Nel 1953 Nelson Algren, americano di origini svedesi, pubblica A walk on the wild side; proprio come la canzone di Lou Reed (d’accordo, certo che è Reed ad ispirarsi al romanzo per il titolo del pezzo, che uscirà tredici anni più tardi).

Nel 1959 James Purdy, americano pure lui, con qualche discendenza francese ed un sedicesimo – o giù di lì – di sangue indiano Ojibway, pubblica Malcolm. Non mi vengono in mente esempi di cultura pop legati al romanzo; la serie TV con Frankie Muniz e Bryan Cranston non ha nulla a che fare col libro.

Il romanzo di Algren fatica a trovare un seguito di pubblico, men che meno di critica; gli Stati Uniti di cui scrive, tutti bassifondi e fuorilegge, danno un’immagine un po’ scomoda del Paese. Il modo migliore per mettere Algren fuori gioco sembra essere quello di liquidare la sua scrittura come brutta e grezza e accantonarla nelle tristi fila della lettaratura di serie B, con il superficiale appellativo di pulp.

Anche Purdy fatica a trovarsi degli ammiratori in casa; difficile trovare qualcuno che metta in discussione la sua abilità come scrittore, ma è altrettanto difficile trovare qualcuno che possa accettare la sfida che  lancia alla morale dell’epoca. Perlomeno in America; in Europa, qualcuno di più larghe vedute (la poetessa inglese Edith Sitwell per prima) è disposto a correre qualche rischio, pubblicando le prime opere di Purdy e aprendogli, lentamente, la strada verso il patrio riconoscimento.

Algren sembra arrivare con una generazione di ritardo rispetto a Steibeck e Faulkner, alle loro terre assolate e polverose e ai reietti che le popolano.

Purdy si ritrova dolorosamente contemporaneo ai beats, con i cui mezzi e modi sembra avere poco da spartire.

A Walk on the wild side esplora coraggiosamente i bassifondi; Malcolm analizza spietatamente le contraddizioni dell’alta società.

In A walk on the wild side si parla, in un certo modo, di perdita dell’innocenza. In Malcolm, seppur in un altro modo, l’argomento è identico. E in che modo il modo cambia?

Cambia, innanzitutto, nella scelta del protagonista. Partiamo da Algren: il suo antieroe si chiama Dove Linkhorn, un campagnolo di diciassette anni che l’autore stesso non esiterà a definire come discendente di una genealogia di white trash. Analfabeta, ingenuo e sprovveduto fino alla pura e semplice stupidità, si allontanerà dalle sue radici (un padre fanatico religioso e un fratello imbecille) per poter iniziare la propria scalata al successo – forse, in realtà, una scusa per fuggire alla conclusione di un amore finito male. Un vagabondo che, come scrive Russell Banks nella prefazione al romanzo (edito da Minimum Fax nella collana Classics): “… è mille volte più simile alla maggior parte di noi di quanto non lo sia il Nick Adams di Hemingway o l’Eugene Gant di Wolfe – giovani maschi americani che vogliono soltanto tornare a casa, eroi romantici che desiderano ardentemente lasciare il mondo reale…”. Nel “mondo reale”, Dove ci si vuole buttare a capofitto, e spremerlo.

Il Malcolm di Purdy, pur sempre un ragazzino gettato in un mondo di gente più sveglia ed esperta di lui, è un po’ più enigmatico e difficile da descrivere. Lo incontriamo per la prima volta sulla panchina di un hotel, in attesa del padre; di lui sappiamo solo questo (se il padre sia poi vivo o morto, rimane poco chiaro per tutto il romanzo) e che i suoi soldi stanno finendo. Da lì verrà più o meno prelevato, riluttante ad abbandonare il suo rifugio, dall’astrologo Mr Cox, che fornirà al ragazzo una serie di indirizzi, persone che il ragazzo avrà l’obbligo di incontrare per aprirsi tutta una serie di porte sul mondo. Malcolm è uno di quei giovani, come scrive Goffredo Fofi (sempre nell’introduzione al romanzo, sempre Minimum Fax, sempre Classics) “il cui unico merito è di essere giovani”. Contrariamente a Dove, che si lancia spontaneamente in ogni genere di impresa mettendoci, a suo modo, della buona volontà, Malcolm si abbandona inerte a eventi messi in moto da una galleria di personaggi intenzionati a decidere il suo destino.

Ma se ciò può sembrare un punto a favore di Dove, mi sa che il “favore” è relativo. Le azioni del ragazzo sono animate da una sorta di anti-morale che simboleggia le leggi di una terra e di un’epoca selvagge, dominate dalla logica del più forte. Dove non esiterà a (tentare di) truffare, derubare, arricchirsi alle spalle della legge. Eppure l’ironia al vetriolo di Algren provoca nel lettore la sospensione del giudizio: perfino nei suoi gesti più discutibili, Dove sembra agire con una sorta di inconsapevole candore, un’innocenza infantile (o animale) che pare essere il necessario risultato dell’ambiente in cui è nato. Il suo viaggio, lontano dai classici schemi del romanzo di formazione, assume i toni del racconto picaresco, in una serie di eventi in cui quel (poco) che Dove imparerà sarà dovuto ad una successione di imprese spesso disastrose.

Malcolm, dal canto suo, si ritroverà, come già dicevo, trascinato: sbalzato attraverso una galleria di personaggi surreali e a modo proprio inquietanti (versioni meno rassicuranti dei già poco rassicuranti abitanti del Paese delle Meraviglie carrolliano) che portano con sé una simbologia ben precisa. Ognuno di loro rappresenta una determinata faccia di una società in cui il rapporto genitore-figlio è ormai scisso, e non si accontenterà di godere dell’innocenza del ragazzo, ma cercherà di farla propria, di possederla. Atelier artistici e palazzi di miliardari non risulteranno più accoglienti delle squallide campagne texane o dei bordelli di New Orleans.

Il destino di queste due innocenze sarà invariabilmente agrodolce, se non semplicemente amaro. (ALLERTA SPOILER)

Da un lato, troviamo la conclusione del giro sul lato selvaggio di Dove e il suo ritorno a casa; di certo non più ricco di quand’era partito, ha pure perso l’unico guadagno che aveva ottenuto: l’aver finalmente imparato a leggere. La cecità provocata da una rissa in un locale sembra essere il modo che ha Algren di dirci quanto sia difficile, anche per quell’unica volta in cui le nostre intenzioni sono pure, poterci allontanare dal retaggio che ci è stato assegnato.

Il finale di Malcolm è altrettanto caustico e cinico: dopo aver (inconsapevolmente) mantenuto intatto il proprio stolido candore per tutta la vicenda, anche la creatura di Purdy lo perderà: rubatogli non per mano di uno dei tanti adulti pieni di rimpianti con cui non è mai riuscito a comunicare, bensì per mano di una ragazza come lui. Praticamente sua coetanea, ma già assorbita da quei meccanismi così ( forse paradossalmente) in contrasto tanto con gli ideali del “sogno americano” predicato dall’America benpensante, tanto con quelli, irrealizzabili, della Beat Generation, nei cui riguardi Purdy era tanto scettico.

Nicola De Zorzi