L’odore di cantina era più nauseante che mai, quel giorno, a causa dell’alluvione. […] George rovistò in tutta fretta tra gli oggetti sulla mensola: vecchie scatolette di lucido da scarpe e stracci per lucidare, una lampada al cherosene rotta, due flaconi quasi completamente vuoti di Windex, una vecchia scatola piatta di cera. Per qualche ragione questa lo colpì, contemplò per quasi trenta secondi la tartaruga disegnata sul coperchio in una sorta di stupore ipnotico. Poi la lasciò ricadere sulla mensola… ed eccola finalmente, una scatola con scritto GULF.  L’afferrò e risalì di volata le scale accorgendosi solo allora di avere la camicia fuori dai pantaloni e a un tratto fu sicuro che la camicia sarebbe stata la sua rovina: la cosa che viveva in cantina gli avrebbe permesso di arrivare fin quasi sulla soglia, per poi afferrarlo per il lembo della camicia e trascinarlo giù e poi…

(Stephen King, It)

Poche righe nelle prime pagine del romanzo, e il Re ha già delineato superbamente l’anima di quel lato oscuro che ogni abitazione cova nelle proprie viscere: scendiamo una rampa di scale buia e umida come un’arteria cancrenosa, e la realtà si deforma: il nostro luogo sicuro, ogni cui angolo dovremmo sentire come parte di un nido rassicurante, si riempie di ombre che potrebbero nascondere qualcosa di terribile. Immagino ci siano tanti modi di tornare bambini: uno di questi è di sicuro provare la stessa sensazione di timore e mistero, anche a distanza di anni, nello scendere al piano inferiore, gradino dopo gradino, col buio che cala e uno strano freddo che ti si arrampica addosso, dalle caviglie alle punte dei capelli.

 “Stupido! Non esistevano artigli ambulanti, tutti pelosi e carichi di odio omicida. Ogni tanto qualcuno dava fuori di matto e ammazzava un mucchio di persone, come raccontava talvolta Chet Huntley al telegiornale; poi naturalmente c’erano i comunisti; ma non c’era un mostro misterioso insediato nella loro cantina. L’ipotesi, comunque, non era mai stata scartata del tutto nel suo intimo.

(Stephen King, It)

Eppure, al di là dal timore, c’è una sorta di fascino che nasce – o per lo meno mi piace pensare che sia così – dalla sensazione più o meno consapevole che, scendendo quelle scale, ci siano segreti da svelare. Segreti di cui abbiamo tutto il diritto di appropriarci, se si tratta di casa nostra; ancor meglio, se l’abitazione e tutto ciò che contiene ci sono estranei, quei segreti sconosciuti appaiono ancora più invitanti, quando la nostra esplorazione rappresenta il gesto-tabù di inoltrarci nell’incavo più profondo della privacy di qualcun altro; è come leggere il diario personale di un nostro amico,  o aprire la porta di quella stanza, quell’unica stanza che – cliché tra i cliché nell’horror dai tempi del Barbablù di Perrault – ci è stato detto di non toccare per alcuna ragione al mondo.

Oh, non è detto che ci siano chissà quali inconfessabili scheletri nell’armadio, ad attenderci. Nelle mie esplorazioni di cantine, mi è capitato di trovare: taverne, stanze-caldaia, enoteche di piccole dimensioni, enoteche di medie dimensioni, garage fai-da-te, scaffali di conserve, depositi di ciarpame, nulla.

Si tratta più di un’aura, di un’atmosfera, che del contenuto in sé. In uno scantinato buio e umido, col pavimento scoperto e la polvere che si solleva fitta come una nevicata, è facile immaginare il covo di una creatura deforme (anni passati a guardare i film di Lucio Fulci ti segnano, che tu lo voglia o no); e quei barattoli pieni di un contenuto dal colore poco invitante, disposti in ordine quasi maniacale sul loro sostegno in legno, potrebbero contenere… insomma, avete capito l’andazzo dell’argomento, ve lo lascio immaginare.

