C’è questa famosa frase di Picasso, che recita all’incirca così: “Spesso leggendo un libro si sente che l’autore avrebbe preferito dipingere piuttosto che scrivere, si può percepire il piacere che deriva dal descrivere un paesaggio o una persona, come se stesse dipingendo quello che sta dicendo, perché nel profondo del suo cuore egli avrebbe preferito usare pennelli e colori”.

Pur sapendo di non essere nessuno per farlo, non posso evitare di sentirmi, almeno in parte, in disaccordo. Perché sì, credo che da un lato ogni essere umano senta il desiderio, fosse anche solo una volta in vita sua, di creare la bellezza, e la bellezza che colpisce l’occhio con immagini e colori, è la più immediata; tanto immediata quanto difficile da creare. Ma non basta questo a convincermi che uno scrittore – che illustra con le parole più giuste una persona, un oggetto, un paesaggio, facendo un lavoro di cernita verbale, di sintesi, cercando la poesia e la concretezza, disegnando con le parole forme e colori nell’immaginazione del lettore – non stia facendo esattamente ciò che si è proposto di fare: dipingere nella mente invece che sulla tela.

Prendiamo ad esempio i colori di Salman Rushdie, il cielo azzurro del Pakistan e il rosso rubino di una goccia di sangue cristallizzato sul volto di un uomo inginocchiato a pregare. Oppure il Danubio ghiacciato di Elias Canetti, le sfumature di bianco e azzurro e grigio, il marrone dorato delle sterpaglie d’inverno, che affiorano alla mente nitidi, senza un’analisi maniacale.

Credo che il piacere nel descrivere sia ben altro che una qualche invidia nei confronti della pittura. Credo sia piuttosto lo sforzo sublimato di creare determinate impressioni con un medium diverso. Così, se tra uno scarabocchio e un’opera d’arte passa la differenza di innumerevoli ore di lavoro dedicate ad affinare tecnica e sensibilità, lo stesso vale per la differenza tra carta imbrattata e opera letteraria: anche quest’ultima può essere paragonata ad un quadro, che si tratti della miniatura di un racconto, precisa al millimietro, o dell’architettonico affresco di un romanzo.

Penso a quella letteratura che può diventare arte non solo in quanto medium comunicativo, ma come forma espressiva di una filosofia estetica. Insomma, se Gabriele D’Annunzio avesse sentito Picasso pronunciare quelle parole, probabilmente avrebbe chiesto soddisfazione. Perché in un libro come Il Piacere la vita stessa dell’artista è espressione d’arte, e quella vita trasuda in ogni parola, in ogni espressione volta ad esprimere la ricerca della bellezza e del piacere, espedienti con cui sfuggire ad una società in cui il concetto stesso d’arte è andato a poco a poco sporcandosi; l’essenza dell’artista, in parte simboleggiata dall’impeto dell’amore, si trasmette nelle parole del libro, e ogni persona, oggetto, ambiente descritto nel romanzo sembra “contaminato” da quest’aura.

 “Tutti quelli oggetti, in mezzo a’ quali egli aveva tante volte amato e goduto e sofferto, avevano per lui acquistato qualche cosa della sua sensibilità. Non soltanto erano testimoni de’ suoi amori, de’ suoi piaceri, delle sue tristezze, ma eran partecipi.

(Gabriele D’Annunzio, Il piacere)

In questo caso, non è forse altrettanto vero che un pittore che attraverso giochi di luce e ombra e simboli, e colori ed espressioni, cerca di comunicare qualcosa che va oltre le possibilità di questi mezzi presi singolarmente? Che cerca, in quest’alchimia, di scavare oltre la scorza dell’apparenza? Che cerca la parole per andare al cuore di un’immagine, e spingere chi osserva a figurarsi una psicologia, una storia nascosta?

 “Le persone comuni aspettano che la vita mostri loro i suoi segreti, ma ai pochi, agli eletti, il mistero viene svelato prima che il velo sia tolto. Talvolta è effetto dell’arte, soprattutto della letteratura, che è più vicina alle passioni e all’intelletto. Ma di quando in quando una personalità complessa prende il posto dell’arte e ne assume i compiti.

