievocando tanto tragedie passate (la battaglia di Gallipoli) quanto moderne (i conflitti in Iraq e Afghanistan). Tuttavia, la maggior parte dell’album è consegnato alla storia intriso della passione e della critica verso il suo Paese ed il suo stesso popolo. PJ – tra l’altro Membro dell’Ordine dell’Impero Britannico – chiedeva a gran voce un risveglio delle coscienze implorando l’Inghilterra di destarsi dal suo torpore, in un mondo che già allora stava cambiando e di cui ora abbiamo ben chiaro, ahimè, il percorso compiuto senza intravedere ancora un lieto fine all’orizzonte.

Si tratta di un fervore che la nativa del Dorset ha sempre avuto dentro – si pensi ai primi album Dry e Rid Of Me – ma che qui abbandona ogni traccia di psicosi per farsi più maturo e consapevole, catturato magistralmente dai produttori (Flood, Mick Harvey, John Parish) che insieme a lei si sono chiusi in una chiesa nei pressi di Bridport per registrare per lo più live, quasi improvvisando, così da mantenere intatta l’ispirazione artistica più pura. Ad un disco già piuttosto complesso, sono stai poi aggiunti dodici cortometraggi – uno per canzone – girati da Seamus Murphy, col quale Harvey era entrata in contatto dopo aver assistito ad una rappresentazione londinese del regista/fotografo. L’esperienza nelle zone di guerra di Murphy sarà il punto di partenza per l’idea dietro The Hope Six Demolition Project, il suo lavoro più ambizioso e controverso.

Quattro anni, dal 2011 al 2014, in viaggio tra Kosovo (The Wheel, Chain Of Keys), Afghanistan (The Ministry Of Defence, Dollar Dollar) e Washington D.C. (The Community Of Hope e il resto dell’album) hanno influenzato ulteriormente PJ Harvey nel fare propria una visione storico-antropologica della realtà, per cui sono i conflitti e la povertà del passato a causare le sofferenze contemporanee. Si noti come a differenza di England – che si serviva dei luoghi per esplorare la storia – qui avvenga l’esatto opposto, navigando attraverso i tempi per capire come diverse regioni del mondo siano diventate quello che sono. Ispirato nel titolo al progetto Hope VI – che ha lo scopo di demolire gli alloggi pubblici nei quartieri ad alto tasso di criminalità per costruirne di nuovi dove però i vecchi residenti non possono più permettersi di vivere – il nono album (in venticinque anni) è ancor più eclettico e forse esplorativo del precedente pur lasciando un’impronta lievemente meno profonda. Il consolidato gruppo di produzione accompagna Harvey tra folk, alt-rock, blues e soprattutto jazz (nei fiati), contaminazione questa assai di moda negli ultimi tempi, mentre le registrazioni avvengono in sessioni di quarantacinque minuti aperte al pubblico (chiamate Recording In Progress) nel pieno centro di Londra.

Questo volersi esporre, questa sorta di sincerità manifesta, parrebbe già una prima risposta alle critiche ricevute per l’approccio a detta di alcuni un po’ troppo superficiale al problema. In particolare, la visita della coppia nella capitale USA assieme al giornalista del Post Paul Schwartzman, il quale ha direttamente ispirato parte dei testi, è stata giudicata frettolosa e non del tutto veritiera da una parte della comunità politica e civile locale. Al contrario, il proposito della cantautrice di raccogliere le informazioni di prima mano annusando luoghi e persone, vivendoli sulla propria pelle, sarebbe dovuta essere la prova definitiva della sua buona fede. Da qui le incomprensioni sull’effettiva validità del suo progetto, almeno da un punto di vista concettuale.

Vale la pena ricordare che stiamo parlando comunque di una musicista, non di un’attivista politica né tanto meno di un ibrido fra le due. Non è forse uno dei compiti degli artisti fare domande senza per forza dover avere le risposte, smuovere le suddette coscienze? Polly Jean Harvey nella sua carriera ha fatto tante cose, ha sperimentato ed osato, ha turbato le anime belle, ma ha quasi sempre rifiutato ruoli ed etichette – da quella femminista all’accettare di essere una nuova Patti Smith – come se avesse quasi timore di un impegno in questioni che esulino dalla sua musica. Ora forse abbiamo una nuova PJ che, a ben vedere, è la stessa di quando è entrata in studio per la prima volta poco più che ventenne. Perché nella sua incredibile e talentuosa semplicità di donna/artista, lei ha continuato a perseguire l’unico vero principio della propria vita: non ripetersi mai.