Facciamo finta per un attimo che sia in cerca d’ispirazione.
Che mi muova alla cieca nella stanza, passando le dita sul dorso dei libri con un mood da serendipity: la testa vuota da congetture, una melodia che sale piano, ma ancora non si fa riconoscere, i passi avanti e indietro a coprire poco più di un metro o due di pavimento.
Poi finalmente mi fermo, ne prendo uno dallo scaffale, apro una pagina a caso e comincio a leggere.
C’è un uomo che si sta facendo largo a fatica, dentro un terreno inselvatichito e ormai abbandonato a se stesso:

L’erba era talmente alta che si era curvata sotto il suo stesso peso e, mentre camminava, gli scricchiolava sotto le scarpe pesanti. Non si udiva altro che il suono dei suoi passi e il canto degli uccelli. «Un tempo pensavo che cantassero perché tutto andava bene nel mondo», pensò Robert Neville. «Ora so che mi sbagliavo. Cantano perché sono stupidi».
(Richard Matheson, Io sono leggenda)

Sarebbe una strana coincidenza, trovarmi a planare fra le righe del capolavoro di Richard Matheson (Io sono leggenda, del 1954), padre di un immaginario inesauribile, per quanto riguarda un’ipotetica scomparsa di gran parte dell’umanità in concomitanza con l’arrivo di una presenza infestante (in forma di vampiro, zombie, o ibrido delle due specie, in ogni caso molti, moltissimi “esseri resuscitati”), che va dalle ossessioni di George A. Romero per i “morti viventi”, al superbo 28 giorni dopo (2002) di Danny Boyle, da una delle più esaltanti prove attoriali di Vincent Price (L’ultimo uomo della terra, del 1964 ) agli albi a fumetti illustrati da Tony Moore e Charles “Charlie” Adlard (The Walking Dead).

Lo scenario in questione è quello di un presente improvvisamente stravolto, terribilmente silenzioso e vuoto, fra strade deserte, auto abbandonate ovunque e una spaventosa minaccia che si cela nell’ombra. Il dilemma in sintesi è questo: preferire di essere rimasti soli sulla terra, o di essere in compagnia di una forma nuova e implacabile di predatore.
Sarebbe una coincidenza cercata, un atto consapevole dello stomaco, proprio adesso che sto pensando alle fotografie di Todd Hido, a certi vuoti assoluti che ti soffocano di silenzio, mettermi a ripetere a voce alta le parole di Matheson e provare a sovrapporre questi due sguardi sull’ignoto, inventandone per puro divertissement, uno inedito che ne sia la somma.
Anzi farei di più: alzerei il volume della musica che mi gira in testa e a due sguardi aggiungerei un tappeto sonoro.

Todd Hido, #3179, da Landscape.

Prendiamo tre fra i suoi lavori fotografici in serie (Landscape, Homes at night, Interiors), mettiamoli in sequenza e, stravolgendone consapevolmente il senso, proviamo a considerarli con il loro nuovo vestito.
La risultante delle suggestioni messe a confronto, è una percezione angosciante di inevitabilità, che si risolve, muovendo dal generale al particolare, dal macrocosmo di vaste lande al microcosmo di limitate metrature di singole stanze, in un viaggio senza ritorno e senza tregua dentro una forma assordante di assenza.

La pace non arriva sulla nostra strada
Ma il sole continua a bruciarmi la faccia
Dov’è la mia fede?
La mia blasfemia
Continuo a cantare,
Signore, sono sulla mia strada
…Casa
Il parquet e i soffitti stanno scricchiolando
Ed il tetto è vecchio e colante
Ma guardo in alto fino al paradiso
Come possiamo dichiarare la nostra indipendenza
Dall’evoluzione e dalla penitenza?
(La nostra strada)
(Faith No More, Sol Invictus)

Todd Hido, #3179 da Landscapes.
Todd Hido, #10690-1, da Landscape.

Landscape è una progressiva e lenta presa di coscienza, che ci porta ad attraversare un paese vuoto, il più delle volte così straniante da costringerci a guardarlo dietro il filtro opaco, sporco, fradicio del parabrezza, che ci protegge dalla cattiva stagione e da lunghe notti insonni, alla ricerca di un qualche rassicurante “noi” identitario a cui aggrapparci, in quanto razza umana.
Solo una fotografia di questa serie di vedute da day after, mostra due figure: presumibilmente una donna e una bambina, che ci danno le spalle, incomprensibilmente indifferenti alle condizioni meteorologiche e impalpabili in mezzo alla fitta nebbia, distanti e in quel loro negare completamente lo sguardo, tanto inquietanti da perdere ogni connotazione umana, restando un interrogativo insoluto. Una possibile minaccia, un turbamento affilato.

