A pochi giorni dalla scomparsa di Paolo Villaggio ci ritroviamo a ragionare senza ipocrisie su di un personaggio grande, grandissimo. Attore, scrittore, sceneggiatore e regista, l’autore dell’emblema di una stagionata classe lavoratrice italiana e ideatore inconsapevole di una parola entrata nel vocabolario comune, il “fantozzi” appunto – presente almeno una volta in tutti i nostri riferimenti a situazioni bizzarre e sventurate goffaggini – incuriosisce e affascina per la creazione di un’icona ambigua e profondamente studiata che sentiamo sempre così vicina a noi.

Fantozzi non era un personaggio buono e non voleva rappresentare affatto tenerezza e ingenuità. Tutto il contrario: spietato e, purtroppo, tremendamente umano – nell’interpretazione “animalesca” del termine – nella sopraffazione dell’altro. Riferimenti chiarissimi a una società indirizzata all’accaparramento e all’arrivo nello status più alto possibile a discapito di chiunque altro. Fantocci poteva sembrare un bonaccione, con uno sguardo superficiale alla narrazione, e possibilmente l’immagine dolce aiutava l’avvicinamento al personaggio da parte di un ampio pubblico (consapevole o inconsapevole della critica sociale). Ma era crudele, anche più dei suoi colleghi e carnefici, vittime anch’essi, come lui. Fantozzi era sottomesso ai più forti e sottometteva i più deboli, in un quadro composto da tante bestie in camicia e cravatta. In mezzo a questa “umanità condannata al male”, i difetti e le assurdità del personaggio e degli altri partecipanti alla commedia – la vita reale, solo senza filtri e censure – sono gonfiati ed esagerati all’estremo, per una comicità tutta italiana e che fa ridere solo gli Italiani per la sensibilità all’umorismo grottesco e politico insieme.

La difficile operazione di analisi di un ruolo sociale contemporaneo, contestualizzato in una realtà sociale in evoluzione e figlia di uno sviluppo economico improvviso e ancora non del tutto concluso, rende l’analizzato, l’ impiegato di Villaggio, ancora più complesso e degno di stima per la schiettezza e l’efficacia comunicativa, qualità tutt’oggi riconosciute. Le prime due opere cinematografiche del Fantozzi – dirette da Luciano Salce – immortalano un sostanziale fallimento di quella beatitudine avvertita dopo il boom economico, e il degrado valoriale in cui si sta dirigendo tutta una popolazione senza memoria e interessata solamente a frivolezze o trofei pronti a sbriciolarsi fra le mani. Il lavoro compiuto per Fantozzi è tanto forte e sincero quanto il più acclamato Cinema d’autore degli anni Settanta, che riflette e fa riflettere. “Fantozzi” è un tipo concepito e rappresentato in diretta dalla strada, dagli uffici, dall’ombra di datori spietati e dagli eventi mondani di cui deve essere attivo e uniformato partecipante.

La violenza del personaggio arriva solamente alla terza opera, Fantozzi contro tutti – questa però diretta da Neri Parenti e Paolo Villaggio – che segna anche il cambio di passo verso un dualismo repressione-aggresività che ancora non si era potuto vedere nitidamente nei precedenti episodi. Saranno ben quattro le pellicole durante gli anni Ottanta. Il florido periodo che vede la descrizione di questo evoluto Fantozzi, è utilissimo per comprendere la rinnovata critica sociale verso i “nuovi tipi” del decennio. Una nuova disperazione, una nuova multiforme schiavitù, e le pulsioni violente prendono prepotentemente le centralità della critica, dell’umorismo e della – auspicata – riflessione. È l’introduzione al terzo capitolo che spiega dove ci troviamo (e dove ci troveremo nei seguenti), catapultati come extraterrestri, ma nient’altro che noi, solo provenienti da un tempo diverso.

La crisi del Paese, la svalutazione galoppante, hanno finalmente generato nella classe impiegatizia un nuovo, incredibile, morboso attaccamento al lavoro

Scatti di odio, aggressività verso tutti, anche verso la moglie Pina. Si tratta della follia e dell’isteria dell’intero popolo italiano, causata direttamente o indirettamente dalla condizione competitiva e pressante nella dimensione lavorativa e, più in generale, sociale. L’italiano medio è investito da una fiammata di colori, suoni, pubblicità e “tensioni produttive” che lo rendono letteralmente impazzito. Nuovi bisogni e nuovi desideri sono tutti percepibili anche nel rapporto morboso con la televisione: fenomeni descritti senza un’analisi retrospettiva ma, come già detto, contemporanea e in corso d’opera. Merito delle grandi doti di osservazione di Villaggio.

Ciò che rende ancora più grande Fantozzi (e con ciò non si vuole sminuire tutto il resto dell’operato lirico e cinematografico, per cui servirebbero tante altre pagine per completezza discorsiva) è l’identità così attraente e orripilante del tipo. Nella sua veste estremamente originale, risulta anche troppo spigolosa per i suoi tempi e forse per i tempi attuali, paradossalmente non ancora maturi per comprendere a pieno la critica, fermi come siamo agli elogi scontati e alle scene ripetute all’infinito, straconosciute e stranote a tutto il mondo televisivo e social. La cattiveria e l’umana disumanità viste a tratti e poi di colpo esplose nell’ultimo filone di opere ottantine sono così profondamente attuali da rappresentare altrettanto bene i sentimenti di disperazione e paura del fallimento e dell’esclusione sociale che permangono nella società odierna, in costante salita per raggiungere il punto più alto di una montagna di cadaveri.