Dubito vi sia sfuggita la notizia circa la scomparsa di Philip Roth, avvenuta lo scorso 22 maggio. Se invece così fosse, spiacente che lo veniate a sapere in questo modo. E da me, poi.

Cosa si può dire di Philip Milton Roth? Un bel po’ di roba. Nato a Newark, nel New Jersey (a un tiro di schioppo da Manhattan), ha insegnato letteratura in almeno due università, si è sposato un paio di volte, ha scritto qualcosa come ventiquattro romanzi, una quarantina di racconti (qualche saggio, che non guasta mai) e ha vinto decine (decine, sul serio) di premi letterari. Non il Nobel, quello mai.

Nel 2012 ha abbandonato definitivamente la narrativa, annunciando di non aver più intenzione di scriverne, leggerne, sentirne parlare. Allo stesso modo ha abbandonato la vita metropolitana di New York per trasferirsi in una fattoria del Connecticut. Come abbia preso il fatto che la sua uscita dal ring abbia ri-alimentato la sua leggenda (e le vendite circa il suo universo narrativo; la ristampa quasi-completa della sua bibliografia ad opera di Einaudi del 2013 e l’adattamento cinematografico di Pastorale Americana, del 2016, sono solo un paio di esempi), proprio non lo so. Resto in attesa del nuovo ciclo di ristampe che seguiranno la sua scomparsa.

Philip Roth
Philip Roth

L’opera di Roth presenta molti tratti tipici dei grandi autori americani di origine ebraica del ‘900, da Schwartz a Bellow, da Malamud a Auster: l’ironia che maschera il dramma, la critica alla razza umana e allo stesso tempo l’apologia dei suoi difetti. Soprattutto, uno sguardo malinconico e assieme feroce ad una società che, malgrado le tante parole spese sulla libertà e l’uguaglianza, resta profondamente spaccata tra normali e diversi.

Difficile scegliere un solo romanzo, tra quelli di Roth, che racchiuda meglio di altri queste caratteristiche, la sua visione del mondo (confesso, poi, di non averne letti abbastanza). Credo, tuttavia, che Pastorale Americana (scritto nel 1997, reperibile ora nella ristampa Einaudi del 2013) potrebbe essere un buon punto di partenza. Non perché sia il suo romanzo più bello (qualunque cosa significhi “bello” parlando di letteratura, alla faccia del blurb di Baricco in quarta di copertina). Né perché sia, complice il film, il più inflazionato. Il fatto è che Pastorale Americana raccoglie ottimamente i temi che hanno caratterizzato la narrativa di Roth e li presenta, ancora una volta, con occhio maturo, critico; più che mai disilluso.

Pastorale Americana è la storia di Seymour “lo Svedese” Levov, l’incarnazione del grande sogno americano: ebreo d’origine, atleta di talento nella sua scuola di Newark da ragazzo, dirigente di successo una volta adulto. Figlio modello, marito modello, padre modello. La perfezione di questa pastorale sembra spezzarsi quando la figlia Merry inizia a mostrare segni crescenti d’insofferenza, di rabbia nei confronti dell’America responsabile dei massacri in Vietnam; di disprezzo nei confronti della famiglia, borghese e inerte di fronte alla tragedia umana che le si sviluppa attorno. La pastorale tace quando Merry sembra essere la responsabile di un attentato dinamitardo che uccide un civile.

L’America che ci mostra Roth, tra gli anni ’40 e i ’70, tra due guerre, è un Paese fratturato. E la frattura che emerge e si allarga in ogni pagina del romanzo è ancora più desolante di quella lamentata da Steinbeck nel suo capolavoro Furore. L’America di Steinbeck è spaccata tra americani e americani, stranieri nella propria stessa terra; ma lascia comunque una speranza, seppur lieve, racchiusa nella solidarietà tra esuli e nell’unità del nucleo familiare, ultime tracce di umanità che lottano contro la disperazione. In Pastorale Americana perfino questa speranza vacilla e cade; la frattura parte dalla famiglia, fa ammalare le radici e toglie ogni speranza di vita. Restano solo il dubbio, la paura, il senso di colpa. Senso di colpa, soprattutto per non essere stati in grado di capire e ascoltare, prima ancora di prevenire.