Qualcuno ha paragonato la cantina al cuore di una casa: il luogo in cui si deposita il ricordo dei momenti più intimi, in cui si custodiscono segreti e memorabilia personali. Pensandoci, mi sono spesso trovato a considerarla più come un apparato digerente, nel quale ciò che non è più necessario – che si tratti di un oggetto nel suo guscio fisico, oppure come avatar sentimentale, come ricordo ed emozione – è depositato in attesa di essere smaltito ed espulso. Ma è un organismo inefficiente, quello della casa: lo smaltimento può richiedere anni, oppure non avvenire mai; e quello stomaco e quell’intestino, allora, iniziano a vivere di una vita propria, ben lontana dalla loro funzione originale. Agiscono ed esistono pressoché inosservati, quasi dimenticati, per vie alternative e discrete.

 “In ogni casa ci sono un salotto buono, il bagno sfavillante e i mobili antichi, ma anche il ripostiglio polveroso, le tubature viscide e i tarli che rodono, la stanza dei giochi e la cantina oscura che spaventa e attrae noi bambini. In ogni casa che crediamo di conoscere bene c’è sempre qualcosa di dimenticato, di nascosto. Un cassetto chiuso, con un coltello insanguinato in mezzo ai tranquilli cucchiaini.

(Stefano Benni, Margherita Dolcevita)

E allora, lasciando da parte il timore quasi superstizioso legato a stanza buie e corridoi angusti come passaggi segreti, resta la sensazione di aver scoperchiato quel vaso che racchiude ogni intimità, quasi fosse una camera da letto. Questo concetto è stato trasposto su schermo in modo clinico e spietato dal regista austriaco Ulrich Seidl e dal suo docu-film Im Keller (In the Basement, 2014).

Partendo dal presupposto fintamente naïf di voler “ritrarre il rapporto degli austriaci con i loro scantinati”, il regista ci mostra qualcosa di molto più profondo: l’angolo più nascosto di un’abitazione come il lato più recondito dell’animo umano, nel quale ognuno si spoglia della propria maschera sociale e si permette di essere se stesso.

Il risultato può essere sconcertante: le inquadrature di Seidl, geometriche come diorami, come stanze di una casa per bambole, mostrano immagini che vanno dall’ilare al grottesco, dallo sconvolgente al tragico. Si va dalla donna che nasconde in una scatola di cartone una bambola, a cui si rivolge come se fosse un bambino in carne  e ossa, al vecchio trombonista che si raduna con gli amici a ubriacarsi nella sua taverna colma di cimeli nazisti. Dalla volontaria Unicef con l’hobby del sadomaso all’everyday-man che si è costruito sotto casa un vero e proprio poligono di tiro: sotto la giacca nasconde una pistola, così come nel cuore nasconde la propria xenofobia.

Ne esce il ritratto di una società la cui vera anima è sotterranea, la cui natura, pericolosa e detestabile, magari, ma non per questo meno autentica, è repressa in quattro pareti; impossibile da svelare alla luce del sole, destinata ad essere consumata dalla polvere ed infine smaltita, assieme a tutti gli altri fantasmi dello scantinato.

Segreti, ricordi, fantasmi. Accatastati con finta noncuranza, oppure messi in fila di modo che l’ordine possa dare a questi scarti della vita di tutti i giorni una parvenza di normalità.

Ma, nel caos e nell’ordine, c’è sempre qualcosa che risalta, che colpisce l’occhio, fuori posto. In uno scatolone pieno di cianfrusaglie, una vecchia foto che non abbiamo avuto il coraggio di bruciare e che abbiamo preferito, vigliaccamente, sotterrare. In mezzo alle decine di conserve messe in fila, un barattolo pieno di mosche.

Il terzo EP dei seattliani Alice in Chains deve il proprio titolo ad un ricordo infantile del chitarrista Jerry Cantrell: due vasetti di vetro in cui furono intrappolate delle mosche. Quelle del primo vaso furono nutrite abbondantemente, quelle del secondo vaso furono malnutrite. Come conseguenza iniziale, le prime prosperarono, mentre le seconde si riprodussero a fatica; eppure, col passare del tempo, furono prorpio le prime a soccombere a causa del sovrappopolamento della loro improvvisata colonia.

