Sono sere afose e irrequiete, quelle del sud.
Gli stacanovisti dei campi di lavoro faticano fino a tardo pomeriggio, poi si avviano stremati alla bettola di fiducia, prima che cali il sole. Quattro calde pareti di legno ed un’insegna dipinta a mano accolgono operai e agricoltori esausti con un bicchiere di moonshine e accordi ruvidi che si fanno strada fra i clienti da un angolo buio della sala. Lo scricchiolio di una tavola sullo stipite e il profumo di un distillato ben invecchiato, segnano l’ingresso nella culla del blues. Quello vissuto, sentito, attraverso le nere membra della gente del delta, quello esente da perfezionismi ch’è meglio lasciare al jazz. I gracchianti strascichi di armoniche a bocca rimbombano senza troppa fatica nei rifugi musicali che dal South Carolina scendono in Louisiana, discoteche di legno e lamiera fatte per i dirty dancers, che ballano tutta la notte senza fermarsi mai.

Un juke del profondo sud di fine anni ’30 è una scatola delle meraviglie che profuma di stout, di stanchezza, sudore, sporcizia, di ancheggiamenti,
gonne che si alzano e tacchi appena lucidati, e profuma di libertà, quella che i neri incominciano, finalmente, a intravedere. I ridenti postacci visceralmente legati a Robert Johnson e in cui s’è fatto le ossa Muddy Waters, sono luoghi della trasgressione, in cui dar libero sfogo all’insaziabile istinto a muoversi abbracciando il groove e portandoselo a spasso per tutta la stanza.

Il blues dei juke è proprio come mam(m)a l’ha fatto, perché l’ha fatto proprio qui.
Dalle immense foreste dell’Alabama e fino alle umide paludi del delta del Mississippi, i bluesmen raccontano la vita quotidiana, con l’immancabile esordio ‘I woke up this morning’ tingono di malinconia ogni singola nota, creando un filo empatico cui ogni operaio stanco di immotivati soprusi caucasici si aggrappa, col semplice gesto di annuire a ritmo.

Il ritmo del ruvido delta blues, e quello delle parole che scandiscono i racconti al bancone del bar, fra uno slide e un assolo di piano che esaltano tutti e fanno vibrare le assi del pavimento. Tutti, anche quelli seduti al bancone, che s’immedesimano nelle liriche introspettive e appassionate scordandosi per un po’ delle mani rotte e dell’odore della trementina, tirano giù un altro sorso di distillato, poi vanno a ballare, oppure no. Sono queste, le radici del blues che conosciamo oggi: la genuina spontaneità nel lasciarsi trasportare dalle note che ondeggiano nell’aria, in qualsiasi forma, che tu stia dietro una batteria o sulla pista da ballo. Quel che del vecchio fratello del gospel non si sente spesso dire, è che è nato in questi polverosi pezzi di storia conosciuti anche come joog, disordinati e chiassosi come etimologia comanda.

It ain’t a juke joint without the blues
, recita un nostalgico pezzo di Carl Sims, ‘non è un juke senza il blues’, il re. E’ la calamita che attira i clienti ad entrare, il protagonista della serata. Ci si unisce stretti stretti in un ballo collettivo, in queste baracche incandescenti patria del juke boxe, dove la luminosità scarseggia ma la luce viene dai tasti di un pianoforte.
Da Memphis a Jackson a Baton Rouge, ad accomunare il sud è quel calore inestinguibile che sale dai piedi fin sopra la testa e quando si infuoca puoi spegnerlo in un modo soltanto: ballando.

In questo viaggio fatto di sogni bluegrass e rauchi colpi d’enfasi alla Howlin’ Wolf, echi honky tonk si disperdono, ondeggianti, negli ambienti e lasciano tracce indelebili che daranno origine, nei decenni a venire, a centinaia di tentativi di emulazione. Tentativi che difficilmente renderanno giustizia al rozzo e prepotente stile profondamente radicato nella natura blues, di cui le pareti di legno dei juke resteranno intrise fino all’ultima fibra.