Dall’arrivo dei “barbari” alla rivoluzione schizoide.

No wave, negare per esistere. Esistere in mondo a cui non senti di appartenere, crogiolandosi in una sorta di “nichilismo di strada”, facendo del mantra principale del punk, “nessun futuro”, uno stile di vita, una attitudine, costruita intorno ad una corrente che poi sarebbe diventata la subcultura che ha ispirato artisti a 360 gradi, facendo delle loro forme d’espressione un vero e proprio grido contro la crisi sociale, politica ed economica che correva fra gli anni ’70 e gli anni ’80. Un decennio crudo, specie nella downtown newyorkese dove nascevano circoli degli espressionisti astratti come Pollock e De Koonig, dove gli artisti del Fluxus, da John Cage fino a Yoko Ono davano vita ad un network internazionale di artisti che avrebbe poi visto coinvolta anche l’Italia post-industriale degli anni ’80. Una idea, una cultura, che prima familiarizzò e affondò alcune delle sue radici nel punk rock dei Ramones e dei Television e poi diede vita alla no wave vera e propria con i Mars, i DNA, i Teenage Jesus & the Jerks. Erano gli anni in cui i sogni hippie sessantottini erano svaniti nel nulla e le utopie avevano assunto una forma tale da trasformarsi in rabbia. La musica anche si era svenduta all’industria, la stessa che aveva trascinato i sogni di una generazione che poi ha visto e sentito la sconfitta solo qualche anno dopo. La stessa generazione composta anche da poeti paranoici, bohémien, pittori, artisti da performance, musicisti, che avrebbero poi costituito e costruito la scena no wave, che trovavano nelle arti un rifugio, l’ultimo baluardo di speranza di una vita ormai nel baratro combattendo dall’interno, rifugiati principalmente nello stesso luogo, New York, che era stata la principale arteria della società dei consumi, teatro poi dopo di una crisi del capitale dovuta alla corruzione e alla cattiva gestione dei fondi pubblici. 

Lydia Lunch, cantante dei Teenage Jesus & the Jerks prima, solista poi, raccontò a Pitchfork che “Isolato dopo isolato, c’erano soltanto edifici abbandonati, dati alle fiamme ogni notte da persone che lì dormivano alla luce di piccole candele”. Ebbene, dato il quadro, data la fine precoce del punk che si era dimostrata l’ennesima truffa venduta poi allo showbiz, a parte rare eccezioni, una fetta di artisti di provincia decise di recarsi nella Grande Mela e colmare il vuoto lasciato dai musicisti punk, con una nuova forma di non-musica in grado di estremizzare anche ciò che era stato già portato al limite, e di collegare ancora meglio la musica alla provocazione, facendo della nuova scena una amalgama di riottosi nichilisti di strada. Questi nuovi artisti provenienti tutti dal mondo della fotografia, della pittura, della recitazione e della letteratura si impadroniscono della filosofia del “no future”, di tutta l’essenza nichilista che espone, dando vita a band sperimentali, rumorose, contaminando generi e sporcando qualsiasi forma di suono pulito. Abbattere il panorama mainstream attraverso le urla e i rumori.

Sempre Lydia Lunch affermava ” Voglio essere umiliata se qualcosa di quello che faccio dovesse diventare un successo commerciale.” Era insomma lo sviluppo vero e proprio di una “schizocultura”, una schizofrenia che trova la sua forza nei flussi del capitalismo e il tutto il suo senso nelle macerie di esso. Il movimento no wave con i già citati Teenage Jesus and the Jerks, Mars, DNA, ma anche le Theoretical Girls e i Gynecologists assunsero dal nichilismo tutta la carica necessaria per lanciarsi oltre quella che era l’industria di massa di quel decennio. La scena no wave, come già anticipato prima, vide musicisti fare poeti, poeti fare i musicisti, scultori che facevano i pittori, delineando quindi una rottura completa dei confini prestabiliti dalle arti lasciando ad ognuno campo libero in qualunque ambito artistico. La New York in piena crisi finanziaria contribuì a questo fenomeno, potendo accogliere persone da qualunque rango sociale.