Le mosche del secondo vaso, sono come i brani che compongono l’EP: una selezione di sopravvissuti prigionieri in una gabbia di vetro, prigionieri come l’animo di Layne Staley, che in questo disco si mette a nudo come mai prima, spolverando vecchi sentimenti mai repressi, ricordi e spettri, paure e solitudine. Svita il coperchio del vaso trattenendo il respiro, e ne versa il contenuto su un vecchio tavolo.

L’accompagna Cantrell, mettendo da parte la rabbia metallica dei precedenti album, e accetta di partecipare al gioco: le distorsioni ridotte al minimo lasciano che a parlare sia lo scheletro spogliato di una chitarra prevalentemente acustica. Scarna, ma non per questo meno sanguigna e intensa.

 “Ciò che vedo non è reale. Ho scritto la mia parte. Dai un morso alla mela. Così giovane, sto strisciando verso il punto di partenza

(Alice in Chains, Rotten Apple)

Rotten Apple è una ballata dolente che rivela il rimpianto di un’innocenza perduta, una nuova consapevolezza del proprio dolore e della propria disillusione. Fingiamo ancora di trovarci in una cantina: Rotten Apple spazza via ogni illusione di magia della stanza, mettendola a nudo per ciò che è: un deposito di rottami.

 Il senso di disillusione si intensifica segue con la seconda ballata, Nutshell, un piccolo capolavoro straziante, un lamento versato in un baratro.

 “Il dono che ho fatto di me è stato stuprato, la mia intimità violata

(Alice in Chains, Nutshell)

È poi il turno di I Stay Away, con la quale ci sembra di tornare più vicini ai vecchi canoni chainsiani, fino a quando la chitarra sporca di Cantrell viene affiancata dagli archi, quasi a dare un tono mistico e liberatorio alla voce di Staley, un susseguirsi di aneliti libertari e vaneggiamenti.

La seguente No Excuses è una parentesi quasi solare, uno spiraglio di luce che passa dalla finestre sporca della cantina e illumina la danza della polvere. Chitarre elettriche ed acustiche sporcate si mescolano in un brano grunge che ricorda lo stile alla Young dei Pearl Jam. La poetica di Staley prende una presa di posizione decisa, severa, perfino incoraggiante e, nei limiti, ottimista: per cinque minuti scarsi ci possiamo dimenticare della solitudine.

Whale & Wasp è uno strumentale suggestivo, che rappresenta un intermezzo tra la vivacità di No Excuses e la successiva Don’t Follow, un preludio ad una nuova malinconia. Quest’ultima, un grunge-blues dal grandissimo impatto sentimentale, commovente e struggente, è forse l’apice emotivo del disco. Un arpeggio insolitamente delicato, una voce cantilenante, un’armonica dal sapore blues, suonata quasi distrattamente seduti su una vecchia sedia abbandonata, nella penombra. Poi all’arpeggio subentrano delle pennate decise, l’armonica si fa meno timida, arriva la batteria e il cantato di Staley si fa più vivace: rasenta la rabbia, ma non la raggiunge mai davvero: al grido ripetuto di take me home, la canzone è una supplica accorata.

 

 L’ultima confessione, l’ultima mosca del barattolo è Swing on This, che si apre con una linea di basso memorabile, e la voce sovrascritta di Staley cerca di darsi un tono, convincendo parenti e amici – e, soprattutto, se stesso – che sta bene, chiedendo di essere lasciato in pace.

 “Mia madre mi ha detto “torna a casa”, mio padre mi ha detto “torna a casa, le mie sorelle mi hanno detto “torna a casa”. Così, anche i miei amici mi hanno detto “torna a casa”. Lasciatemi in pace, è tutto a posto. Non lo capite, sto bene. Un po’ più magro, d’accordo; sto comunque dormendo

(Alice in Chains, Swing on This)

Dopo questo brano sopra le righe, riprendiamo le mosche e le rimettiamo nel barattolo. Sigilliamo il coperchio, ricollochiamo il contenitore in fila, sullo scaffale, assieme agli altri. Accogliamo l’ultima richiesta di Staley e lo lasciamo in pace. Tornerà a casa, in superficie, quando se la sentirà. Fino ad allora, lui e i suoi demoni sono liberi di giocare con la polvere della cantina, in mezzo a tutti gli altri ricordi e segreti.

Nicola De Zorzi