Ho una maledizione addosso che non posso togliere
brilla quando il tramonto si tramuta
quando la luna è rotonda e piena
devo far scoppiare quella scatola devo sbudellare quel pesce
la mia mente è in fiamme.
Potremmo fiondarci in una macchina rubata
ma scommetto che non andremmo poi lontano
prima che mi prenda la trasformazione
prima di diventare un serbatoio di sangue da lussuria
e che la brama si spenga
La mia mente ha cambiato
l’ossatura del mio corpo ma dio se mi piace
il mio cuore è in fiamme
il mio corpo è deformato ma cazzo, mi piace.
(Tv On The Radio, Wolf like Me)

Todd Hido, #2122, da Homes At Night.
Todd Hido, #1726, da Homes At Night.
Todd Hido, #1951-A, da Homes At Night.
Todd Hido, #2595, da Homes At Night.

Avvicinandoci, un po’ esitanti, a quella che sembra la vita, o più esattamente gli involucri sigillati che comunemente la contengono, Homes at night (divisa fra case indipendenti e appartamenti), lascia una sensazione di malevola distanza, come se tutte quelle finestre accese, fossero inviti rifiutati, un sincero avvertimento di riprendere il cammino, di restarne fuori.
Mi capita spesso in macchina di notte, quando scorgo da lontano cimiteri cittadini illuminati, in cui i forni si sovrappongono su piani diversi e decine e decine di lampade identiche danno l’illusione che ci sia vita pulsante, di scambiarli per condomìni e di trovare che ci sia un dialogo, fra queste due architetture opposte, un invisibile nodo che le rende parte dello stesso insensato disegno.

Voglio raccontarvi di una ragazza
Sapete viveva nella stanza 29
Esattamente quella sopra la mia
Io comincio a piangere, io comincio a piangere
La sento camminare
Camminare scalza sulle assi del pavimento
Per tutta la notte solitaria
E io stesso sento anche lei che piange
Lacrime calde che scendono giù
Filtrano attraverso le fessure
Giù sul mio viso, le lascio scivolare nella mia bocca!
Le lascio scivolare nella mia bocca!
Le lascio scivolare nella mia bocca!
Cammina e piange, cammina e piange!
Da lei all’eternità.
Da lei all’eternità.
Da lei all’eternità.

(Nicke Cave & The Bad Seeds, From Her To Eternity)

Todd Hido, #1637, da Interiors.
Todd Hido, #1913, da Interiors.
Todd Hido, #1447, da Interiors.

L’ultima tappa di questo viaggio, consiste nel compiere il passo più difficile, varcare quelle soglie ostili e, con Interiors, scoprire, traditi dalla luce invitante che ci chiamava da fuori, che dietro a quella vita, anzi a quella presunzione di vita, si cela l’ultima terribile sensazione: che qualcuno sia stato lì fino a pochi attimi prima e poi improvvisamente, abbia dovuto abbandonare le stanze, si sia nascosto, perché si sentiva in pericolo, a causa nostra, o di qualcos’altro.

Voglio la tua anima,
Io mangerò la tua anima.
Voglio la tua anima,
io mangerò la tua anima.
Vieni da papà.
Vieni da papà.
Vieni da papà.
Voglio la tua anima.
(Aphex Twin, Come To Daddy)

Todd Hido, #1601, da Homes At Night.

Che siano vampiri, zombie, ricordi sepolti per anni e adesso tornati ad azzannarci i polpacci.
Che il mostro sia nascosto nelle nostre soffitte, o giù in cantina, o dietro le auto, in fondo alle scale, nel volto che credevamo amico, in quelli che cercano di convincerci che andrà tutto bene o peggio, dentro di noi, resta una certezza per niente rassicurante: siamo il peggior nemico della nostra specie, da sempre, ma mai come adesso.
Generazione biodegradabile. Vuoti a perdere.
Noi, siamo leggenda.

Nato nell’acqua
Nato dalla fiamma
Questa vita è un mostro
Non lo sai che è il nome
La casa è in legno
La casa è in pietra
L’orgoglioso cuore spezzato
E vicino alle ossa
Una volta che hai avuto un incubo
e poi venne
il cielo pazzo nel mattino
verde come l’erba
che copre una tomba.
(Mad Season, Slip Away)

Alessandro Pagni