La scena no wave intanto aveva bisogno del suo manifesto e a questo ci pensò Brian Eno che produsse ai Big Apple Studios di Manhattan una raccolta intitolata “No New York” (da cui si presume anche la genesi del nome no wave) insieme ai James Chance & the Contorsions, Teenage Jesus & the Jerks, i Mars e i D.N.A. . Il loro compito era quello chiarire l’estetica musicale no wave composta da una ritmica abbreviata e scomposta accompagnata da sax e chitarre esplosive intrecciati a bassi e voci nevrotiche. La follia schizoide si trascinò fino ai Sonic Youth passando per Glenn Branca che ha dato i natali musicali a Lee Ranaldo e Thruston Moore nel suo “Ascension”. Il picco massimo di connessione subculturale si è avuta con “Daydream Nation” opera massima dei Sonic Youth emersi nella parte finale della no wave, e massima rappresentazione della schizocultura attraverso brani irriverenti, pregni di distorsioni, sarcastici, che prendevano fra le mani quel momento storico raccontando l’apocalisse urbana, l’alienazione, la psicosi e l’ossessione, raccontata poi anche nella cinematografia no wave di Amos Poe qualche anno prima attraverso la trilogia underground composta da “Unmade Beds”, “The Foreigner”, e “Subway Riders”.

Una sorta di “rivoluzione schizoide” ci fu anche in Italia con Autonomia Operaia, movimento che nacque in concomitanza con il fenomeno no wave a New York. Autonomia Operaia aveva una forte avversione nei confronti del lavoro, una visione strettamente punk tutta dedita alla nullafacenza che si può tradurre perfettamente nelle parole di Antonio Negri, esponente del movimento: “Abbiamo un metodo di distruzione del lavoro. Siamo alla ricerca di una misura positiva del non lavoro, una misura della nostra liberazione da quella schifosa schiavitù da cui i padroni traggono profitto, e che il movimento ufficiale del socialismo ci ha sempre imposto come araldo di nobiltà. No, non possiamo davvero dirci ‘socialisti’, non possiamo più accettare la vostra infamia.” A lanciare la Autonomia Operaia negli ambienti dell’avanguardia newyorkese, fu la storica rivista Semi(o)texte, che nel 1980 pubblicò uno speciale dedicato ai fatti italiani del 1977. Oltre a rifiutare qualunque forma di lavoro, Autonomia Operaia aveva delle radio pirata, si dedicava alle occupazioni e introduceva stravaganti modi di fare nei contesti urbani quotidiani, come gli indiani metropolitani che giravano per le città con le facce dipinte. Uno scuotimento che arrivava dai margini, la rivoluzione che trova la forza nei resti scomposti della società.

Tornando un momento al nichilismo di strada no wave possiamo collegarci con ciò che Nietzsche affermava ne “I forti dell’avvenire”, ovvero che “il livellamento della società tramite forze modernizzatrici produrrà una sorta di strano effetto collaterale o mutazione che affermerà la dissoluzione dei loro legami e limiti tradizionali conducendo al tempo stesso al superamento del sistema che le aveva istituite.” dunque dar vita, fomentare delle realtà controcorrente risulta avanguardistico. L’esponente tipico della no wave vagava fra le rovine della società, è il barbaro che Nietzsche dice “giungerà e si consoliderà solo dopo tremende crisi sociali.”, è una personalità mutante che vaga e cambia forma a seconda di come cambia la società, si adatta e resiste alla forza modernizzatrice del capitalismo. Ed oggi chi è il barbaro? Nella “post-truth era” chi o cosa sta cambiando e sta assumendo le forme dell’attuale sistema? Chi si serve del mero piano emozionale della società, oppure qualcuno nascosto nei meandri che trama un fitto e radicale cambiamento dall’interno?