Così la frattura prende, soprattutto, la forma dell’incomprensione, dell’incapacità di comunicare, di capire e di farsi capire. Ce ne viene dato un assaggio già nella scelta narrativa escogitata da Roth: affidare la narrazione al suo affezionatissimo alter ego Nathan Zuckerman, che si assume l’onere di raccontare la storia dello Svedese. Uno Zuckerman più vecchio rispetto agli altri romanzi di cui era protagonista, che lascia cadere, pagina dopo pagina, l’impressione che il narratore intradiegetico onnisciente sia un espediente presuntuoso per raccontare una storia che neppure gli appartiene; fino a quando lo stratagemma di Roth appare chiaro in tutto il suo pessimismo: già i primi capitoli del romanzo non intendono svelare la verità, ma appendere uno strato in più al velo che deve coprirla, perché comprendere un altro essere umano fino in fondo è impossibile. Spesso e volentieri per il nostro stesso bene, per il bene della fiducia che poniamo negli altri; per il loro stesso bene.

 “Rimane il fatto che capire la gente non è vivere. Vivere è capirla male, capirla male e poi male e, dopo un attento riesame, ancora male. Ecco come sappiamo di essere vivi: sbagliando.

Ewan McGregor e Jennifer Connelly in una scena del film American Pastoral

La maestria di Roth finirà per farcelo dimenticare, ma resta il fatto che, perfino nella finzione di un romanzo, tutto ciò che sappiamo è frutto della pura speculazione di un bugiardo che sa di mentire.

La consapevolezza dell’incomprensione cui Zuckerman/Roth ci mette di fronte si rispecchia in tutti i personaggi e nei loro rapporti.

In Merry prima di tutto, nella rabbia assurda che la sua famiglia non riesce a – oppure si rifiuta di – capire, e che la stessa ragazza non riesce a – oppure si rifiuta di – spiegare. Le sue frasi sono attacchi al sistema che disprezza, non vogliono portare i suoi genitori dalla sua parte, quanto, semmai, allontanarli. E non credo sia un caso se Roth ha scelto di attribuire alla ragazza un disturbo specifico che, secondo lo Svedese, avrebbe fatto da miccia ai suoi problemi: la balbuzie, la frustrazione di sentirsi diversa per non riuscire a parlare, a farsi comprendere, come tutti gli altri.

Nello Svedese, poi. Campione della razza americana, critica dell’eroe romantico alla Hemingway (come lo sono stati Tom Joad e Dove Linkhorn, ma senza l’antieroismo picaresco); un superuomo spogliato del suo costume e dei suoi poteri, come il Dick Diver di Fitzgerald, ma in maniera ancora più spietata. Un personaggio perseguitato per tutto il romanzo, presentato come una vittima e un martire, ma, complice la sua natura priva della dote di “penetrare nell’animo della gente”, complice l’educazione ricevuta, primo responsabile della pastorale di silenzio e incomprensione che si è creata attorno a lui. Un personaggio che sembra a volte una spugna, che assorbe inerte tutto quanto gli accada intorno, a volte un muro refrattario a tutto. Incapace sostanzialmente di capire se stesso, figurarsi gli altri, la sua famiglia, sua figlia. Ancora una volta, l’incarnazione dell’uomo americano e della sua pastorale.

 “Ed era solo una volta l’anno che si trovavano tutti insieme, e per giunta sul terreno neutrale e sconsacrato della festa del Ringraziamento, quando tutti mangiano le stesse cose e nessuno si allontana per andare a rimpinzarsi di nascosto di qualche cibo stravagante: né Kugel, né pesce gefilte, né insalata di rafano e lattuga romana, ma solo un tacchino colossale per duecentocinquanta milioni di persone; un tacchino colossale che le sazia tutte. Una moratoria sui cibi stravaganti e sulle curiose abitudini e sulle esclusività religiose, una moratoria sulla nostalgia trimillenaria degli ebrei, una moratoria su Cristo e la croce e la crocifissione per i cristiani, quando tutti, nel New Jersey come altrove, possono essere, quanto alla propria irrazionalità, più passivi che nel resto dell’anno. Una moratoria su ogni doglianza e su ogni risentimento, e non soltanto per i Dwyer e i Levov, ma per tutti coloro che, in America, diffidano uno dell’altro. È la pastorale americana per eccellenza e dura ventiquattr’ore.

Nicola De Zorzi