Quella tra musica e politica è una relazione a dir poco incendiaria. La prima, veicolo aggregativo per eccellenza, capace di unire pericolosamente una grande quantità di persone sotto lo stesso coro; la seconda, grande “idea” che mira a organizzare queste masse scombinate e intrecciate che quasi arrivano al corto circuito.

La storia non è priva di utili precedenti che aiutano a capire la forza dell’unica voce contro un nemico comune: il canto fu guida dei moti del ’48, base di quei melodrammi – rimasti immortali ma forse adesso trascurati nel significato originale di coloro che li vissero realmente – vettori potentissimi delle lotte per l’indipendenza, soprattutto se parliamo di Europa. Proseguendo in questo percorso che stiamo tracciando, non è difficile definire il romanticismo ottocentesco come un’arma in più per la battaglia politica dei nazionalismi del Continente. Avvicinandoci repentinamente fino al primo cinquantennio del Ventesimo secolo – e fermandoci in Italia con un esempio – troviamo Bella Ciao, inno della Resistenza, “sintesi partigiana” che ancora oggi attraversa le piazze in (una certa) festa.

E risparmiandoci il trattato sociologico sui legami della beat generation con le complessità collegate alla politica e all’economia – momento di coesione così forte mai raggiunto tra “movimento musicale” e “ azione politica” – e tralasciando la straordinaria favola del jazz afro-siciliano (sì, proprio così!) possiamo accomodarci nei vuoti e oscuri antri della contemporaneità più vicina a noi. Apparentemente c’è poco da dire. Ma anche il Ventunesimo secolo avrebbe qualche bel coniglietto da tirare fuori dal cappello se non fosse per il grido popolare che vuole “andare a comandare” senza un senso ben preciso.

Al volo: inappropriata sarebbe un’introduzione che collega automaticamente l’hardcore a parole di denuncia e necessariamente aggressive. Ma una grossa mano la potenza della musica metal la da’. Non ne abbiamo dubbi. Qui i Thrice hanno sfornato un album quest’anno “To Be Everywhere Is to Be Nowhere”. L’opera è stata creata per corrispondenza, con registrazioni avvenute a distanza geograficamente sensibile ma niente ha permesso di separare la forza evocativa dei brani da alcuni messaggi politici, neanche troppo criptici. Un po’ tutte le canzoni contengono un malessere diffuso, e un grido affatto velato di condanna sociale per un mondo malato, armato e violento. Struggenti ed efficaci i brani di questo disco. Uno per tutti: “We panic at the sight of different-colored skin / And we’ve got a plan to justify each mess we’re in / But I’ve seen too much of this fear and hate) / I’ve had enough (and I’m not afraid) / To take a stand, to make it right, this has to end ”. Ma siccome i Thrice non sono un fenomeno di massa, è relativamente importante la disperazione che questi lanciano su quegli accordi “zappati” degni del più scalmanato principiante.

Poi ci sono quegli infiniti dibattiti social che nascono – spesso proprio a causa del network – da singole polemiche pseudo-oscurantiste. E’ il caso della hit Vorrei ma non posto della vincente coppia J-Ax & Fedez: sulla frase satirica “e compreremo un altro esame all’università” si aprì un acceso scontro tutto a colpi di dichiarazioni, scritte per parte dei rettori, e video dagli artisti. Al livello lirico, parliamo di una provocazione come tante che rappresenta un ritratto, volutamente generalizzato di un’istituzione – qui il settore Istruzione – protagonista di fatti scandalosi. Ma non vogliamo in questa sede parlare delle affermazioni di una parte o dell’altra, o dei fatti di corruzione o compravendita universitaria. Piuttosto ci preme sottolineare quanto il messaggio politico sia assolutamente passato in sordina, insieme a tutte le altre iperboli – per dirla tutta, anche abbastanza vere – trascurate per far ciondolare la testa disattivando il cervello e le orecchie. E allora il “tuffo nel mare nazionalpopolare” non ha suggerito nulla a nessuno? La ciclicità e l’inerzia denunciata proprio da questa canzone è quella che, paradossalmente, in realtà sembra aver ricevuto (a parte quella degli incassi del pezzo, tutt’altro che inermi a zero!).

Sono veramente finiti i tempi in cui i System of a Down sgridavano (e in maniera divina) i Potenti per le schifezze che stavano condannando generazioni future, tra brain washing televisivo e guerre assurde nel mondo? Potrebbe essere la domanda di un incredulo malinconico che vuole rimanere aggrappato a quello specchio davvero troppo liscio degli anni ‘00. E invece no. A distanza di dodici anni sarebbe quasi pronto il sesto lavoro discografico del quartetto di origini armene. Altissima la pressione su di loro, grandissime le aspettative su un’ennesima coscienza pubblica sfacciata e sprezzante ogni buonismo, tutta spalmata all’interno del nuovo album.

Forse i messaggi politici non vengono veicolati con tanta facilità perché è la stessa comunicazione politica a essere divenuta pestilenziale, (evitata come la morte, oserei dire!) e la stessa politica in crisi andrebbe di pari passo con la crisi della “musica politica”. Eppure siamo abituati a essere sommersi di musica alle feste di partito; ai comizi elettorali in cui veniamo tempestati a suon di tradizione con ‘O Sole Mio fino alla nausea; e siamo anche attivi e danzanti sulle note dei brani “novantottini” (per scomodare i sessantottini) alle manifestazioni giovanili che rianimano il grigiore cittadino; oppure bombardati dalla solita scontatissima – non per i testi ma per la presenza d’obbligo – “canzone sociale” che regolarmente ritroviamo al Festival di Sanremo dei talent-i, anche questi nazionalpopolari. Magari è tutta un’ipocrisia dilagante che ha portato seriamente allo sfinimento l’ascoltatore nostalgico o semplicemente ricettivo a delle vere critiche socio-politiche contenute all’interno di un brano. La musica politica è morta? – ce lo si chiedeva anche del punk qualche giorno fa – Non lo sappiamo. Almeno fino alla prossima “rivelazione” che si scagli contro il razzismo e la famiglia tradizionale.