(Oscar Wilde, Il ritratto di Dorian Gray)

Il tentativo di proteggere una bellezza effimera, che coincide con la perdita di un lato più nascosto di questa bellezza, quello interiore, destinato a corrompersi indipendentemente da quello esteriore, che si preserva intatto: la stessa immortalità della giovinezza è qualcosa di profano e si tramuta in ossessione. Ed è soprattutto quest’aspetto che Wilde descrive nel suo libro, in modo più approfondito di quanto non decanti i lineamenti del protagonista Dorian Gray; una mutazione mostruosa che, da fisica, si traduce nello spirituale, le prime smorfie cariche di malizia che vanno a deturpare il ritratto, e che vanno di pari passo alla progressiva corruzione dell’animo del giovane. Il romanzo di Wilde è il più efficace manifesto letterario della corrente decadentista di fine XIX Secolo, e allo stesso tempo critica della stessa: se il Decadentismo voleva ribaltare le norme sociali e filosofiche del Positivismo mettendo in primo piano una ricerca individuale di nuove forme estetiche e di pensiero, Wilde arriva a parodiare quegli stessi principi, estremizzando la mancanza di ogni morale e la perdizione alla quale questa porta.

 “Dicono che i grandi eventi dell’umanità si svolgono nello spirito. Ed è nello spirito, solo nello spirito, che si commettono i grandi peccati dell’umanità.”

(Oscar Wilde, Il ritratto di Dorian Gray)

Il ritratto è in sé un gioco di specchi: opera visiva nel cuore di un’opera narrativa, simbolo del Decadentismo e del decadimento dello stesso.

Parlando di giochi di specchi, di arti che si riflettono le une all’interno delle altre, di fusione di media, mi viene in mente una storia ambientata a San Pietroburgo, nel 1874: un anno dopo la morte dell’artista ed architetto  Alexandrovic Hartmann, deceduto a Mosca in seguito ad un aneurisma all’età di 39 anni, viene allestita una mostra dedicata alle sue opere. Tra i primi a visitare l’esposizione ci sarà il compositore – nonché amico del defunto – Modest Petrovič Musorgskij. Alla memoria dell’amico, il musicista dedicò un’intera suite per pianoforte che battezzò, per l’appunto, Quadri da un’esposizione – Ricordo di Viktor Hartmann; la fama della suite arrivò postuma: se ora è considerata una delle più importanti composizioni per piano, la sua pubblicazione fu tardata fino al 1886, ossia cinque anni dopo la morte di Musorgskij.

I movimenti della suite seguono l’itinerario artistico dell’esposizione, cercando di ricreare su note i colori e le atmosfere dipinte dall’artista, nonché la filosofia esotica e folkloristica che i due amici condividevano. Così, se Promenade introduce all’opera con una melodia che ricorda le canzoni popolari russe, Lo Gnomo dipinto in un quadro rappresenta una creatura ripugnante, i cui movimenti repentini il musicista cerca di riprodurre con le alternanze ritmiche del brano, oppure Il Vecchio Castello è la triste canzone di un trovatore in Francia.

Addentriamoci ancora nel gioco di specchi: se finora abbiamo parlato di musica che interpreta l’arte, proviamo adesso a parlare di musica che reinterpreta quest’altra musica. Non si tratta di cover, tuttavia. È una ricollocazione storica, è un riadattamento contestuale, una reinterpretazione e fusione di due culture musicali diversi.

Corre l’anno 1971 quando i britannici Emerson, Lake & Palmer incidono il loro terzo album: Pictures at an Exhibition, appunto. Come dicevo, si tratta di una reinterpretazione della suite di Musorgskij, ma è anche qualcosa di più. Si tratta del riadattamento di un’opera classica in chiave moderna, e allo stesso tempo del riportare al classico la musica leggera:  già da qualche anno il progressive vantava la composizione di vere e proprie suites rock, ma è con questo disco, registrato dal vivo nella City Hall di Newcastle, che il genere acquista definitivamente un’anima nuova, ridefinendo e portando a vette nuove il concetto stesso di musica “leggera”. La voce di Lake e l’organo si alternano nella rilettura delle Promenades, il grottesco Gnomo incontra esplosioni da campo di battaglia, Il Castello diventa un palazzo di deliri; e mai in nessun pezzo come in Baba Jaga il confine tra Musorgskij ed EL&P si fa etereo ed indefinibile.

Ma oltre ai già citati pezzi, la fusione di generi ed epoche arriva nelle new entries: The Sage è un vero e proprio omaggio al musicista russo da parte dell’inglese Emerson, un vero e proprio falso d’autore, e Blues Variations, così apparentemente fuori contesto, si infiltra invece magnificamente nel tutto. Infine, una nuova reinterpretazione: The Great Gates of Kiev, riprende in mano lo spirito di Musorgskij e della Russia intera e lo rielabora, fondendolo con quello del trio, in un gioco di tiro e molla tra le due volontà – quella russa e quella inglese.

Le parole pretendono il loro spazio là dove c’era solo musica, che a propria volta ha voluto tradurre immagini, forme e colori. Forse anche Murgowskij, come gli EL&P, avrebbero desiderato impugnare un pennello.

Nicola De Zorzi